Pistone, dal calcio alle piadine: “Io oggi tra bancone e panchina. L’Inter è la squadra del futuro, la Juve un carro armato. All’Everton paura per Gascoigne”

Pistone, dal calcio alle piadine: “Io oggi tra bancone e panchina. L’Inter è la squadra del futuro, la Juve un carro armato. All’Everton paura per Gascoigne”

Milano nel cuore, l’Inghilterra nel destino: Alessandro Pistone ha realizzato i suoi sogni con la maglia dell’Inter sulle spalle e sui campi inglesi tra lunghe sgroppate e battaglie fino all’ultimo secondo. Oggi l’ex terzino vive nella sua città d’origine tra piadine romagnole, caffè al bancone e sessioni di allenamento insieme ai suoi ragazzi.

di Simone Lo Giudice

Gli anni all’Inter

Una presenza discreta, uno di quelli che alle parole preferiscono i fatti. Alessandro Pistone oggi è per tutti i suoi clienti “Ale”: nel 2010 l’ex terzino è diventato il socio investitore di un locale vicino alla stazione di Milano Centrale specializzato nella piadina romagnola. Col tempo “Ale” ci ha preso sempre più gusto in questa sua seconda vita e oggi è l’uomo brizzolato dietro al bancone, il suo nuovo terreno di gioco dove può fare due chiacchiere tra un caffé, un conto in cassa e molto divertimento. Le interviste non gli piacciono granché, ma quando parla di calcio gli brillano ancora gli occhi. Per un milanese come lui giocare nell’Inter è stato un sogno, ma anche una responsabilità. L’Inghilterra lo ha fatto sentire vivo, quando ha chiuso col calcio giocato però ha scelto di ritornare al centro della sua Milano dove parte la sua seconda vita come allenatore, tra un turno e l’altro al bancone del suo locale.

Alessandro, come è nata l’idea di aprire un locale?

È iniziato tutto per scherzo. Mi è stata proposta l’idea e mi sono buttato in questa nuova avventura. All’inizio ero distaccato: ero solo socio investitore, poi ho iniziato a passare qui dentro sempre più tempo. Mi piace e mi diverto.

Preparate piadine, ma lei sta soprattutto dietro al bancone: è l’uomo del caffè…

Sì, mi piace perché adoro il contatto con la gente e scambiare due chiacchiere con le persone. La maggior parte sono degli habitué, persone che lavorano negli uffici che ci sono in questa zona di Milano.

Come è stato tornare a Milano e fare una vita diversa da quella del calciatore?

Io sono tornato a Milano perché qui avevo tutto: famiglia, amici e interessi. Quando ho smesso mi sono ritrovato in un’altra vita. Sono uscito da un ambito che conoscevo bene, fatto di ripetizione: ero abituato ad alzarmi ad una certa ora e ad allenarmi tutti i giorni. Smettere non è facile perché ti ritrovi improvvisamente nella vita delle persone “normali”. Non si può dire la stessa cosa per quelli che restano nel mondo del calcio.

La vita cambia in meglio oppure in peggio?

Cambia in peggio. Quando stacchi ti rendi conto di quanta fortuna hai avuto ad aver fatto parte del mondo del calcio: un mondo dorato soprattutto se hai fatto il calciatore ad alti livelli, circondato da persone che hanno fatto le cose per te.

Quale è stata la cosa più strana che ha fatto e che non era abituato a fare?

Se ti imbatti in un’attività imprenditoriale, capisci che ci sono tante cose che un tempo non avresti saputo affrontare. Sono stato sfortunato perché, appena sono tornato a Milano, mio padre è mancato. I genitori sono figure di sostegno. Avevo cominciato a fare una vita che per la maggior parte della gente è la normalità, ma che per me non lo era. Ero giovane e non volevo restare fermo: mi è piaciuta l’idea del locale e mi ci sono buttato.

Che cosa significa per un milanese giocare nell’Inter?

Giocare in un top club è l’ambizione di tutti quelli che intraprendono questa carriera. Giocare in una delle due squadre della propria città ha i suoi pro e i suoi contro. Hai raggiunto un traguardo importante, però le persone ti conoscono e in alcuni momenti diventa complicato.

Lei si è fatto le ossa a Vicenza prima di arrivare all’Inter…

Ero stato acquistato dal Vicenza per fare un anno con la Primavera poi da lì ho cominciato a girare prima in C2 a Solbiate Arno. Poi in C1 nell’anno del servizio militare sono andato prima alla Sambenedettese che però è fallita e poi a Crevalcore che era vicino alla caserma di Bologna. Quindi sono tornato al Vicenza in Serie A: a luglio sono partito con la squadra per il ritiro, a novembre sono passato all’Inter, allora il mercato era ancora aperto.

