Calciatori liberi professionisti a partita IVA: cosa cambierebbe?

Calciatori liberi professionisti a partita IVA: cosa cambierebbe?

Di Francesco Paolo Traisci. Ha fatto rumore la provocazione posta del presidente del Cittadella, Andrea Gabrielli: calciatori professionisti non più lavoratori dipendenti, ma partita IVA, ossia lavoratori autonomi. Cosa cambierebbe per le società?

di Francesco Paolo Traisci

Ha fatto rumore la provocazione posta del presidente del Cittadella, Andrea Gabrielli: calciatori professionisti non più lavoratori dipendenti, ma partita IVA, ossia lavoratori autonomi. Cosa cambierebbe per le società? Come è noto ormai a tutti, il rapporto fra le società sportive e gli atleti professionisti è disciplinato dalla legge 91 del 1981 e dalle successive modifiche. Una legge che, proprio in base alla sua stessa definizione è destinata alla tutela solamente degli sportivi professionisti, cosicché i non professionisti non sono considerati lavoratori subordinati, senza quindi le garanzie dei primi.

Ma chi stabilisce chi è un atleta professionista e chi no?

In teoria dovrebbe farlo, per legge e per statuto il CONI, ma l’ente di vertice del nostro sport ha delegato questo compito alle singole Federazioni, lasciandole libere di scegliere se prevedere al proprio interno un settore professionistico o meno e, nel primo caso, in base a quali criteri. Cosicché poche sono le nostre Federazioni ad aver previsto un settore professionistico al loro interno (Calcio, Pallacanestro, Ciclismo e Golf, con una situazione assolutamente ibrida per il pugilato), peraltro sulla base di criteri assolutamente formali. Per il calcio ed il basket dipende dal campionato a cui è iscritta la società con il quale lo sportivo è tesserato (Serie A, B e LegaPro, per il calcio, e Serie A per la pallacanestro), il tesseramento per una squadra professionistica per il ciclismo ed il conseguimento dell’abilitazione all’attività agonistica ed all’insegnamento a titolo oneroso per il golf. Nel calcio quindi la distinzione non si basa sulla onerosità della prestazione dell’atleta, anzi… Gli stessi regolamenti federali prevedono che anche i calciatori di serie D possano stipulare accordi onerosi, addirittura su moduli federali, depositati presso le Segreterie competenti.

Ed allora dove sta la differenza nel trattamento?

La differenza è nell’inquadramento e nel trattamento. Lo sportivo professionista è considerato un lavoratore subordinato ed ha, come ogni lavoratore dipendente, un trattamento previdenziale e pensionistico. Nello stipendio del calciatore, la società deve quindi inserire anche le varie trattenute per le voci previdenziali, pensionistiche ed assistenziali previste per quella categoria di lavoratori subordinati. E quindi con costi assai maggiori per il club, rispetto al netto in busta paga che di solito viene pubblicizzato.

Nelle serie minori, al contrario, i giocatori non sono considerati professionisti, non pesando quindi sul bilancio della società tutti gli oneri accessori. Da qui la provocazione del presidente del Cittadella nell’intervista rilasciata a PdSport Flash: “Dovessi dire la mia – ha affermato Gabrielli – vedrei più la figura professionale del calciatore da partita IVA più che da dipendente”, riconoscendo tuttavia che “secondo la legge invece è un dipendente a tutti gli effetti e il carico contributivo è importante”. Tornando però con i piedi per terra lo stesso presidente conclude prendendo atto che questa soluzione troverebbe assolutamente contraria l’Assocalciatori, che tante battaglie aveva fatto negli anni 70 per veder riconoscere lo status professionistico ai calciatori. Ci sono tante proposte di modifica ma nessuna che metta in discussione lo status di lavoratore subordinato degli atleti professionisti, anche se qualcuno ha di recente cominciato ad ipotizzare una terza via quella del semiprofessionismo.

E la decontribuzione?

In realtà quello che potrebbe essere attuabile sarebbe una defiscalizzazione dei costi del calcio sulla scorta di altri paesi che hanno adottato logiche di decontribuzione salariale, consentendo alle società di spendere meno, e contribuendo quindi alla competitività internazionale del nostro calcio ma anche alla sua sostenibilità. Ne abbiamo parlato anche noi in altre occasioni: una decontribuzione dei costi del calcio professionistico potrebbe agevolare le squadre maggiori, agevolazioni fiscali e una riforma della contabilità per le squadre dilettantistiche consentirebbero poi una maggiore sostenibilità dei costi in un mondo che vede scomparire sempre più realtà a causa dei suoi costi.

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