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Pablo Perez all’attacco: “Non posso giocare dove so che se vinco possono uccidermi. Il medico? Non mi ha mai visto…”

Pablo Perez, capitano del Boca, rilascia alcune dichiarazioni scottanti sull'assalto dei tifosi del River al pullman del Boca. Sotto accusa anche la Conmebol, in uno scenario che sta continuando a creare polemiche.

Redazione Il Posticipo

Continuano ad accumularsi nuovi dettagli sull'evento principe del mondo calcistico di questi giorni. Il Superclasico ha aperto una pagina che nessuno vorrebbe ricordare, ma che è destinata a rimanere per sempre nei libri di storia calcistici. L'attentato al pullman del Boca, oramai alle porte del Monumental, ha dato inizio un fascicolo ricco di polemiche, in cui, giorno dopo giorno, escono fuori nuove notizie che non fanno altro che peggiorare la situazione. Questa volta a parlare è Pablo Perez, capitano del Boca, il calciatore che più ha sofferto le conseguenze dell'attacco dei tifosi del River.

SICUREZZA - Parole, quelle riportate da TNT Sport, che non lasciano spazio all'immaginazione, con il capitano che con il rompersi dei vetri del pullman ha sofferto una lesione all'occhio sinistro. "Se perdo l'occhio non me lo restituisce nessuno. Come possiamo andare in un campo dove non c'è sicurezza? Non posso giocare in un campo dove possono uccidermi". La paura, per il capitano del Boca così come per il resto della squadra, è tanta, in uno scenario che ha superato di gran lunga i limiti, come il viaggio in ambulanza verso l'ospedale non può che confermare: "Hanno continuato a tirare pietre. Volevano farmi di nuovo male nonostante stessi andando all'ospedale. E poi, se avessimo giocato e vinto, cosa sarebbe successo? Ci avrebbero uccisi". 

DOTTORE - A lasciare senza parole, però, sono le dichiarazioni che Perez rilascia sulla Conmebol. "Il medico non mi è mai venuto a vedere. Ha firmato un foglio dove diceva che ero in condizione di giocare. Una vergogna. Dall'occhio sinistro non vedevo nulla, dovevo tenerlo chiuso perché mi lacrimava". Accuse gravi, che portano in mente un'idea che oramai si sta facendo largo: "Il medico doveva avere l'ordine di non venirmi a vedere", dice il calciatore. Che prima del rinvio ufficiale della gara, in ospedale, ha corso il rischio di dover tornare al campo, visto che era stato anche annunciato tra i titolari quando sembrava che alle 23:15 italiane si potesse giocare: "Se si fosse giocato, sarei dovuto andare ugualmente perché mi stavano obbligando, però non ero in condizione di scendere i campo". Dichiarazioni che non fanno altro che gettare fango sulla Conmebol, per una partita che anziché esaltare il calcio sudamericano, rischia di affossarlo definitivamente.

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