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L’infanzia shock di Richarlison nelle favelas: “Mi hanno puntato la pistola in testa”

L’infanzia shock di Richarlison nelle favelas: “Mi hanno puntato la pistola in testa” - immagine 1
Richarlison culla un sogno dopo una vita assai difficile nei suoi primi anni in Brasile.

Redazione Il Posticipo

Un gol straordinario, il più bello di questo mondiale. Richarlison piede e testa calda, abbastanza da farsi ribattezzare "il Bandito", non spara a salve. Tite ha scommesso su di lui e passa alla cassa con gli interessi. L'attaccante del Tottenham può viversi il sogno. Del resto chi, come lui, nasce in una favela sa che deve essere sempre farsi trovare pronto. La vita da quelle parti è complicata e i guai arrivano anche quando cerchi di evitarli. E pensare che il nuovo eroe del Mondiale ha rischiato di non esserci. Non per scelta tecnica, ma per una vicenda che ha rasentato la tragedia.

POVERTÁ

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Il ragazzo ha raccontato la sua infanzia ad AS qualche tempo fa. "Sono nato in una città del nord dello stato di Espírito Santo, nel sudest del Brasile. È un paesino piccolo, dove molta gente lavora nei campi e c'è molta povertà. Vedevo mio padre lavorare tutto il giorno per pagare le bollette e molto presto ho cominciato a lavorare anche io per dare una mano. Vendevo caramelle, gelati e quando ero adolescente ho anche raccolto il caffè con mio nonno. Io e i miei fratelli vivevamo in una zona pericolosa, ho visto droga e violenza. È stato molto difficile, ma avevo i miei angeli custodi che mi hanno sempre tenuto sulla retta via. Molti dei miei amici di infanzia non hanno avuto la stessa fortuna, alcuni sono finiti nel mondo della droga e altri sono morti. Mi sento un privilegiato e fortunato, perché posso aiutare la mia famiglia e perché anche per me tutto poteva finire in modo diverso".

PISTOLA

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Richarlison ha visto la morte in faccia, dopo un incontro con un narcotrafficante che pensava gli stesse rubando il lavoro. "Tornavo da scuola con i miei amici e un tizio pensava che stessi vendendo droga nella sua zona. Mi ha puntato la pistola in testa e mi ha minacciato, ma ho avuto la tranquillità di spiegargli che stavo andando al campo da calcio e non vendevo né usavo droghe. Mi ha lasciato andare, ma ero molto spaventato. Ora è facile parlarne, ma è un qualcosa che ha segnato la mia infanzia e mi ha spinto a cercare un cammino diverso rispetto ai miei amici".