Si ricorda il suo primo giorno all’Inter? C’erano grandi giocatori…

L’Inter ha sempre avuto grandi giocatori. Alcuni di loro magari non sono riusciti a esprimersi a Milano, ma quando sono andati via hanno fatto un’ottima carriera. Chi va all’Inter o è un giocatore  affermato oppure ha grandi prospettive. C’erano fenomeni: Pagliuca, Bergomi, Ganz, Branca, Zamorano, Ince, Zanetti e Roberto Carlos.

Si dice che Hodgson abbia preferito lei a Roberto Carlos: è una leggenda metropolitana?

Sì, è stato Roberto Carlos a volersene andare. A un certo punto la società ha avallato la sua richiesta perché non è giusto e nemmeno sensato trattenere un giocatore che non vuole rimanere. Corri il rischio che oggi valga “x” e domani “y”. Roberto Carlos era un fenomeno, ma la società ha preso quella scelta e non la giudico perché non è compito mio.

Che ricordo ha di Roy Hodgson?

Era una persona favolosa dal punto di vista umano.  Non so che cosa gli sia mancato: non so se è stata colpa nostra oppure sua. Hodgson non aveva un compito semplice. Quando sono stato all’Inter c’erano grandi giocatori, in quei due anni però ho visto passare tanta gente: ogni stagione arrivavano quindici persone nuove. Tanti di loro erano calciatori di prospettiva che dovevano crescere, c’erano stranieri che dovevano integrarsi bene. Non era semplice in quel periodo.

In quell’Inter c’era già Zanetti…

Era arrivato nell’anno in cui sono arrivato anche io: lui a giugno, io a novembre con Branca. Javier era un ragazzo fantastico, ha sposato la causa dell’Inter ed è ancora qui a Milano. Sono andato a vedere la finale di Champions tra Inter e Bayern Monaco a Madrid nel 2010: speravo che gli sforzi di Javier venissero ripagati e anche il suo amore nei confronti della squadra. Sono stato contentissimo quando l’ho visto esultare perché ha vissuto momenti piuttosto bassi con l’Inter a livello di risultati. Era un giocatore incredibile per la sua costanza di rendimento. Zanetti era un animale, giocava settanta partite all’anno e non si faceva mai niente.

Anche Moratti ha chiuso il cerchio nella notte di Madrid: che cosa ricorda del presidente?

Moratti era un signore di altri tempi. Ogni tanto veniva in ritiro prima di una partita oppure dopo una sconfitta: mi aspettavo che avrebbe detto determinate cose, invece parlava di qualcos’altro. Riusciva a stemperare la tensione nei momenti difficili. Milano è una piazza importante e non è facile accettare quando non arrivano i risultati.

Come vede l’Inter di Conte?

La vedo meglio rispetto a quello che pensavo all’inizio: non mi riferisco alla qualità dei giocatori, ma alla continuità. Conte riesce a dare una motivazione strepitosa ai suoi giocatori e alle sue squadre. Secondo me l’obiettivo dell’Inter di quest’anno è crescere. Conquistare dieci punti in più rispetto alla scorsa stagione sarebbe stato già un successo. La società ha lavorato benissimo, ci sono giocatori italiani forti e c’è uno zoccolo duro. Sono stati fatti investimenti importanti come Lukaku. Quando ottieni questi risultati acquisisci una convinzione che ti fa andare oltre il tuo reale valore. Conte spinge per avere giocatori più internazionali con l’abitudine a giocare in grandi palcoscenici: da una parte mette pressione sulla società, dall’altra se sei un vincente è giusto fare certi discorsi. Conte è un grande motivatore e la società ha idee chiare. L’Inter può essere la squadra del futuro, se non addirittura del presente.

E come vede la Juve di Sarri?


È un carro armato, quando vuole indirizzare la partita sa cosa fare. Io faccio l’allenatore e credo che non sia semplice allenare una squadra in cui ovunque ti giri vedi grandi campioni. La Juve ha una panchina pazzesca e possiede due squadre che potrebbero fare la Serie A. La società ha lavorato benissimo dopo il disastro del 2006. La Juve è tornata a vincere anche grazie a Conte: prima di lui avevano cambiato due o tre allenatori, io non so come ha fatto a vincere lo scudetto al primo anno in panchina. Da quel momento la Juve ha cominciato a pianificare il futuro.

Che cosa ne pensa del Milan di oggi?

Secondo me non sta lavorando male. Il Milan non sta ottenendo risultati, ma ha deciso di puntare su giovani di prospettiva: Donnarumma è fortissimo, Romagnoli è molto forte, Theo Hernandez è un gran bel giocatore. Quando si rifonda una squadra dovendo rispettare i paletti del fair play finanziario è complicato. Secondo me devono andare avanti con questa strategia. La società sta cercando di trovare un’identità, i giocatori sono validi. Mancano i risultati.

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