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Mister Apolloni: “Io, Baggio buddista e il rigore al Mondiale 1994. Quella volta che Scala multò Asprilla…”

Castelli Romani e prime volte, sogni americani rimasti maledettamente tali, miracoli parmigiani che non si ripetono. Oggi Luigi Apolloni porta tutto questo con sé, se lo tiene stretto e sogna di rimettersi presto in gioco nella sua seconda vita

Simone Lo Giudice

 

 (Photo by Roberto Serra/Iguana Press/Getty Images)

Quel codino visto di spalle, la porta che sembra sempre più piccola, la paura che si fa grande. Luigi Apolloni c'era il 17 luglio 1994 a Pasadena e c'è stato per Roberto Baggio quando quel pallone è volato alto portando via con sé i sogni di un'intera squadra. Quel giorno il ragazzo originario di Grottaferrata ha provato il dolore più grande che un calciatore professionista possa vivere sulla sua pelle. Quel Mondiale perso è una ferita aperta, una di quelle che restano fresche anche se passano gli anni e le generazioni. Apolloni però ha imparato a rimboccarsi le maniche come faceva suo padre centralinista all'Ospedale San Sebastiano di Frascati, dove le nascite erano di casa come i sacrifici. Gli stessi che Luigi ha fatto nella sua vita di maestro in maestro fino a Nevio Scala, l'uomo che ha reso Parma un'isola felice di bel calcio. Dopo il ritiro, Apolloni ha portato in panchina ciò che gli è stato insegnato. Nella sua città d'adozione, tra un ricordo e l'altro, aspetta che arrivi la chiamata giusta per tornare sul campo.

Luigi, lei oggi allena: come sta andando questo percorso?

In questo momento sono fermo. Dopo aver giocato ho intrapreso la carriera di allenatore: all'inizio è partita bene, poi non è stata fortunata. Nel 2004 Silvio Baldini fu esonerato al Parma, al suo posto arrivò Pietro Carmignani che mi chiese di fare il collaboratore tecnico. Poi il mio ex compagno Daniele Zoratto ebbe l'opportunità di andare al Modena e io lo seguii. Ho cominciato da vice, poi il presidente Alfredo Amadei mi spinse ad assumere la guida tecnica della squadra. Col Modena ho ottenuto una salvezza miracolosa. Poi ho scelto di andare al Grossetto di Pietro Camilli: volevo misurarmi con un presidente tosto come lui.

Lei ha allenato anche in Slovenia: che esperienza è stata?

Ho guidato il Gorica in collaborazione tecnica col Parma. Mi avevano scelto per valorizzare i giovani. All'inizio non è stato semplice perché di riflesso risentivamo delle difficoltà che i gialloblù vivevano a livello economico. I ragazzi però mi hanno seguito e abbiamo vinto la Coppa slovena contro il Maribor che è la Juve locale. Purtroppo nel giugno 2015 il Parma è fallito e ne abbiamo risentito. Alcuni giocatori hanno scelto di lasciare la Slovenia: ad esempio Lapadula, Coda e Cordaz. Con me è rimasto solo Marco Modolo che quest'anno ha conquistato la promozione in Serie A col Venezia. Abbiamo disputato i preliminari di Europa League contro il Molde, ma purtroppo siamo stati eliminati.

Nel 2015 il Parma l'ha nominata allenatore in Serie D: quanto le ha fatto piacere questo?

Io vivo a Parma e per me è stato un onore allenare la squadra. Mi ha permesso di provare tutto sotto un altro punto di vista. In quegli anni si sono visti la genuinità dei parmigiani e l'amore che provavano nei confronti della squadra. Le mete di molte trasferte erano vicine. I nonni e i bisnonni dei tifosi ricordavano le gare che avevano seguito quando il Parma giocava nelle serie minori. Loro andavano al campo in bicicletta, altre volte in lambretta. Nel 2015 i tifosi più giovani hanno vissuto tutto questo in prima persona.

