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Petruzzi: “Mourinho come Capello. Mazzone un secondo padre. A Brescia Guardiola e Baggio, maestri di umiltà”

Simone Lo Giudice

Lei ha giocato anche con Roberto Baggio: che cosa ricorda degli anni a Brescia?

Un ragazzo meraviglioso che ha saputo calarsi nella realtà di provincia dopo aver giocato nelle big e dopo aver vinto il Pallone d'Oro. Aveva grande umiltà. Non ci ha mai fatto pesare il fatto di essere Baggio. Era a disposizione dei compagni, dava consigli ai più giovani. Purtroppo era arrivato a fine carriera con tanti problemi fisici, poi ne ha avuti altri. Faceva fatica ad allenarsi, doveva gestirsi. Mazzone gli ha dato le chiavi della squadra. Roby poteva fare quello che voleva, al mister importava che facesse la differenza in campo. Baggio è stato il trascinatore di un Brescia giovane con qualche giocatore maturo come me, Alessandro Calori, Pierpaolo Bisoli. E poi altri due campioni come Andrea Pirlo e Pep Guardiola. C'era anche Matuzalem, un altro giocatore straordinario, e Stephen Appiah, un altro fenomeno.

Com'era Pirlo all'epoca?

Ancora un punto interrogativo dal punto di vista tattico. Da trequartista aveva fatto bene alla Reggina, ma nel grande calcio non aveva ancora un ruolo definito. Mazzone è stato bravissimo. Avendo Baggio in attacco, ha scelto di sacrificare Pirlo mettendolo davanti alla difesa. Andrea aveva piedi clamorosi, ma non possedeva i requisiti fisici per fare da muro. Con il tempo però è diventato più solido nei contrasti. Non perdeva mai il pallone. Pirlo è stato il più forte al mondo nel suo ruolo.

E di Guardiola cosa ricorda invece?

Pep si è calato nella realtà di Brescia con la stessa umiltà di Baggio. Era sempre sul pezzo, andava a duecento all'ora, restava in campo anche dopo l'allenamento. Parlavamo spesso. Abitavamo nello stesso palazzo e andavamo insieme al campo. Era rimasto impressionato dal lavoro che ci faceva fare Mazzone, dal nostro possesso palla che ha portato nel suo Barcellona ad una velocità diversa con fenomeni come Lionel Messi e Andrés Iniesta. Guardiola era un allenatore in campo, ci diceva che cosa dovevamo fare. Si vedeva che sarebbe diventato un grande. Un altro che in panchina farà benissimo è De Rossi.

Che cosa ha pensato quando Mazzone ha festeggiato il 3-3 con l'Atalanta sotto la curva bergamasca?

La Dea era una buona squadra, ma noi venivamo dall'ottavo posto dell'anno precedente e dalla finale di Coppa Intertoto persa con il Paris Saint-Germain di Ronaldinho, Mauricio Pochettino e Gabriel Heinze. Eravamo un bella squadra. Con l'Atalanta l'avevamo sbloccata con Baggio. Poi siamo passati dall'1-0 per noi al 3-1 per loro in pochi minuti. Abbiamo fatto il 3-2 a un quarto d'ora dalla fine. Mazzone bersagliato dai tifosi atalantini era pronto ad andare sotto la loro curva per il 3-3. Nel recupero punizione di Baggio, palla in mezzo ad una marea di gambe e gol. Antonio Filippini mi ha abbracciato, poi mi ha indicato la folle corsa del mister. Ci siamo messi a ridere. Mazzone ha ammesso di aver sbagliato quel giorno.

Che cosa è mancato a Mazzone per essere un allenatore ancora più grande?

È stato sottovalutato ed etichettato come difensivista. Spesso ha allenato squadre che lottavano per la salvezza. Nei campionati a due punti per vittoria, se potevi prenderne uno fuori casa te lo dovevi mettere in tasca in un modo o nell'altro. Mazzone col tempo si è evoluto come mister, meritava molto di più.

C'è un'altra partita a cui è particolarmente legato oltre a quell'Atalanta-Brescia?

Lazio-Roma 0-3 nel 1994. Gol di Abel Balbo, Massimiliano Cappioli e Daniel Fonseca. E Mazzone sotto la curva anche quel giorno. La Lazio di Zeman aveva segnato sette gol alla Fiorentina la settimana prima. Noi giocavamo col 3-5-2: Francesco Moriero si faceva la fascia destra, Cappioli era un centrocampista offensivo come Giannini, a sinistra c'era Amedeo Carboni che spingeva. Eravamo offensivi, ma si diceva il contrario. Ricordo tanti sfottò, in campo però abbiamo giocato una partita strepitosa. Indimenticabile il pianto di Fernando Fabbri, storico direttore della Roma. Quel giorno ho provato emozioni uniche.