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Panucci: “Da ragazzino facevo il benzinaio. Milan scuola di vita, Roma come una bella donna che amo ancora. Io allenatore per merito di Capello, Guardiola mi ha invitato al City…”

Simone Lo Giudice

 (Photo by Jamie McDonald/Getty Images)

Oggi Roma è la sua seconda città?

Sì, ho giocato per nove anni a Roma e vivo qui. Porto la Roma nel cuore, ma faccio fatica a parlarne perché è come una donna che ami e che ti ha lasciato e di cui non vuoi parlarne. Della Roma ne parlo sempre poco perché la amo.

Le brucia un po' come è finito il suo rapporto con la Roma?

Per quello che ho dato sì, alla fine non sono andato via per i tifosi: quando sono tornato all'Olimpico con la maglia del Parma mi hanno riservato una bella accoglienza. Qualcuno a Roma non si è comportato bene nei miei confronti.

Lei è arrivato alla Roma di Capello nell'anno dopo lo scudetto: è stato uno svantaggio?

Sarei dovuto arrivare l'anno prima, ma forse l'anno dopo eravamo ancora più forti perché c’era più convinzione nella squadra. Se non avessimo pareggiato 2-2 a Venezia e 1-1 in casa con l'Udinese avremmo vinto lo scudetto. Roma è stata la più grande sorpresa della mia carriera, non pensavo che ci sarei andato e invece è stata un colpo di fulmine.

Nel 2007-08 siete stati vicinissimi allo scudetto...

Siamo stati a 20 minuti dallo scudetto, poi è entrato Ibra con l'Inter a Parma, ha segnato e ha mandato in frantumi i nostri sogni. Avevamo fatto una rincorsa di 14-15 punti, una cavalcata fantastica. Avrei voluto vincere quello scudetto per l'amore che provo nei confronti della Roma, vivere un momento così bello mi è mancato. Siamo arrivati secondi tante volte, eravamo una squadra competitiva che giocava bene e veniva rispettata. Abbiamo fatto tante cose belle.

Che rapporto ha avuto con Luciano Spalletti?

Lo sento spesso. Abbiamo avuto un rapporto vero, abbiamo discusso come è capitato anche a me da allenatore con qualche giocatore, ma è finita sempre lì. Tuttora manteniamo un rapporto molto molto piacevole, Luciano ha un carattere forte e particolare, io ero un giocatore di grande personalità come lo erano Totti e De Rossi. Io e Spalletti abbiamo avuto qualche confronto, ma succede in tutti i posti di lavoro. Però c'è sempre stato grande rispetto.

Come vede la Roma senza romanisti? Dopo Totti e De Rossi è partito anche Florenzi...

Francesco aveva 41 anni quando ha smesso, Daniele cominciava ad avere qualche acciacco. Per i tifosi romanisti i giocatori cresciuti nella Roma e che hanno giocato sempre nella Roma come Totti e De Rossi sono eterni, la gente non vorrebbe mai che andassero via. Il problema a Roma è come gestire le cose: se vai a destra ti criticano, se vai a sinistra ti criticano. Noi calciatori arriviamo sempre a un capolinea. L'allenatore è stato chiaro con Florenzi: non gli garantiva il posto nell’anno degli Europei, Alessandro non si sentiva importante come un capitano deve essere, ha avuto la possibilità di andare a Valencia e ha scelto di andare via.

Le piace Paulo Fonseca come allenatore?

Sì, sta facendo un ottimo lavoro e anche televisivamente è un personaggio positivo. Si è ambientato bene, però bisogna stare attenti perché a Roma il vento gira da un giorno all'altro.

Lei piacerebbe allenare una delle sue ex squadre?

Dovessi tornare nei posti in cui ho giocato sarei un uomo fortunato perché Genoa, Milan, Real Madrid, Chelsea Monaco e Roma sono grandi squadre. La Roma per me è un amore che non finirà mai. Purtroppo io non telefono a nessuno, oggi si vive di pubbliche relazioni e io sono un po' orso da questo punto di vista, ma sono convinto di quello che faccio. Avrei potuto iniziare meglio con un po' di fortuna, ma conosco le mie capacità e spero di poterle mostrare.

 (Photo by Michael Steele/Getty Images)

Nella sua vita non c'è solo il calcio, vero?

Sono malato di golf, non riesco a trovare un farmaco per guarire. Gioco spesso a padel, mi piace molto. Tra golf e padel sto facendo tanta attività fisica. Sono anche un amante dell'arte contemporanea. Non sono una persona che si annoia mentre aspetta una panchina.

Quando ha smesso di giocare ha fatto il ballerino: che esperienza è stata?

Ci ho provato e mi sono divertito. "Ballando con le stelle" è stata un'esperienza fantastica. Quando Milly Carlucci mi ha chiamato, sono partito da casa per andarle a dire di lasciare stare perché  non sapevo da dove iniziare. Sono andato per dirle di 'no' di persona, dopo cinque minuti le ho detto di 'sì'. Volevo rifiutare perché quello non era il mio. Sono passati 8-9 anni da quella esperienza e la considero una delle più belle della mia vita: mi sono divertito da morire, all'epoca avevo appena smesso di giocare. Poi ballare è un'arte quindi imparare anche due passi è stata un'esperienza fantastica, sarò sempre riconoscente a Milly.

Lei a Roma vive lontano dalle luci dei riflettori?

Sì, sono una persona solitaria. Vivo a Roma con mio figlio, abbiamo un po' di amici, però esco poco, vado a qualche ristorante poi basta. Sono molto solitario, in questo momento sto vedendo tante partite e sto guardando allenamenti.

Ha in mente di andare a seguire qualche suo collega in particolare?

Non ho ancora deciso. Ho sentito Pep Guardiola, mi ha invitato duecento volte a Manchester, adesso però fa un po' freddo, sto aspettando che arrivi qualche grado in più per andarlo a trovare. Io e Guardiola abbiamo giocato insieme a Roma, c'è un bel rapporto tra noi, lui fa sempre un torneo di golf all'anno e mi invita, ho grande affetto e grande stima nei suoi confronti.

Di fianco a Pep Guardiola al City non c'è più il vice Mikel Arteta: ci ha fatto un pensierino?

No, io voglio continuare ad allenare da solo. Pep è un punto di riferimento incredibile. Io ho costruito il Livorno con 400mila euro, Guardiola ogni anno invece ha 400 milioni di euro da spendere: i nostri budget sono diversi. A parte questo, le capacità e le qualità di Pep sono uniche.

Guardiola ha detto che se non vincerà la Champions col City gli diranno che ha fallito...

Il calcio di oggi corre veloce e tutti pretendono molto. Guardiola ha la squadra per provarci, solo 4-5 club ci possono provare, però vincere la Champions non è facile: è una competizione complicata, davvero molto complicata.

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