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Behrami: “Italia, segui il modello Svizzera! Dopo aver smesso sono felice, la salute mentale va tutelata”

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La casa e i ricordi lasciati in Kosovo, lo sgambetto alla Turchia quando era solamente un ragazzo e poi quattro Mondiali bellissimi dove c'è stato tutto tranne il lieto fine. Oggi Valon Behrami ha 37 anni e finalmente sta bene con se stesso

Simone Lo Giudice

L'orgoglio kosovaro di Kosovska Mitrovica e il rigore svizzero di Stabio, in una parola sola: Valon Behrami. La sua storia ricorda quella di tanti ragazzi strappati alla guerra e costretti a mettere radici altrove. A 1500 chilometri di distanza dove si vive il presente progettando il futuro. Behrami ha scelto la Svizzera e il destino ha scelto lui, l'ex ragazzo che faceva atletica e ha scoperto il calcio per caso innamorandosene perdutamente. Nel 2005 Valon ha segnato un gol storico nello spareggio con la Turchia: così è iniziata la saga mondiale della nazionale elvetica che dura fino ad oggi, a discapito anche della nostra Nazionale che ha visto il Qatar in tv. Oggi Behrami vive il suo primo Mondiale da ex calciatore nella sua nuova vita piena di sorrisi e cose belle.

Valon, come va la sua nuova carriera da commentatore?

Molto bene! Lavoro a Lugano per la RSI. Mi muovo spesso tra Udine, dove abito, Milano e la Svizzera. È un'esperienza particolare, è il primo Mondiale che vivo dall'altra parte. È bello seguire tutto, ma il Mondiale lo si vede a prescindere. Simpatizzo per la Svizzera ovviamente.

Che cosa le hanno lasciato i quattro Mondiali con la Svizzera?

Purtroppo non siamo riusciti a superare lo scoglio degli ottavi di finale. Siamo rimasti un po' incompiuti. Avevamo qualità giuste per fare il salto e arrivare ai quarti: era il mio grande desiderio. Nel 2006 siamo usciti agli ottavi, nel 2010 nella fase a gironi, nel 2014 siamo stati sconfitti dall'Argentina ai supplementari sempre agli ottavi. Nel 2018 eravamo al top della maturità, per questo resta l'amaro in bocca per la gara persa contro la Svezia. È stato fallimento, anche se giocare un Mondiale è la cosa più bella.

Com'è cambiato il calcio svizzero dal 2006 al 2018?

Sono stati fatti grandissimi investimenti sui settori giovanili. I premi economici conquistati dalla Svizzera con le partecipazioni a Mondiali ed Europei sono stati spesi per creare qualcosa di speciale. Qualificarsi alle massime competizioni internazionali con continuità è stato decisivo. Quando avevo 15 anni mi sono ritrovato circondato da uno staff incredibile, c'era una persona che mi seguiva e mi ha aiutato tanto dal punto di vista mentale. Mi sono fidato di lui. La Svizzera ha raccolto il frutto di questo lavoro.

Anche la multietnicità è stata una chiave vincente?

Essere una nazionale alimentata da tante culture diverse è stato un vantaggio. Tanti di noi non sono nati in Svizzera, ma ci sono cresciuti. La Svizzera è multietnica ma è costruita dagli svizzeri. Non abbiamo mai avuto un fenomeno, ce la siamo giocata però mettendo in campo tante culture differenti: questo mix di grandi qualità umane ci ha permesso di alzare il livello del nostro calcio.

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L'Italia dovrebbe seguire il modello della Svizzera? Voi ci avete beffato nelle qualificazioni al Mondiale 2018...

Sono stati decisivi piccoli episodi: penso ai calci di rigore sbagliati da Jorginho. L'Italia ha vinto l'Europeo ed è arrivata in ritardo sulla preparazione per le qualificazioni mondiali. Anche il pareggio con la Bulgaria è costato caro. In Italia si parla di giovani, si dice che bisogna avere il coraggio di metterli in campo. Secondo me i ragazzi devono arrivare pronti per giocare. Se uno è bravo io lo schiero e basta, non mi serve coraggio per metterlo in campo. Se sei bravo ti fanno giocare ovunque, l'età non c'entra niente.

