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Mister Apolloni: “Io, Baggio buddista e il rigore al Mondiale 1994. Quella volta che Scala multò Asprilla…”

Simone Lo Giudice

 (Photo by Getty Images/Getty Images)

A proposito di Sacchi e del Mondiale '94: ripensa spesso alla finale persa col Brasile?

Impossibile superarla, l'amarezza è stata grandissima. Io poi ero in camera con Roberto Baggio che aveva anche un'altra stanza per pregare: era buddista e lo faceva tre volte al giorno. Si porterà quell'amarezza con sé per tutta la vita. Non è riuscito a coronare quel sogno: ha vinto tanto nella sua carriera, non quel Mondiale che avrebbe meritato. Dal dischetto sbagliarono anche Baresi e Massaro, altri due giocatori che il giorno prima nell'allenamento non avevano fallito. Baggio e Baresi, per i giocatori che sono stati, avrebbero meritato qualcosa di più.

Baggio era il vostro Maradona?

Era il nostro punto di riferimento, anche se il leader era il gioco. Sacchi fece capire a Baggio che doveva adattarsi: a lui piaceva fare il trequartista, con noi ha giocato più come punta o seconda punta con Casiraghi e Massaro. Baggio è stato bravo a capire il ruolo che doveva ricoprire: con quella scelta Sacchi snaturò un po' le sue qualità, ma Roby cercava di esaltarsi lo stesso anche se poteva sembrare il contrario.

Ha un aneddoto legato a Baggio e a quel Mondiale?

Roberto cercava di sdrammatizzare sempre tutto: era la sua grande forza perché aveva un grande peso sulle spalle. Baggio era metodico quando faceva la preghiera buddista: al mattino si alzava presto, sentivo che faceva suoni particolari con la bocca. Pregava pure dopo pranzo e la sera prima di andare a letto. Bussava sulla porta della mia stanza: gli dicevo sempre che ero io a dover bussare, non il contrario. Baggio è stato un grande compagno e mi è dispiaciuto per quello che è successo a Pasadena: ho cercato di consolarlo dopo l'errore, ma è una macchia che ti porti per sempre.

Lei ha giocato con Sacchi anche gli Europei nel 96': lì è stato decisivo un altro errore dal dischetto, ma di Zola...

L'Italia di Sacchi non è riuscita ad andare avanti sempre per un rigore. Iniziammo bene quell'Europeo vincendo all'esordio contro la Russia. Purtroppo andò male contro la Repubblica Ceca, fui anche espulso per doppio giallo e fu una mazzata. Eravamo nel girone più forte del torneo: non a caso Germania e Repubblica Ceca sono arrivate in finale. Nella terza partita del girone abbiamo pareggiato 0-0 coi tedeschi: Zola sbagliò il rigore, se lo avesse segnato forse adesso staremmo raccontando un'altra storia.

L'Italia di Mancini ha vinto le ultime otto partite senza subire gol: come la vede agli Europei?

Ho visto una squadra. Se i difensori subiscono poco è perché tutta la squadra sta facendo bene. Attaccanti e centrocampisti fanno un grande lavoro difensivo. I difensori sono facilitati da questo atteggiamento. Mancini è stato bravissimo a fare capire quanto sia importante giocare da squadra, che era un po' quello che predicava Sacchi. Quando recuperi palla, poi entrano in gioco calciatori con qualità tecniche notevoli. Mancini è stato bravo ad incastrare in questi meccanismi Jorginho, Barella e Verratti e ad esaltare le qualità di Immobile e Belotti. Spero che Raspadori possa essere la sorpresa di questo torneo. Penso che ci siano le carte in regola per fare benissimo.

Che cosa le hanno lasciato i suoi allenatori? 

Ognuno di loro mi ha lasciato qualcosa: da Marcello Felicioni a Bruno Iafolla, che ho avuto alla Lodigiani, fino a Nello Santin della Pistoiese, che mi ha portato con sé alla Reggiana. Anche Zeman è stato importante: al Parma mi ha fatto capire l'importanza del gioco offensivo. È stato prezioso anche Giampiero Vitali arrivato dopo Zeman. Poi ho avuto Scala e Ancelotti che al Parma ha riportato il credo di Sacchi, anche se poi ha capito che per valorizzare al massimo i giocatori serviva un gioco duttile, non troppo schematico.

Chi avrebbe potuto fare di più?

