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Parolo: “Io, la Lazio di Pioli e Inzaghi. Ventura nel 2017 voleva metterci del suo ma…”

Il primo allenamento sotto la pioggia, quell'aereo dove ha espresso un desiderio chiamato Mondiale, una bici da corsa dove è bello fare fatica. Oggi Marco Parolo ha 37 anni e si diverte ancora a vivere di calcio

Simone Lo Giudice

Gallarate, provincia di Varese, Anni '80: ecco dove Marco Parolo ha imparato l'etica di chi pensa prima al dovere e poi il piacere. Papà elettrauto e mamma contabile, il figlio ha preferito ragionare in mezzo al campo con il pallone tra i piedi. Federico Cherubini gli ha cambiato la vita, il Cesena gli ha permesso di realizzare il sogno più grande. Come quello Mondiale accarezzato nell'aereo di ritorno da Santo Domingo il 9 luglio 2006, mentre l'Italia di Marcello Lippi batteva la Francia ai calci di rigore. La maglia azzurra è stata prima delizia e poi croce per Parolo. Dopo Brasile 2014 è passato alla Lazio e ha conosciuto Stefano Pioli e Simone Inzaghi, gli uomini che oggi si giocano lo scudetto. Il futuro di Marco è tutto da scrivere. Nel presente si diverte ancora. E si sente vivo grazie al suo amore di sempre: il calcio.

Marco, lei si è ritirato da poco: com'è stare davanti al microfono?

Ero sereno quando ho smesso di giocare. Ho preso questa decisione senza rimpianti, dopo aver centrato tanti traguardi. Essere nel mondo del calcio in questa veste è bello e mi ha permesso di restare nel mio ambiente. Posso godermi la salamella e la birra dopo la partita, cose che non potevo fare da giocatore.

Com'è nata la sua passione per il calcio?

Mio padre correva in bicicletta nella categoria juniores. Io ho cominciato con il calcio da piccolo. Giocavo a calcio ovunque. Mi divertiva l'allenamento. Al primo in assoluto sono andato con mio cugino: pioveva e c'era freddo, ma mi sono divertito tantissimo. Ho amato da subito questo sport.

Che lavoro facevano i suoi genitori?

Mio padre è elettrauto e possiede l'officina ereditata da mio nonno. Mia madre mantiene la contabilità per gli artigiani. Dai genitori ho imparato l'etica del lavoro e che viene prima il dovere e poi il piacere.

Gli dava una mano in officina da ragazzo?

No, perché non ci ho mai capito niente di macchine. Al massimo mettevo a posto il magazzino!

Lei è cresciuto a due passi da Milano: per chi tifava da ragazzino?

Milan! In camera avevo i poster dei giocatori rossoneri. Sono andato a festeggiare anche lo scudetto allo stadio. L'ultimo che ricordo risale al 2004 quando il Milan ha battuto la Roma 1-0 con gol di Shevchenko su assist di Kakà. Mi ricordo i festeggiamenti, la carovana con il clacson insieme al mio migliore amico. Quando cominci a giocare, smetti di tifare, perdi la passione degli inizi. Oggi tifo per chi merita.

Lei aveva un modello da ragazzo?

Steven Gerrard perché giocava a tutto campo, faceva benissimo entrambe le fasi di gioco. Ho sempre apprezzato i  giocatori box-to-box. Io avevo facilità di corsa e resistenza alla fatica: questo mi permetteva di correre tanto e di essere lucido quando contava.

Qual è stata la svolta della sua carriera?

Ho esordito col Como in Serie C, poi sono andato alla Pistoiese. Pierpaolo Bisoli mi ha dato tanto come allenatore. A portarmi al Foligno nel 2007 però è stato Federico Cherubini, attuale direttore sportivo della Juventus. Dopo tanti anni ci siamo rincontrati a Vinovo, io con la maglia della Nazionale e lui alla guida del settore giovanile bianconero. Abbiamo parlato nel suo ufficio: è stato molto bello per entrambi.

 (Photo by Gabriele Maltinti/Getty Images)

Cesena le ha cambiato la vita?

Il primo passo in avanti dopo il Foligno è stato il Verona, dove c'è una tifoseria importante. Cominciava ad esserci più pressione anche se giocavamo in C. Poi ho vissuto un anno splendido al Cesena in B: solo allora ho capito che potevo giocare in quella categoria. Conquistare la promozione in A è stato fantastico, ho realizzato un sogno. Se non ci fossi riuscito con il Cesena, probabilmente non ce l'avrei mai fatta.

Lei ha segnato il gol promozione al Piacenza: che cosa ha provato quel giorno?

Una grandissima emozione. Il Cesena non andava in A da 20 anni. Al ritorno l'autostrada era piena,  l'autogrill preso d'assalto dai tifosi. Il Manuzzi al nostro arrivo era pieno. Ricordo una festa bellissima.

A Parma invece che momento ha vissuto?

Ho conosciuto Roberto Donadoni e il suo staff di preparatori che mi hanno insegnato un'etica del lavoro diversa. C'era più professionismo. Donadoni trasmette la sua voglia di vincere. Mi ha dato fiducia dopo il mio secondo anno al Cesena in A in cui non avevo fatto bene, mi ero montato un po' la testa. A Parma l'ho rimessa a posto, ho ripreso a marciare sui binari giusti. Al primo anno ho fatto benino, al secondo una grandissima stagione. A livello mentale e fisico avevo raggiunto l'apice della mia carriera.

Com'era sfidare Antonio Cassano in allenamento?

Mi faceva passare il pallone sotto le gambe per tre volte. Cassano aveva un talento immenso, era diverso. All'inizio abbiamo avuto qualche problema, poi siamo riusciti a trovare un equilibrio. Ho sfruttato le sue caratteristiche, Antonio mi ha messo sempre nelle condizioni migliori. Giocare insieme era divertente.