Zampagna, l’abito non fa il monaco: “Io, tappezziere e tabaccaio. Ho rifiutato il Psg. La Nazionale di Lippi è il mio rimpianto”

Zampagna, l’abito non fa il monaco: “Io, tappezziere e tabaccaio. Ho rifiutato il Psg. La Nazionale di Lippi è il mio rimpianto”

Non è mai troppo tardi per far stropicciare gli occhi alla gente. Riccardo Zampagna ha esordito in A a trent’anni lasciando il segno con le sue prodezze sottoporta e la sua generosità operaia. Dopo il calcio l’attaccante ha cambiato vita, ma non ha smesso di sognare

di Simone Lo Giudice

Non è mai troppo tardi

Un giocatore alla rovescia, uno di quelli che non seguono un percorso regolare e che proprio per questo provano ancora più gioia quando possono dire di avercela fatta. Riccardo Zampagna è stato tante cose: tappezziere e bomber di provincia, un tabaccaio, oggi un allenatore che non ha smesso di sognare. L’abito non fa il monaco è un proverbio che vale per l’ex giocatore classe ’74: la notorietà non ha cambiato di una virgola Riccardo rimasto una “persona normale” come lui stesso ama definirsi. Terni è l’ombelico del suo mondo, ma Bergamo e Messina gli sono rimaste nel cuore. La Nazionale di Lippi è il grande rimpianto dell’operaio del gol Zampagna che oggi però ha tanti motivi per guardarsi indietro e sorridere.

Riccardo, come è stato smettere col calcio giocato?
È stato brutto perché quando smetti la tua vita cambia e a livello fisico diventi vecchio da un momento all’altro. Oggi ho due ernie e faccio punture e fisioterapia. Ho smesso nel 2010, ma ogni tanto gioco lo stesso qualche partita. Ho aperto qui a Terni la Scuola Calcio Riccardo Zampagna San Giovanni Bosco: abbiamo già 130 bambini iscritti. Sono super impegnato tutti i pomeriggi. Sto sempre in mezzo al campo, però mi manca il professionismo, alcune partite, gli allenamenti di un certo ritmo. Però ho fatto una vita da fortunato e ringrazio Dio per avermela fatta fare.

La sua carriera ad altissimi livelli è iniziata tardi: che tipo di percorso è stato?
Sì, è andata così. A 23 anni ero in C2 e ho fatto tutta la scalata fino alla C1, alla B e alla Serie A. È stata una carriera un po’ atipica rispetto a tutte le altre, un po’ diversa però credo che sia ancora più bella per questo motivo.

Da ragazzo lei non giocava solo a calcio, ma faceva anche il tappezziere: che cosa le ha dato questa esperienza?
Montavo tende da sole: era un lavoro abbastanza faticoso. Lavoravo al mattino e quando finivo il mio turno andavo a fare gli allenamenti col Pontevecchio, la società di Ponte San Giovanni una frazione di Perugia. All’epoca ero in D e facevo quattro allenamenti a settimana, il campionato era abbastanza impegnativo ed era diverso da quello di oggi. Ho allenato in D un po’ di anni fa: ho fatto il girone sardo e posso dire con certezza che quella dei miei tempi era più difficile. Oggi il livello tecnico si è abbassato e c’è stato un calo anche dal punto di vista fisico.

Pensa che la qualità si sia abbassata anche nelle altre categorie?
Sì, assolutamente: il livello si è abbassato tantissimo dalla Serie A in giù. Speriamo di riuscire a migliorarlo un pochino con questa scuola calcio. Oggi alcune partite sono belle da vedere, altre sono meno interessanti.

Perché il livello si è abbassato secondo lei? Sono state prese scelte sbagliate?
Penso che sia un discorso generazionale. Credo che sia colpa della scomparsa del calcio di strada. Quando ero bambino, mi arrampicavo sugli alberi e andavo sotto le macchine per recuperare i palloni e penso che faccia la differenza a livello motorio e di tecnica di base. Ai miei tempi eravamo tutti autodidatti. Oggi nelle scuole calcio si fa fatica a ripetere gli stessi movimenti, gli stessi gesti. Noi dobbiamo proporli di nuovo, ma non è facile: oggi i bambini stanno sempre davanti al telefonino o al computer.

Che cosa pensa dei giovani di oggi? Zaniolo della Roma ed Esposito dell’Inter ad esempio stanno facendo grandi cose…
Secondo me Zaniolo è un ottimo giocatore. Se parliamo di percentuali però oggi i buoni giocatori sono il 20%, vent’anni fa magari i calciatori di alto livello erano l’80%. Oggi facciamo tanta fatica: la percentuale di quelli bravi è diminuita drasticamente.

Per questa ragione la Nazionale italiana ha avuto così tanti problemi dopo il 2006?
Penso di sì. Io ho avuto la fortuna di vedere i Mondiali del 1982. Il tasso tecnico di quell’Italia era elevato, in panchina c’era un certo Antognoni. Poi abbiamo vinto di nuovo, ma non lo abbiamo fatto allo stesso modo. Penso che il Mondiale 1982 abbia fatto conoscere a tutto il mondo chi erano veramente i calciatori italiani: quella è stata la nostra massima espressione e da lì ci tocca ripartire.

Lei è stato vicino alla Nazionale ai tempi di Lippi?
Mi ricordo che era stata organizzata un’amichevole a Messina: all’epoca io ero capocannoniere in A, ma non sono stato convocato. Quella è stata l’unica partita in cui avrei potuto fare anche 5 minuti: mi sarebbe piaciuto molto indossare quella maglia. In quel momento sono stato molto vicino alla Nazionale e non so perché non sono stato convocato. Me lo sarei meritato. Ho questo rammarico: in quel momento qualcosina di buono lo avevo fatto…

Si ricorda quale era l’amichevole?
No, l’ho rimossa dalla testa perché ci sono rimasto veramente male: a distanza di anni sto male quando me lo ricordo, anche se oggi ho 45 anni e ho una mentalità diversa. È una cosa che brucia ancora.

Lei ha realizzato reti spesso strepitose in Serie A: come nasceva un gol alla Zampagna?
Io facevo reti pazzesche anche in allenamento: è sempre stata una mia caratteristica cercare gol belli. Mi esercitavo a fare rovesciate e non nascondo che magari durante la partita mi veniva più facile provarle. Però per preparare le rovesciate devi allenarti da solo: bisogna avere tempo, istruttori e preparatori atletici a disposizione. La mia pazzia si intravede anche nel primo gol che ho realizzato in A: in Messina-Roma ho fatto il pallonetto a Pelizzoli, è servita un po’ di follia per fare un gesto tecnico del genere. Oggi come oggi non lo rifarei, se all’epoca avessi avuto la maturità di oggi avrei cercato di tirarla bassa. Però se non avessi fatto quel gesto non saremmo qui a raccontarlo.

Il pallonetto era un marchio di fabbrica di Totti: le ha mai detto qualcosa per i suoi gol?
Francesco mi ha premiato con l’Oscar del Calcio per il gol che ho segnato in Fiorentina-Atalanta nel 2007. Quella volta c’erano anche Kakà e Ronaldo. Mi avevano detto che erano così flessibili per fare un gesto tecnico come quello: io avevo segnato con una rovesciata a pallonetto. Quando ho fatto il mio primo gol in A alla Roma, Totti era in tribuna a Messina e l’ha visto molto bene…

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