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Terlizzi story: “Potevo andare al Milan e alla Juve. Vi racconto il mio Catania, il sogno è finito perché….”

Quel senso di borgata che altrove non si trova, un record che resiste da quindici anni, il bisogno di fare sempre ciò che fa stare bene. Christian Terlizzi ha 42 anni e cerca il suo nuovo posto nel mondo, magari ancora con il pallone tra i piedi

Simone Lo Giudice

Il sole sempre, la bella gente pure. Aria di borgata a Roma tra Anni '80 e '90: Christian Terlizzi l'ha respirata fin da piccolo e gli è rimasta dentro. Suo padre è stato un portiere, lui un difensore con l'anima da attaccante. Ha trovato la sua destinazione a più di 400 chilometri dalla Capitale, in Sicilia, tra piazze calde e gente vera, nei primi anni Duemila. A Palermo ha segnato ed esultato insieme ai futuri campioni del mondo. A Catania ha respirato di nuovo l'aria di casa, sul campo poi ha fatto la storia prima contro José Mourinho e poi agli ordini del Cholo Simeone. Sono passati dieci anni da allora, il pallone in Sicilia non rotola più come un tempo, ma le storie grandi e belle non si cancellano. Christian è rimasto il ragazzo di allora. Quello che sognava di fare il calciatore per amore e per nessun'altra ragione al mondo.

Christian, che cosa ha fatto dopo il calcio giocato?

Giorni fa mi è stato chiesto di commentare Palermo-Bari di Serie C: è stata la mia prima esperienza come commentatore. L'anno scorso ho allenato l’Under 16 della Lazio. Per mia scelta l’impegno non è andato avanti quest’anno. Dopo il calcio non è facile ricominciare. Devi iniziare una nuova vita. Hai le idee un po’ confuse perché potresti fare tutto e niente. Mi sono preso un po’ di tempo e mi sono dedicato alla New Team, la mia scuola calcio. È venuto fuori anche qualche ragazzo di prospettiva. Sono contento.

Ha avviato anche qualche attività? 

Ho fatto investimenti immobiliari: alberghi e bed and breakfast, ristoranti. Ho investito in Sicilia e nel Lazio. Non devo vivere per forza di calcio, lo devo fare come dico io. E mi deve fare stare bene.

Mi racconta il suo rapporto con Roma?

Non ho giocato né per la Lazio né per la Roma, ma sono stato vicino ad entrambe. Dopo l’anno di Palermo dovevo firmare con i giallorossi, alla fine mi sono trasferito alla Sampdoria. L’anno prima invece stavo per chiudere con i biancocelesti, ma Zamparini ha scelto di trattenermi a Palermo.

Come è nata la sua passione per il calcio?

In mezzo alla strada come si usava una volta. Un giorno mio padre ha saputo che erano in programma dei provini alla Lodigiani, la terza squadra di Roma. Mi piaceva giocare in difesa e in attacco. Quando sono andato volevo dire che facevo il portiere, lo stesso ruolo di mio padre da giovane. Mia madre me l’ha sconsigliato perché i portieri si prendevano sempre un sacco di insulti. Allora ho detto che facevo il difensore. Ho esordito in Serie C1 a 16 anni, poi purtroppo mi sono rotto il ginocchio sinistro.

È stato difficile ripartire?

Ero giovane, avevo 17 anni. Mi ero rotto il legamento anteriore e quello posteriore. Sono stato costretto ad andare dal Prof. Mariani. Era un’operazione delicata nel '97. Poi ho avuto un infortunio alla caviglia. La Lodigiani non ha più creduto in me, così ho cominciato a girare in Serie D. Ho fatto un’esperienza di 4-5 mesi in Serie A a Malta, ci sono stati problemi societari e sono tornato in Italia. Poi ho conosciuto il mio futuro procuratore Paolo De Nicola: mi ha detto che a Teramo cercavano un difensore. Mi hanno fatto allenare, dopo tre giorni ho firmato un contratto di quattro anni. Poi mi hanno venduto al Parma di Arrigo Sacchi: il club giocava in Serie A, allora mi ha girato in C al Cesena del direttore Rino Foschi.