Quali sono i principali problemi del calcio italiano?

Mancano qualità e mentalità. In Belgio ad esempio i ragazzi che giocano stabilmente guadagnano pochissimo. In Italia invece i giovani che hanno totalizzato cinque-sei presenze in Serie A e hanno strappato un contratto pesante spinti dai procuratori, ora guadagnano però non riescono a giocare con continuità. Poche squadre riescono a pagare certe cifre. Questo blocca la crescita.

Passando al Mondiale: il vostro girone del 2022 è quasi identico a quello del 2018...

Ci sono ancora Brasile e Serbia, gli equilibri sono simili. Pensavamo che saremmo arrivati a giocarci la qualificazione contro la Serbia. La partita di stasera sarà decisiva. Già nel 2018 questa gara è stata condizionata da tensioni politiche, è un fattore che carica ulteriormente l'incontro. Ci saranno Granit Xhaka e Xherdan Shaqiri, i due che avevano esultato mimando l'aquila. Sarà dura, troveremo una Serbia che sogna calcisticamente la vendetta, nel loro Paese caricheranno tantissimo questa gara.

La Svizzera del 2022 somiglia a quella del 2018?

Ha quasi la stessa ossatura, ma ci sono tanti nuovi ragazzi. La Svizzera di oggi ha più qualità e meno esperienza dal punto di vista emozionale. Io, Stephan Lichtsteiner e Blerim Dzemaili avevamo personalità nella gestione di determinate situazioni e soprattutto un carattere forte. Con Stephan ci litigavo anche da compagno di squadra, con Blerim era uguale. Abbiamo perso qualcosa, però abbiamo guadagnato in qualità: penso a Manuel Akanji che gioca nel Manchester City, un giocatore incredibile.

Che idea si è fatto del Brasile l'ultimo avversario della Svizzera? È il grande favorito?

Finora abbiamo visto un Mondiale senza padroni. Questo Brasile non è né fantasioso né imprevedibile, però è equilibrato. Contro la Svizzera si è concentrato molto sulla fase difensiva. Non ha rischiato mai dietro, poi davanti si inventa sempre qualcosa con tutti i suoi fenomeni. Quando le gare diventeranno ad eliminazione diretta, verranno fuori i valori. In questo Mondiale le squadre che pensano solo a difendersi e speculano alla fine un gol lo prendono, rispetto al passato non paga più solamente la tattica.

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Lei ha segnato un gol decisivo alla Turchia per andare al Mondiale 2006: come ha vissuto quel momento?

Prima di quella rete non mi conosceva nessuno. Non ero pronto per quel tipo di attenzione mediatica. Tutti pensavano che fossi il nuovo fenomeno del calcio svizzero, ma le cose non stavano così. Quel gol da un lato è stato positivo perché è stato decisivo per tornare al Mondiale, dall'altro mi ha messo in una situazione difficile da gestire e ha condizionato le mie stagioni successive dove ho faticato a farmi capire. Le mie performance non sono state all'altezza delle aspettative allora troppo grandi nei miei confronti.

Lei è nato in Kosovo ma è cresciuto in Svizzera: è stata la sua ricchezza?

Chi è nato in Svizzera porta con sé disciplina e ordine. Io e gli altri miei compagni condividevamo questa cosa e la nostra cultura d'origine più calda e istintiva, molto orgogliosa. Quando siamo riusciti a trovare il giusto mix è andato tutto alla grande. A volte è stata dura la gestione delle sconfitte perché c'era qualcuno che se la prendeva con noi. Ci rinfacciavano di essere nati altrove.

Come si è innamorato del calcio?

Ho cominciato facendo atletica, correvo tanto da ragazzo. La corsa però è una continua lotta contro se stessi e fa provare poche emozioni. Un giorno mancava un uomo nella squadra di un mio amico, mi ha chiesto se volessi giocare. Ho segnato due gol, abbiamo vinto 2-0. Ho provato un'emozione grandissima. Una rete in allenamento mi emozionava più di cinque giorni di corsa.

