L’infanzia complicata di Le Fée, la nuova stellina del calcio francese: “Saltavo gli allenamenti per andare in carcere a trovare mio padre…”

Enzo Le Fée è uno di quelli che in Francia chiamano enfants du pays; la stella fatta in casa, nata e cresciuta calcisticamente negli ambienti che ha sempre frequentato. Ma non per questo la sua infanzia è stata semplice, perchè suo padre non è stato esattamente un modello di vita…

di Redazione Il Posticipo

Enzo Le Fée è uno di quelli che in Francia chiamano enfants du pays; la stella fatta in casa, nata e cresciuta calcisticamente negli ambienti che ha sempre frequentato. E infatti, nella vita e nella carriera del centrocampista classe 2000 c’è sempre e solo una parola: Lorient. Nato lì, inserito nelle giovanili del club e ora arrivato in pianta stabile in prima squadra, contribuendo alla promozione in Ligue 1 e con un ottimo campionato, che lo sta trasformando in uno dei talenti più interessanti del calcio transalpino. Si potrebbe pensare che crescere in un ambiente conosciuto, senza troppe pressioni, sia più semplice. Ma come ha raccontato il ventunenne a L’Equipe, ci sono anche altri problemi di cui a volte si deve tenere conto.

CARCERE – E il suo è familiare, perchè suo padre non è esattamente un modello di vita: come spiega AS, è stato condannato dieci volte al carcere per traffico di droga, violenza e altri reati. Una situazione che ha segnato l’infanzia di Le Fée, ma anche la sua carriera. “Mi ha cresciuto mia madre, ma non abbiamo mai smesso di avere un rapporto con mio padre, anche quando era in carcere a Ploemeur o addirittura a Brest”. Che è sempre in Bretagna, relativamente vicina a Lorient, ma comunque a un’ora e mezza di macchina. E quindi, si sacrifica il calcio: “Saltavo gli allenamenti per andarlo a trovare. L’ho fatto anche l’anno scorso una volta finito il campionato di Ligue 2, mi ha reso orgoglioso”.

RICORDI – Un rapporto, quello con suo padre, che Le Féè considera assolutamente sincero, anche se non certo di quelli che si raccontano troppo facilmente. “Mi ricordo il giorno in cui mia madre mi ha detto che mio padre era in carcere, ero molto piccolo. Non mi ha segnato troppo, nel senso che comunque mia madre mi ha detto che la mia vita doveva continuare e che questo non doveva crearmi problemi. Mio padre è stato spesso descritto come una persona violenta, ma non ha mai messo le mani addosso a me o a un altro dei suoi figli. Voleva aiutare i suoi amici, qualcosa che avrei fatto anche io. Si è sempre preso la responsabilità di quello che ha fatto e non mi ha mai mentito”. E ora si spera che sia orgoglioso del suo “petit Iniesta”…

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