A mai più rivederci: quando la partita di addio finisce male

Chi l’ha detto che le partite di addio debbano per forza essere momenti emozionanti, persino commoventi? Ci sono dei casi in cui il cosiddetto testimonial match diventa qualcosa di tragicomico o addirittura di spiacevole.

di Francesco Cavallini

Chi l’ha detto che le partite di addio debbano per forza essere momenti emozionanti, persino commoventi? Ci sono dei casi in cui il cosiddetto testimonial match diventa qualcosa di tragicomico o addirittura di spiacevole. Lo sta scoprendo a sue spese Andrea Pirlo, che ha programmato il suo addio al calcio a San Siro ma rischia di essere sonoramente fischiato dal suo ex pubblico milanista, che ha mal digerito il passaggio (e i trofei) alla Juventus. E intanto che le ostilità vanno avanti, ecco qualche altra partita di addio finita non proprio come ci si aspettava.

Claus Lundekvam

In Inghilterra il concetto di testimonial match nasce come modo per il calciatore che si ritira di incassare una sorta di buonuscita, ricavata dai biglietti di ingresso della partita. Con gli stipendi attuali non è certo più un problema è gli incassi finiscono spesso in beneficienza. Quello che non accade mai è che un calciatore ci rimetta. Tranne Claus Lundekvam, che nel 2008, per la sua partita d’addio al Southampton (da disputarsi contro il Celtic) ha dovuto pagare centomila sterline. Motivo? Un concerto di Bon Jovi che aveva devastato l’erba del St Mary’s Stadium e costretto lo svedese a rizollare il terreno a sue spese. Coperte a malapena dall’incasso per il primo caso di testimonial a perdere.

Julian Dicks

Ci sarebbe da chiedersi cosa ci si possa aspettare da una partita di addio al West Ham. Calore, lacrime, botte da orbi? Ecco, quelle non sono mancate nel 2001 al testimonial di Julian Dicks, un match tra gli Hammers e l’Athletic Bilbao. I presenti hanno assistito ad una bella rissa tra 17 calciatori delle due squadre, scatenata da un irreprensibile Paolo Di Canio, che si è così guadagnato il poco invidiabile record di unico calciatore mai espulso (anche se non in maniera ufficiale) nella storia delle partite d’addio in terra britannica.

Giuseppe Giannini

Esistono poi partite d’addio nate sotto una cattiva stella, come quella del Principe Giuseppe Giannini, che nel 2000 organizza un partita tra una Roma amarcord e la Nazionale di Italia ’90 per appendere ufficialmente gli scarpini al chiodo. Iniziativa lodevole, ma tempismo pessimo, perchè il match si tiene qualche giorno dopo lo Scudetto della Lazio e giusto prima della festa biancoceleste, prevista proprio all’Olimpico. Alla fine vince l’antisportività, con un gruppo di ultras giallorossi che fa invasione di campo, strappando zolle di terreno e distruggendo i pali per evitare che gli odiati rivali potessero festeggiare. E il povero Giannini è costretto a terminare il suo testimonial in lacrime, con un saluto che di certo immaginava diverso.

Johan Cruijff

E se pensavate che una carriera scintillante e l’essere uno dei migliori calciatori di tutti i tempi potesse evitare problemi, sicuramente non avete mai sentito parlare del primo testimonial di Johan Cruijff. Nel 1978, durante il suo anno sabbatico e prima di rimettere gli scarpini per andare negli USA, il Profeta del Gol decide di invitare ad Amsterdam il Bayern Monaco per quella che dovrebbe essere la sua partita di addio. Pessima idea, perchè i tedeschi vengono accolti all’aeroporto in maniera…poco amichevole e decidono di vendicarsi in campo, scendendo sul terreno di gioco con il sangue agli occhi e rifilando ad un rilassatissimo Ajax un sonoro 0-8 con tanto di tre ulteriori reti annullate. E chissà che proprio questa festa rovinata non abbia convinto Cruijff che, in fondo, una storia come la sua, non poteva certo finire così…

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