Psg-Basaksehir, per Webò la discriminazione è un problema da molti anni: “Ho subito razzismo in Spagna quando insultare era una moda”

Pierre Webò del Basaksehir sta diventando l’immagine delle serata di Champions di martedì. L’episodio di Parigi fa riemergere vecchie dichiarazioni dello stesso ex giocatore che parla degli insulti subiti anche in Spagna.

di Redazione Il Posticipo
webo

A Parigi si è scatenata una bufera. L’episodio che ha fatto rimandare la partita tra Paris Saint-Germain e Istanbul Basaksehir sta generando una tempesta mediatica nella quale molti dei protagonisti e non solo stanno cercando di dire la propria. Tra questi c’è Pierre Webó, ex giocatore ed oggi membro dello staff degli arancioni di Istanbul. Lui e Demba Ba sono stati i primi a scagliarsi contro il quarto uomo e a richiamare l’attenzione dell’arbitro sulla vicenda.

RAZZISMO – Come riporta Marca, l’ex giocatore di Leganés, Osasuna e Maiorca aveva già ampiamente denunciato il razzismo nel 2012, parlando di quando giocava nel il club delle Baleari. “Ho ricevuto insulti razzisti nel campionato spagnolo, quando era di moda farlo“. Webó si è infastidito molto a sentire quella parola pronunciata dal quarto uomo ma a quanto pare, detta dai suoi ex compagni non lo infastidiva troppo. Chiaro, si tratta di differenti contesti e relazioni. “Mi chiamano nero con grande affettoSe la Spagna è un paese razzista? Sono usanze, e se non le conosci quando arrivi dall’estero, non capisci. Le persone mi hanno trattato in modo fenomenale a Palma e a Pamplona, ​​ma siamo dei privilegiati. Forse mi rispettano tanto per il mio lavoro“.

Istanbul Basaksehir’s French forward Demba Ba (C) celebrates scoring his team’s first goal during the UEFA Champions League football match group H, between Istanbul Basaksehir FK and Manchester United, on November 4, 2020, at the Basaksehir Fatih Terim stadium in Istanbul. (Photo by OZAN KOSE / AFP) (Photo by OZAN KOSE/AFP via Getty Images)

IL CONTESTO – Ma Webó continua a spiegare che il razzismo nelle persone varia da contesto a contesto. “Ci vedono con un’altra faccia, non come un muratore di colore. Le persone che hanno un lavoro normale, di quelli da otto ore al giorno sono quelle che soffrono davvero. A chi è appena arrivato nel nostro campionato, per potersi adattare, dobbiamo spiegare le usanze“. In ogni caso, spiegazioni linguistiche e culturali a parte, bisogna dolorosamente constatare che da quei tempi ad oggi non ci sono stati chissà quali passi avanti su questa tematica. È vero, ci sono molte più campagne di sensibilizzazione a riguardo ma sembra che il calcio da solo non possa occuparsi e risolvere questa problematica così importante dal punto di vista sociale.

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