Dopo il Cesena lei è andato a Palermo: che cosa le è piaciuto della Sicilia?

È diventata la mia seconda casa. Ho passato belle stagioni tra Palermo, Catania e Trapani. Ho ritrovato un po’ la mia Roma, quel senso di borgata, la confusione, il sole, le persone belle e socievoli. Mi ha fatto sentire a mio agio. Ho conosciuto Maurizio Zamparini nel ritiro estivo. Io e Simone Pepe facevamo parte del gruppo di giovani della squadra. Il presidente non sapeva nemmeno il nome di alcuni giocatori che aveva comprato, a tavola chiedeva informazioni a Foschi, l’uomo mercato del club.

Com’è svoltata la sua avventura a Palermo? 

Silvio Baldini ha creduto in me anche se ero un giovane che veniva dalla C. Purtroppo poi mi sono fatto male, ho avuto un problema al ginocchio e sono rimasto fuori per cinque-sei mesi. Ricordo la bellissima festa per la promozione allo stadio Renzo Barbera e il concerto dei gemelli Filippini che suonavano Vasco Rossi e Ligabue. C’era anche Andrea Gasbarroni: nessuno sapeva imitare Vasco come lui.

 (Photo by New Press/Getty Images)

C’erano tanti futuri campioni del mondo: anche lei ha cullato il sogno-convocazione?

In quel Palermo ho trovato anche altri due grandi giocatori che non hanno il Mondiale, Eugenio Corini e Lamberto Zauli: il primo mi dava sempre consigli, il secondo era un talento mostruoso. Anche io dovevo andare in Nazionale per disputare un’amichevole prima del Mondiale, qualche giorno prima però mi sono stirato e non sono stato più convocato.

Che ragazzi erano Luca Toni e Fabio Grosso?

Fantastici e silenziosi. Luca scherzava sempre, ma lo faceva in maniera graziosa. Era un uomo genuino e leale. C’erano anche Andrea Barzagli, Cristian Zaccardo e Simone Barone: altri campioni del mondo. Quel Palermo era davvero una grande squadra.

Era difficile capire quello che diceva Gigi Delneri? 

A volte sì, però era il suo modo di trasmettere il suo messaggio alla squadra. Quando c’erano adrenalina e foga era ancora peggio. Delneri è stato l’allenatore più forte che ho incontrato nella mia carriera. È un uomo troppo buono, forse per questa a Roma è durato poco. Era molto leale e molto preparato. Molti allenatori hanno studiato le idee calcistiche di Delneri: Spalletti e Sarri su tutti.

Nel 2005-06 lei ha segnato quattro goal nelle prime quattro giornate: numeri da bomber?

Ho sempre avuto il vizio del goal. In allenamento a volte facevo l’attaccante. Quei quattro goal sono stati importanti perché hanno portato dieci punti alla squadra. Ho fatto registrare un record che resiste dal 2005 e ne vado fiero.

Dopo Palermo lei è passato alla Sampdoria: che cosa non ha funzionato?

Quando ho firmato ero certo di aver chiuso con una grande squadra. Mi portavo dietro un problema fisico, l’ho fatto presente al preparatore. A settembre ho giocato l’amichevole Italia-Croazia: quando sono tornato a Genova i problemi sono peggiorati. Ho dovuto affrontare due operazioni alla schiena.

È stato vicino anche ad altre big?

Nel gennaio 2006 dovevo andare al Milan. In un’intervista Alessandro Nesta aveva detto che mi vedeva come suo erede. Per Lazio-Palermo alloggiavamo sul Lungotevere. Un procuratore era venuto a cercarmi per riferirmi l'interesse del Milan. Quell’agente avrebbe dovuto chiudere l’operazione. Gli ho risposto che ero arrivato in A con Paolo De Nicola e che avrebbe dovuto sentire lui. Poi non se ne è fatto niente.