calcio

Santacroce l’agente-allenatore: “Io mai alla Juve per non tradire la mia Napoli, mi voleva Guardiola al Barça”

Un'anima sudamericana, la città perfetta per lasciarla volare leggera, un pallone che sbatte contro il muretto di un quartiere. Oggi Fabiano Santacroce ha 34 anni e continua a mettersi in gioco come quando faceva il calciatore

Simone Lo Giudice

I piedi in Italia praticamente da sempre, il Brasile nel cuore e stampato sul sorriso. Storia di Fabiano Santacroce: il ragazzo cresciuto sulle rive di un lago lombardo, lanciato a Brescia da un maestro boemo, diventato uomo nel Golfo di Napoli al fianco del compagno fraterno Marek Hamsik. Nella città più sudamericana d'Italia, terra di desideri cullati con amore e realizzati ma anche di ambizioni infrante sul più bello, Santacroce ha messo radici e si guarda intorno. Per le strade di Napoli ci sono ancora bambini che calciano il pallone contro il muro tutto il giorno. Fabiano li prende per mano e sogna in grande insieme a loro nella sua seconda vita.

Fabiano, che momento sta vivendo? Com'è nata l'idea di fare l'agente-allenatore?

Stiamo vivendo un momento molto strano. Non sono ufficialmente un procuratore. È qualcosa di diverso. Da calciatore mi sarebbe servita avere una persona al mio fianco che mi aiutasse in campo e fuori. Come procuratore seguo tutto ciò che succede fuori dal rettangolo verde, come allenatore ho preso il patentino e metto la mia esperienza a disposizione dei ragazzi. Voglio aiutarli sul campo, è quello che mi piace fare di più. Analizzo le partite, guardo gli allenamenti, riempio di consigli i ragazzi. Cerco di fargli tenere la testa sgombra così possono pensare solo a giocare.

Napoli è ancora la sua città? Va a scoprire i ragazzi nei quartieri più difficili?

Mi sono fermato a Napoli: qui sono nate due mie figlie e l'ho scelta come città. Voglio dare una possibilità a chi rischia di prendere un altro tipo di strada, ci sono tanti ragazzi che hanno bisogno di una mano. A Napoli ci sono i migliori giovani d'Italia. Qui trovi ragazzini che giocano in mezzo alla strada, c'è ancora il calcio nostalgico che ci piace. Ci sono ragazzini che passano tutto il pomeriggio davanti ad un muretto: è bello. Però il lato negativo di Napoli può portarti altrove. Cerco di dare mentalità a questi ragazzini. Gli dico sempre che il percorso è duro e lungo, ma che può dare tante soddisfazioni a loro e alle loro famiglie.

Pochi mesi fa è morto Maradona: Napoli come ha vissuto questa scomparsa?

Ricordo una città triste. Maradona era il simbolo del riscatto dei napoletani. Diego ha portato qualcosa che nessuno si aspettava, è idolatrato. Ha un grande significato per tutte le persone. Anche chi non lo ha mai visto giocare ne parla benissimo. Napoli è stata in lutto, per due giorni non si è parlato d'altro. Il popolo napoletano è fantastico sotto questo punto di vista. Ho un lato brasiliano, qui ho trovato l'ambiente perfetto perché Napoli è un po' sudamericana come me.

 (Photo by New Press/Getty Images)

(Photo by New Press/Getty Images)

Che ne pensa del Napoli di Gattuso? Troppe critiche?

Sono stato uno dei pochi che ha continuato a difenderlo. Gattuso ha commesso qualche errore, però gli è accaduto di tutto questa stagione. Ha perso giocatori chiave tutti insieme, c'è stato un blackout per un mese e mezzo. Rino poi ha avuto problemi personali: il lutto della sorella, il problema all'occhio. Non è stato difeso nella giusta maniera. Stampa e tifosi non sono stati corretti nei suoi confronti. Mi fa piacere sentire  la gente che adesso ne parla bene.

Il Napoli è una squadra da terzo posto?

Questo Napoli può battere chiunque. All'inizio della stagione lo consideravo il club favorito per lo scudetto. La rosa è buona, ma non può fare a meno di elementi come Mertens o Demme. Ci sono giocatori troppo importanti dal punto di vista tattico e da quello mentale. Insigne per fortuna ha fatto un'annata pazzesca, si è espresso a livelli superlativi, è riuscito a tenere uniti un po' tutti.

Come è nato calciatore? Aveva un mito da bambino?

Il mio mito è stato Ronaldo il Fenomeno. Vedere un attaccante così ti fa innamorare del calcio. Facevo tanti sport: atletica, judo, nuoto. Pure  boy scout, la mia mamma non riusciva a farmi stare fermo. Ho scelto il calcio perché era lo sport che mi divertiva di più. Ho vissuto poco in Brasile, siamo partiti quando avevo tre anni e mezzo. Siamo arrivati in Italia. Sono tornato più volte a vedere la famiglia di mia madre.

Lei è l'unico sportivo della sua famiglia?

Sono uno degli sportivi di famiglia. Mio zio ha giocato nella Serie A brasiliana, mio cugino ha indossato la maglia della nazionale giapponese facendo un'esperienza unica. Ci è andato da giovane, si è sposato, ha avuto figli e ha preso la cittadinanza. Ha giocato pure il Mondiale 2002.

Che cosa le ha insegnato Stefano Borgonovo?

Stefano ha significato tanto per me. Lo ricordo con affetto. Era speciale, aveva tanta voglia di vivere e di divertirsi, mi ha insegnato la passione vera per il calcio: il divertimento come prima cosa e il lavoro al tempo stesso. Dopo l'allenamento col Como si fermava a fare l'uno contro uno, si divertiva con me. Mi ha insegnato a lavorare col sorriso e ad avere la consapevolezza che il calcio è un gioco prima di  tutto.

Quanto le fa piacere rivedere il Como in Serie B?

Tantissimo. Il Como ha significato tutto, è stata la mia prima squadra. Con quella maglia ho esordito in C. Ho avuto tanti bravi allenatori che mi hanno insegnato molte cose. Oggi è tornato il direttore delle giovanili che c'era ai miei tempi, stanno facendo veramente un grande lavoro.

Potresti esserti perso