Tøfting, il cattivo che non dimentica: “Mio padre ha ucciso mia madre e poi…”

L’ex centrocampista danese di Amburgo e Bolton ringrazia il calcio perché lo ha salvato. Nessuno scorda quel suo aspetto da duro, dovuto a un’infanzia molto difficile…

di Redazione Il Posticipo

Stig Tøfting non è passato alla storia, ma il suo l’ha fatto: una onestissima carriera da mediano tutto cuore e temperamento tra Amburgo e Bolton e soprattutto con la maglia della Nazionale danese. Tanti chilometri e molte avventure, ma pochi trofei: chi lo dice però che per un calciatore vincere sia l’unica cosa che conta? In fondo a Tøfting il calcio ha dato una seconda vita, dopo aver perso entrambi i genitori quando aveva appena 13 anni. Nessun incidente dietro la loro scomparsa, ma solo una brutta storia che però continua a perseguitare l’ex centrocampista, che oggi vive in una casa immersa nel verde del sobborgo di Viby vicino alla città danese di Aarhus.

DOPPIA SCOMPARSA – Sabato 30 luglio 1983 tutto cambiò per sempre, come racconta l’ex centrocampista al Daily Mail: quel giorno il piccolo Stig corse a casa per raccontare ai suoi genitori che il giorno dopo avrebbe giocato la finale di coppa con l’Aarhus Juniors. Nessuno dei due però si affacciò alla finestra della cucina per salutarlo: una volta in casa trovò a terra il corpo del padre Paul in una pozza di sangue, con un fucile da caccia di fianco a lui e più in là anche la madre Kirsten. Più tardi si sarebbe scoperto che il primo aveva sparato alla seconda prima di uccidersi: “Perdere i tuoi genitori, a 13 anni, ti lascia il segno. Vivo tuttora con il ricordo di quel giorno. Se fossi rimasto a casa forse avrei potuto impedire a mio padre di uccidere mia madre, ma forse sarei morto anche io e non sarei qui oggi…”.

IL CALCIO LO HA SALVATO – Oggi Stig Tøfting è un nonno di 49 anni che porta con sé le cicatrici di quella scomparsa: “Il giorno dopo scelsi di giocare. Avevo perso i genitori 18 ore prima, ma non avevo alcun dubbio. Vincemmo e io fui l’uomo partita”. Una storia di riscatto che forse non sarebbe mai arrivata senza lo sport: “Il calcio mi ha salvato. Quando giocavo niente poteva mandarmi in crisi. Sono stato anche da un psicologo… Ma quando scendevo in campo, ero nel mio mondo. Riuscivo a lasciare fuori tutto il resto”. La storia dell’omicidio-suicidio è rimasta un segreto per molti anni fino alla vigilia del Mondiale 2002 in Corea del Sud e Giappone, quando una rivista danese la mise in prima pagina e per questo motivo l’editore fu licenziato. “Io e mia moglie facemmo allontanare i nostri figli dalla televisione, ma fummo costretti a raccontarglielo una volta tornati a casa. Quella storia farà parte di me per sempre”. E con essa per fortuna anche il calcio, che ha salvato quel ragazzino di 13 anni di nome Stig.

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