Paolo Rossi, il ricordo di Galderisi: “Noi, in camera insieme fra sacchi di posta e tantissimi incoraggiamenti”

L’ex attaccante ha ricordato Pablito.

di Redazione Il Posticipo

Addio Paolo Rossi. Il calcio italiano piange il simbolo del Mondiale più amato dagli italiani. Un paese spezzato, riunito da uno straordinario calciatore. Fra i suoi tanti compagni di squadra c’è chi ne conserva un ricordo particolare. Galderisi. I suoi ricordi ed aneddoti sono ripresi da TMW Radio.

SPLENDIDA – Galderisi ricorda Paolo, prima ancora che Rossi. “Una persona incredibile. Sognavo di diventare, giocavo con la sua figurina e poi mi sono ritrovato ad allenarmi con lui. Trap mi disse di stargli vicino, perché dovevo imparare da lui. Sono stato la sua ombra, lui  la mia musa. Quando ho saputo, mi è venuto in mente la semplicità con cui faceva crescere un ragazzino come me. Oggi perdo una parte importante della mia vita, una parte di me se ne va con lui”.

JUL 1982: PAOLO ROSSI #20 OF ITALY IS HOUNDED BY PAUL BREITNER OF WEST GERMANY DURING THE ITALIANS 3-1 VICTORY IN THE 1982 WORLD CUP FINAL. Mandatory Credit: Tony Duffy/ALLSPORT

ANEDDOTI – Dopo il mondiale spagnolo nel periodo juventino furono anche compagni di camera. “Non mi aspettavo che il Trap mi mettesse in camera con lui. Rossi era sempre con Cabrini. Mi ricordo i sacchi di posta che riceveva. Sono contento di averlo conosciuto. Sono cresciuto con lui. Perdo un maestro di vita. In pochi sapevamo  che stava passando un periodo difficile, ma si crede sempre che le cose possano migliorare”.

1986 – Poi il Mondiale del 1986: “Ho fatto tutte le partite al suo posto. Lui però era sempre vicino a darmi consigli, aiutarmi, sdrammatizzare quando non ero contento per quello che facevo. Si vedeva che lui non era alla ricerca del colpevole. Era umile e semplice. In campo non gli mancava mai il sorriso. Ricordo che  aveva un’intelligenza calcistica pazzesca, era sempre al posto giusto al momento giusto”. Difficile ricordare un’arrabbiatura, anche Galderisi le conta sulle dita si una mano. “Quando si innervosiva nello spogliatoio o in ritiro, non ci credeva nessuno. Non rientrava nel suo dna, nonostante sia stato trattato malissimo in un periodo della sua vita. Mi ricordo il 1982, quando tornò a giocare le ultime partite prima del Mondiale. Ricordo la mia gioia quando entrò a Udine e si riprese il suo 9. Mi ricordo l’abbraccio dopo il suo gol. Tutti gli volevamo così bene che volevamo che cambiasse il suo destino”.

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