Che mestiere facevano i suoi genitori? 

Mio padre e mia madre lavoravano in Kosovo, quando è iniziata la guerra però siamo scappati. Mio padre era capo azienda di una fabbrica, mia madre faceva la segretaria. In Svizzera però i loro attestati professionali non valevano, allora sono stati costretti a ripartire dal basso. Mio padre ha fatto l'operaio, mia madre la donna delle pulizie. Poi io ho avuto la fortuna di giocare a calcio e quando ho cominciato a guadagnare sono riuscito a farli smettere di lavorare.

A quale piazza in Serie A è rimasto legato di più?

Per lo spirito dico Napoli: se ci vai una volta poi non te la scordi mai. In quegli anni calcisticamente avevo raggiunto il massimo, li ho vissuti in maniera speciale. A Napoli ti fanno vivere tutto a mille, quello è stato il momento più bello della mia carriera.

Il Napoli di oggi è più forte rispetto a quello di allora?

Non c'è partita. Noi avevamo Edinson Cavani, Marek Hamsik e Lorenzo Insigne che alzavano il livello. Per il resto era un Napoli di tanti lottatori. Oggi è una squadra completa e vincente in Europa. Penso che possano finalmente conquistare lo scudetto.

Ci sono somiglianze tra lo stop per il Mondiale 2022 e quello per la pandemia da Covid nel 2020?

Possono essere paragonabili. Per certe squadre la sosta arriva al momento giusto, Napoli compreso che aveva speso tante energie. Prendersi una pausa permette di riflettere su quello che è stato fatto e su quello che devi fare. Lo stop fa benissimo alla Juventus.

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Lei ha subito due gravi infortuni: uno in Premier League, uno in Serie A. Quanto è stato condizionante?

Tantissimo, mi ha fatto soffrire molto mentalmente. Da quando ho smesso sono un'altra persona. Da giocatore ero sempre in ansia per le mie condizioni fisiche. Ho avuto parecchi infortuni, tanti problemi alle cartilagini delle ginocchia, cose che ti rovinano l'umore. Ho condizionato chi mi è stato accanto nella mia vita. Oggi mi chiedono perché sono sempre sorridente. La risposta è facile: da giocatore avevo sempre un carico mentale troppo grande sulle spalle. Quando sei infortunato non ti godi niente perché pensi a come tornerai in campo. Da calciatore vivi in una bolla. Soffri, ma parlarne è difficile. Le difficoltà mentali non vengono accettate nel calcio, chi sta male viene messo da parte. Da giocatore mi scaldavo con poco, ero sempre nervoso e giù di morale.

Perché la debolezza non viene accettata nel calcio?

Quando stiamo male tutti dicono che, considerato lo stipendio che prendiamo, non ci è concesso essere giù. Quando senti quelle parole smetti di aggiungere altro. Da calciatore non puoi permetterti di cadere, smetti di essere un umano e diventi un robot.

Gonzalo Higuain ha smesso e vuole dedicarsi alla tutela della salute mentale: lei vorrebbe fare altrettanto?

Mi interessa, ma manca ancora l'apertura necessaria. Di quelli che hanno avuto problemi si perdono le tracce. Prima i club escono con un comunicato per dimostrare sostegno, dopo sei mesi il calciatore deve partire. A 19 anni devi comportarti come un 36enne, poi ci sorprendiamo perché i calciatori ventenni nelle serate libere finiscono ubriachi. I problemi vengono mascherati mettendosi a bere. Chi non riesce a parlare si butta sull'alcol. I compagni sono rivali, a casa non riescono a capire che cosa provi. Nel calcio devi essere il maschio alfa, se non lo sei significa che non sei forte abbastanza per reggere il peso del business. C'è concorrenza.

Non la vedremo mai allenatore?

Ho preso il primo patentino, ma le mie sensazioni provate finora sono state fredde. Farlo significherebbe rientrare nel frullatore e io non riuscirei a tornare alla vita di prima. Allenare vorrebbe dire portare avanti di nuovo lo stesso stile di vita di un calciatore.