Malesani aveva idee di gioco importanti, purtroppo non è stato abile e fortunato nello sfruttare la squadra più forte che il Parma abbia mai avuto: in porta Buffon, in difesa Thuram, Cannavaro e Sensini, poi Vanoli e Fuser come esterni, Dino Baggio, Boghossian e Veron in mezzo al campo, in attacco Crespo e Chiesa. Ricordo anche Melli, Stanic e Asprilla. Quel Parma ha vinto solo la Coppa Italia e Coppa Uefa. Per quello che faceva vedere avrebbe meritato di vincere il campionato.

Dopo il Parma lei è passato al Verona di Prandelli: che mister è stato?

Grazie a Prandelli ho scelto di allenare. Con lui ho condiviso la fase finale della carriera e ho scoperto l'importanza della preparazione tattica. Ho capito anche quanto fosse importante cercare di colpire l'avversario nei suoi punti deboli e limitarlo in quelli forti.

Buffon vuole giocare ancora: lei che ne pensa?

Ricordo i pomeriggi con Gigi. Ci allenavamo alla Cittadella di Parma, un parco pubblico che avevano recintato per noi e che si trovava a 200 metri dallo stadio Ennio Tardini. Nei sette anni con Scala passavamo in mezzo al traffico per raggiungere a piedi la Cittadella, al ritorno usavamo il pulmino. Buffon ha cominciato ad allenarsi con noi quando era giovanissimo. Gigi aveva grande personalità fin da ragazzo. Tante volte ci sfidava ai rigori: ne ha parati diversi a Zola ed Asprilla. Se vuole giocare ancora gli consiglio di farlo: è giusto che vada avanti finché sente vivo il bambino che si porta dentro da sempre. Se Buffon si diverte ancora deve giocare.

 (Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

Cosa ricorda di Asprilla invece? È vero che una volta ha colpito il presidente Giorgio Pedraneschi?

Fu indimenticabile. Eravamo alla Cittadella e stavamo facendo riscaldamento. Asprilla mi chiese quanto ero disposto a dargli se avesse preso in testa Pedraneschi col pallone: il presidente era a bordo campo, stava parlando al telefono. Tino tirò una mina micidiale e lo prese in pieno. Il presidente cadde per terra. Asprilla si mise le mani nei capelli: pensava di averlo ucciso. Poi Pedraneschi si è rialzato. Scala punì Asprilla con una multa da un milione di lire. Il presidente aveva lo stemma del Parma sul telefono: gli si stampò sull'orecchio per la violenza del tiro.

Quale era la grande qualità di Tino?

La sua forza era l'imprevedibilità. Aveva colpi straordinari, ha fatto gol di una bellezza rara con grande rapidità di esecuzione. Tino abbinava l'agilità all'estro. Se il Parma ha raggiunto la finale di Coppa delle Coppe nel 1992-93 è stato grazie a Tino che purtroppo non potè giocare per un problema ai tendini. Fece due gol fondamentali nella semifinale contro l'Atletico Madrid, una delle squadre più forti a livello europeo.

Il Parma ha scelto Enzo Maresca per ripartire: che ne pensa?

Come allenatore lo conosco poco, però ne parlano tutti benissimo. Gli piace far giocare bene la squadra e valorizzare le qualità dei calciatori. Penso che possa essere l'uomo giusto per il Parma che dovrà affrontare la Serie B, un campionato diverso dalla A in cui l'agonismo ha sopravvento sulle qualità tecniche. Spero che riesca ad abbinare entrambe le cose.

Lei oggi vive a Parma: le manca Grottaferrata?

Io ho vissuto fino ai 16 anni a Grottaferrata: lì ci sono i miei genitori e mi mancano. Mio padre lavorava all'Ospedale San Sebastiano di Frascati dove sono nato: è stato centralinista per tanti anni. Negli Anni '80 era un centro importante per le nascite dei Castelli Romani. Anche gli altri miei fratelli sono nati lì. Loro hanno giocato sempre a livello dilettantistico, io sono l'unico arrivato in quello professionistico.

Qual è il suo desiderio per il futuro?

Oggi mi dedico alla famiglia, sto con gli amici e guardo partite, però voglio tornare ad allenare. Ci vuole anche fortuna ed io penso che in certe situazioni non sono stato agevolato dalla buona sorte. Spero di riuscire a ritornare in questo ambiente prima possibile perché mi manca il terreno di gioco e mi manca la possibilità di aiutare i calciatori. Voglio dare consigli ai più giovani e aiutarli nella loro crescita calcistica.