Marcolin: “Il Bologna ha il carattere di Mihajlovic. Gli ex Lazio invasati di paddle. Per lo scudetto c’è anche il Napoli”

Da centrocampista amava fare ordine in mezzo al campo e non ha smesso di volerlo fare oggi che la sua carriera da atleta è alle spalle. Nella sua prima vita Dario Marcolin è diventato campione d’Italia con la Lazio, nella seconda ha continuato a fare calcio come allenatore e telecronista

di Simone Lo Giudice

Campione d’Italia

Una velocità di pensiero da fare invidia a chiunque. Nella sua seconda vita Dario Marcolin non ha perso per strada il suo marchio, quella capacità di selezionare gli elementi indispensabili in gioco per imbastire l’azione giusta in grado di mettere in crisi gli avversari di turno. Da calciatore è stato un centrocampista centrale con una spiccata qualità nel fare ordine che gli ha permesso di ritagliarsi un posto nella Lazio campione d’Italia nel 2000. Quando ha smesso di giocare si è subito seduto in panchina al servizio di tecnici oggi di prima fascia come Sinisa Mihajlovic e Roberto Mancini. La capacità di preparare le partite e saperle leggere in corso d’opera gli ha permesso di bucare lo schermo come seconda voce: nella sua seconda vita Marcolin ha le cuffie e un campo di fronte agli occhi, da sempre uno dei suoi posti preferiti, da quando tutto è cominciato nella sua Brescia dove oggi brilla Alfredo Donnarumma.

Dario, le manca giocare a calcio? È stato difficile smettere di giocare?
No, non lo è stato perché ho iniziato subito ad allenare: ho fatto il secondo a Brescia, poi sono andato all’Inter da Mancini. Non c’è stato uno stacco nella mia carriera: non sono rimasto a casa per 2 o 3 anni, fortunatamente non ho provato questa cosa. Quando smetti di giocare ti manca lo spogliatoio, andare via il weekend: per me non è stato così. Sono stato fortunato perché ho continuato a fare i ritiri e la vita da spogliatoio con la squadra restando nell’ambiente.

Che differenze ci sono tra il calcio in cui lei ha cominciato a giocare e quello di oggi?
Il calcio di oggi è più fisico, il mio era più tecnico: un tempo c’erano Baggio, Mancini e Zola, oggi ci sono meno giocatori così. Con l’addio di Cassano e Totti si è chiuso il cerchio di quei trequartisti che erano stati il simbolo del calcio italiano. Oggi ci sono più moduli e più strategie, conta la corsa: è questa la differenza. Il calcio italiano in quel periodo, dal 1998 al 2005, era il top in Europa: oggi è finito al terzo posto perché Premier e Liga sono davanti.

Pensa che la qualità del calcio italiano si sia abbassata?
Ci sono ancora giocatori di qualità nel nostro calcio, ma magari non sono italiani: in passato sfornavamo talenti. È cambiato qualcosa nel mercato: è diventato complicato acquistare giocatori talentuosi, si preferisce puntare su giovani scommesse. Questo discorso non vale per la Juventus, ma la politica del Napoli è questa: l’anno scorso il club ha preso i tre migliori giovani in circolazione cioè Meret, Fabian Ruiz e Verdi, quest’estate Lozano ed Elmas. Il Napoli preferisce investimenti sul lungo periodo. Quest’estate ha preferito Lozano ad James Rodriguez: in ballo c’erano più o meno gli stessi soldi, ma è stato scelto un giocatore più giovane da valorizzare. Un tempo le grandi prendevano calciatori affermati, gli Ibrahimovic di turno, e l’Inter di Mancini acquistava Figo, Cambiasso e Vieira.

Come vede il Napoli in ottica Scudetto? Nelle prime cinque giornate sono arrivate due sconfitte…
Ero a Lecce dopo la vittoria del Napoli per 4-1: conosco la situazione. Non mi faccio ingannare dalla sconfitta col Cagliari: alcune partite nascono storte. Ho visto che Ancelotti si è arrabbiato per le critiche. Per me il Napoli continua ad essere una squadra candidata allo Scudetto. Questo campionato è strano: negli ultimi 5 o 6 anni sapevamo come sarebbero andate le cose, quest’anno è diverso. C’è l’Inter di Conte: 10 gol fatti, uno subito e 5 vittorie di fila. C’è la Juve: è un cantiere aperto, ma riesce a fare risultati. Poi c’è il Napoli che è la squadra col miglior attacco tra le tre. Vedo una corsa a tre per lo Scudetto.

La Lazio è stata importante nella sua carriera: che cosa ha significato per lei?
Tantissimo: vivo ancora a Roma dove è nata mia figlia, dove mi sono sposato. Tanti ex giocatori di quella Lazio sono rimasti in città. Ci frequentiamo fuori dal campo e facciamo qualche partita tra di noi. Giochiamo a paddle, siamo tutti invasati con questo sport, il più di tutti è Totti che si è costruito il campo a casa sua come Marchegiani. Siamo una bella combriccola. Gli anni alla Lazio sono stati il periodo più bello della mia carriera, anche se sono stato da Dio pure alla Sampdoria e al Napoli.

Che tipo di squadra era quella Lazio?
Nel 1999-2000 abbiamo vinto lo Scudetto e avevamo una rosa di 30 giocatori che oggi non trovi da nessuna parte. Sapevamo di poter vincere su qualsiasi campo in Italia e all’estero. Non c’era differenza tra giocare in casa e fuori: era una squadra ben strutturata. La gente mi ricorda come il Marcolin della Lazio. Il ricordo più bello è stato il momento in cui abbiamo vinto lo Scudetto. Favalli, Negro, Mancini, Nesta, Marchegiani: tutti sono passati alla storia come i protagonisti di quel trionfo. Quei 5-6 anni si sono conclusi con la vittoria della Coppa Italia contro l’Inter, arrivata dopo uno Scudetto che a Roma mancava dal 1974.

Lei ha giocato con Nedved alla Lazio: si aspettava che sarebbe diventato vicepresidente della Juve?
Pavel è sempre stato un ragazzo molto silenzioso, ma era un professionista d’oro. Da quando si è trasferito a Torino è cambiato. Nedved è un uomo di cultura e parla tante lingue: non è facile fare il vicepresidente della Juve, ma non mi meraviglio nel vederlo lì. Mi colpisce la sua crescita perché all’inizio era timidissimo: sono stato io a fargli firmare il contratto della luce e quello di casa, lo aiutavo molto perché arrivava da un altro Paese. Grazie a quello che ha fatto da calciatore è arrivato al top e mi fa molto piacere.

Dopo la partenza di Marotta il peso di Nedved alla Juve è aumentato: che cosa ne pensa?
Nedved ha fatto dell’umiltà il suo marchio di fabbrica alla Lazio quando Zdenek Zeman lo ha portato con sé dalla Repubblica Ceca. Pavel ha vinto il Pallone d’Oro, è stato un uomo di calcio e ha fatto la storia della Juve. Quando i giocatori si relazionano con uno col suo pedigree cambia tutto. Stessa cosa per Mancini all’Inter: tutti sapevano che era stato un grande giocatore e avevano un po’ di timore. Alla Juve succede la stessa cosa quando hai di fronte Nedved: quando parla, tutti quanti prestano il doppio dell’attenzione e provano un certo timore reverenziale. 

0 Commenta qui

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy