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Luque: “Non ho paura della prigione. E mi ferisce sentire che ho ucciso Diego”

MAR DEL PLATA, ARGENTINA - NOVEMBER 10: Diego Maradona, head coach of Gimnasia y Esgrima La Plata, gestures before a match between Aldosivi and Gimnasia y Esgrima La Plata as part of Superliga 2019/20 at Estadio Jose Maria Minella on November 10, 2019 in Mar del Plata, Argentina. (Photo by Marcos Brindicci/Getty Images)

Da quel 25 novembre, giorno della scomparsa del Pibe de Oro, nulla è più come prima per  Leopoldo Luque

Redazione Il Posticipo

Sono passati ormai più di sei mesi da quando Maradona ha lasciato questo mondo orfano di uno dei suoi più grandi personaggi. Da quel 25 novembre, giorno della scomparsa del Pibe de Oro, nulla è più come prima per  Leopoldo Luque, ultimo medico del fuoriclasse argentino che, come riportato da Olè, è tornato a parlare della vicenda.

RAPPORTO - Il primo rapporto fra i due risale al 2015. "Ho conosciuto Diego quattro anni fa, dovevo vederlo per un disturbo del sonno. Il rapporto vero è iniziato nel 2019. Ho provato a mettermi in contatto con il suo precedente medico di famiglia, Cahe, ma non ci sono riuscito. Anche Diego non voleva che comunicassi con lui perché il loro rapporto si era chiuso male. Mi sono imbattuto in un paziente con una storia di dipendenze e scompenso cardiaco acuto legato al consumo di cocaina. Tuttavia, mentre lo curavo, non ne faceva uso. Nel 2019, quando si è stabilito qui e dopo l'inizio della quarantena, il problema della dipendenza da alcol si è accentuato".

OPERAZIONE - Il dottore si è soffermato anche sull'operazione e sull'epilogo della vicenda. "La necessità dell'intervento era indiscutibile. In ogni caso, mi pento della triste frase che ho detto. Ho già chiesto scusa e continuerò a farlo. Il cuore di Diego era ingrossato, sfinito. Per quanto riguarda il ricovero domiciliare, è stato elaborato dall'assistenza sociale e regolato dalla legge. Non ho mai avuto il potere di controllarlo. Ho visto infermieri e medici e non mi hanno segnalato nulla. Avevano l'ordine di non parlare con noi. Ho vissuto situazioni umilianti, parlato con persone che non avrei neanche mai voluto vedere o conoscere, ma ho voluto aiutare Diego. Mi è sembrato un uomo molto solo. Vorrei che prendessero i cellulari di tutti come fatto con il mio. Sono orgoglioso di quello che ho fatto, non mi sono mai staccato da Diego e ho sempre cercato di aiutarlo. Non ho paura di andare in prigione né ci penso. Il futuro è incerto, non so cosa succederà, ma sembra che il principio di innocenza non esista più. Mi rattristo quando dicono che ho ucciso Diego".