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Azionariato popolare in Italia: una soluzione per un calcio sostenibile?

MILAN, ITALY - MAY 02: A Fan celebrate outside the FC Internazionale headquarters after winning 19th Serie A Titleon May 02, 2021 in Milan, Italy. (Photo by FC Internazionale/Inter via Getty Images)

Di Francesco Paolo Traisci. L’azionariato popolare è veramente percorribile in Italia? In che cosa consiste? Quali sono i pro e i contro? È la via corretta per "tamponare " la crisi post covid o è a prescindere un modello vincente ma qui...

Francesco Paolo Traisci

Si parla sempre di più di azionariato popolare nel calcio. Società di proprietà dei tifosi, senza un vero e proprio patron. Un’alternativa ai fondi di investimento in un calcio alla ricerca della sua sostenibilità. Un modo di gestire le società calcistiche che all’estero va. Barcellona, Real Madrid, ma non solo, in Spagna e addirittura obbligatorio in Germania (con solo qualche eccezione di club con soci di maggioranza). Ed il modello è proprio la Germania, in cui la famosa regola del divieto del 50 +1, introdotto nel 1998, ha fatto sì che tutti guardassero al Modello del Bayern Monaco in cui i tifosi possiedono il 75% del club, mentre il resto è in mano a tre colossi dell’imprenditoria tedesca: Audi, Adidas e Allianz. In Germania infatti nessuno (persona fisica o società) può avere più del 50% delle quote di un club calcistico, tanto che quasi nessun club ha un socio di maggioranza. Molti sono quotati in borsa, qualcuno ha un azionariato diffuso con tanti soci con partecipazioni minoritarie. 

I tentativi in Italia

Da noi a suo tempo la Roma di Sensi, la Lazio di Cragnotti e la Juve tentarono la via della quotazione, ma più che altro per far entrare liquidità nelle casse dei proprietari che hanno continuato a rimanere soci di maggioranza, tanto che, ancora oggi, Roma e Lazio sono quotate in borsa, ma hanno comunque azionisti di maggioranza che possono fare il bello ed il cattivo tempo, ignorando le richieste dei soci di minoranza tifosi, mentre la Juve ritirò le azioni sul mercato, uscendo dal listino. Ma oggi, in seguito alla pandemia, ma anche ad una progressiva perdita di sostenibilità del movimento, con fughe di sponsor e società sempre più indebitate, qualcuno ripropone lo strumento dell’azionariato popolare. Non tanto in chiave di società quotate, quanto in quello della partecipazione di associazioni di tifosi al capitale stesso, con quote acquistate dai proprietari o da altri azionisti. Un po’ sul modello inglese, in cui alcuni club vedono le associazioni dei tifosi fra i propri azionisti.

Il progetto Interspac

Questo ad esempio è l’obiettivo di Interspac, una società con 16 soci fondatori tifosi dell’Inter, raggruppati intorno all’economista Carlo Cottarelli, quello della famosa spending review, un professionista serio e stimato ma anche un tifoso nerazzurro."Perché i conti dei club sarebbero migliori con l'azionariato popolare? Perché si rimpiazzerebbe un debito con il capitale dei tifosi che non vuole essere remunerato", ha dichiarato a Tuttosport, "Attraverso la liquidità che il club riceverebbe, verrebbe ripagato per l'appunto quello che è debito per la società. Con l'azionariato popolare l'Inter non sarebbe stata costretta a vendere Hakimi o Lukaku? Bisognerebbe vedere caso per caso ma resta la certezza che se tu ogni anno risparmi 30 milioni di interessi, ti puoi permettere di fare molte cose". 

In sintesi perché non sostituire il portafoglio di un'unica persona con quello di migliaia di tifosi per sostenere le sempre maggiori spese che il calcio comporta? È una questione di sostenibilità. Sempre più rari sono i magnati, pronti a mettere in gioco le loro finanze per amore dei colori di un club calcistico. Ed allora, ecco ancora le parole di Cottarelli sull’Inter: “Dobbiamo essere grati alla proprietà attuale, ma non capisco perché quattro milioni e mezzo di italiani non possano fare insieme quello che fa un miliardario arabo o cinese”. In realtà l’attuale proprietà dell’Inter non ha ancora manifestato alcun interesse per l’iniziativa, preferendo cercare di vendere le proprie quote di controllo della società attraverso i normali canali, ossia cercando un acquirente unico, tanto che si sta profilando all’orizzonte un fondo arabo, che quindi rileverebbe l’intera quota di Suning, ma comunque un contatto con la società pare ci sia stato. E Cottarelli ed i suoi soci/tifosi starebbero lavorando per presentare il piano alla proprietà entro fine ottobre, anche se ha preannunciato che forse slitterà di qualche settimana. 

Un modello che finora non ha trovato applicazione, ma che in molti ritengono la vera soluzione ai problemi di sostenibilità del calcio (e dello sport in generale). E potrebbe essere una svolta per il nostro calcio in crisi.