Lei ha vissuto Nevio Scala allenatore prima e presidente poi: che rapporto c'è tra di voi?

La seconda esperienza con Scala è una stata un'ulteriore prova per entrambi: abbiamo dimostrato di andare dalla stessa parte. Scala conosceva i miei pregi e i miei difetti. C'è stato un feeling importante. Condivido la stessa cosa con Lorenzo Minotti, diventato il responsabile dell'area tecnica del Parma nel 2015. Era stato il mio compagno di mille battaglie dalla Serie B alle vette raggiunte con Scala.

Scala allenatore si è allontanato presto dal mondo del calcio?

Ha vissuto gli anni più belli del calcio. Nel Parma degli Anni '90 sono transitati i calciatori più forti che c'erano in Italia. Poi Scala aveva dato un'impronta di gioco che è tornata di moda: il 3-5-2 è cominciato con lui, è un innovatore. Dopo il Parma, è andato al Perugia di Gaucci, un presidente vulcanico. Poi è passato in Germania al Borussia Dortmund con cui ha vinto la Coppa Intercontinentale, quindi ha allenato in Turchia e in Russia. Il suo percorso l'ha fatto. Poi ha capito che il calcio stava cambiando. Scala lavorava con un preparatore straordinario come Ivan Carminati, come allenatore dei portieri c'era Vincenzo Di Palma. Nevio non aveva un secondo, si fidava di loro due.

 (Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)

Com'è nata la sua passione per il calcio?

Io sono originario di Grottaferrata, un paesino vicino Roma che fa parte dei Castelli Romani. Di fronte a casa mia c'erano dei prati dove io, mio fratello e i miei cugini giocavamo. Ho avuto la fortuna di incontrare l'allenatore Marcello Felicioni che mi ha visto esordire in Serie A, purtroppo è morto prima che indossassi la maglia della Nazionale. Ho cominciato a giocare a 9 anni nella Roveriana che fa il derby con la Vivace, la squadra ufficiale di Grottaferrata. Felicioni mi portò in prova alla Lazio, dopo tre mesi mi scartarono e tornai a casa. Poi mi vide la Lodigiani, una squadra importante che a livello giovanile batteva Roma e Lazio. Il presidente Giuseppe Malvicini non ci faceva mancare niente: andavamo in giro con le tute dell'Adidas, della Puma e della Diadora. Avevamo le carte per giocare tra i professionisti.

Com'è nato difensore? Aveva un mito?

Ho iniziato come mezz'ala. Alla Lazio mi provarono come terzino sinistro e feci abbastanza bene, poi Marcello Felicioni mi fece fare il marcatore. Tranne l'attaccante e il portiere, ho giocato in tutti i ruoli. Mi sono affermato come difensore centrale alla Lodigiani: mi ha portato lì il padre del centrocampista Roberto Onorati. Poi sono passato al settore giovanile della Pistoiese quindi alla Reggiana e al Parma.

Alla Pistoiese lei ha giocato con Gasperini: che cosa ricorda?

Era ultratrentenne, io invece avevo appena esordito in Serie C. Gasperini da giocatore era una mezza punta con spiccate doti tecniche e aveva buone qualità fisiche: era un calciatore affidabile. Se gli davi il pallone, lui sapeva sempre che cosa farne.

Che tipo di calcio le piace fare?

Mi sono valorizzato col 3-5-2, anche se poi con Sacchi in Nazionale ho imparato a giocare anche con la difesa a quattro. Mi adatto a seconda dei giocatori che ho. La mia base di partenza è un 4-3-3: lo modifico in base alle situazioni. Giambattista Pastorello e Nevio Scala fecero una bella mossa portando Alberto Di Chiara al Parma dalla Fiorentina: giocava come esterno sinistro a cinque, dall'altra parte c'era Antonio Benarrivo, un altro che spingeva. In alcuni momenti per coprire le uscite di Di Chiara, io facevo il terzino sinistro e giocavamo col 4-4-2.