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L’avvocato Ielpo: “Io, Ranieri e il ‘Dilly ding, dilly dong’ al Cagliari. Sul post-Donnarumma al Milan…”

L'arte della parola coltivata di generazione in generazione, un paio di guanti che sanno di ricordi paterni e sogni realizzati, il calcio una passione di famiglia tanto grande. Mario Ielpo ha 58 anni e ama ancora il pallone nella sua seconda vita

Simone Lo Giudice

Un libro tra le mani, il pallone anche, poi un'isola dove è arrivato ragazzo ed è ripartito uomo. Tutte le strade portano a Roma dice il proverbio. La vita di Mario Ielpo va in controtendenza: tutto è partito dalla Capitale verso una destinazione differente dal punto di partenza. A Roma è diventato un professionista dentro e fuori dal campo: prima come calciatore, poi come avvocato. In Sardegna è sbocciato Ielpo, il portiere lanciato tra i pali da Claudio Ranieri, un altro uomo che a Cagliari ha seminato tanto in vista del grande raccolto sui campi inglesi 25 anni dopo. Il Milan è stato un premio per Mario, che ha vinto con Marco van Basten, esempio di amore e sofferenza per tutti. Da tempo Ielpo ha intrapreso una strada diversa, dove la parola è regina, ma la sua passione per il mondo del pallone è rimasta quella di sempre.

Mario, lei oggi fa l'avvocato: com'è nata questa scelta?

Il mio percorso è stato particolare fin dall'inizio. Ho studiato mentre giocavo per diventare un calciatore professionista. Ho frequentato il Liceo classico, poi l'Università ai tempi della Lazio quando facevo la Primavera quindi il terzo portiere. Ho portato avanti gli altri anni di studio a spizzichi e bocconi con il servizio militare in mezzo. Mi sono laureato alla Sapienza di Roma a 25 anni, quando giocavo a Cagliari.

Perché ha scelto di fare l'avvocato?

Abbiamo uno studio di famiglia dal Dopoguerra: mio nonno era avvocato, mio padre ha 91 anni e ora per problemi di salute lo sta chiudendo. Esercitava la professione quando io ero ragazzo. Io sono diventato avvocato quando giocavo a calcio: cinque anni prima di smettere ho superato l'esame di Stato, una bella "spada di Damocle". Ce l'ho fatta prima di andare al Milan. Anche mia figlia è avvocato: c'è continuità in famiglia.

I suoi colleghi calciatori l'hanno mai presa in giro perché studiava?

No, anzi mi chiamavano l'Avvocato! Faceva piacere che io studiassi. Quando parlavo con i dirigenti e con i presidenti era diverso perché avevo studiato quindi ero sveglio. Mi consideravano un rompiscatole.

Com'è nata invece la sua storia con la porta?

Mio padre faceva il portiere della Nazionale Avvocati: è stato lui a mettermi tra i pali fin da piccolo. Anche questa è stata una scelta di famiglia in un certo senso.

Le dispiace non aver giocato con la Lazio in Serie A?

Sì, perché sono cresciuto nelle giovanili biancocelesti. Nella stagione 1984-85 mi hanno mandato in prestito al Siena e ho vinto il campionato in Serie C2: quell'anno sfortunatamente la Lazio è retrocessa in B. Quando sono tornato a Roma ho fatto il secondo. Ricordo la stagione 1986-87, quella del meno nove in classifica: davanti a me c'era Giuliano Terraneo, era più esperto di me. Poi sono andato al Cagliari.

Cagliari le ha cambiato la vita?

Sì, è stata la svolta della mia carriera. Quando sono arrivato il Cagliari giocava in Serie C1 ed era sull'orlo del fallimento. Il presidente Antonio Orrù ha salvato la società. Al secondo anno è arrivato Claudio Ranieri ed è cominciata l'epopea del Cagliari moderno. Qualsiasi sardo della mia età che tifa per i rossoblù ricorda quella squadra con affetto. Dalla C1 abbiamo fatto il doppio salto e siamo arrivati in Serie A col mister Ranieri. Ci siamo salvati, poi al suo posto è arrivato Carlo Mazzone e siamo andati in Coppa Uefa.

Ha un aneddoto legato al primo Ranieri?

Un anno a Natale il mister ha regalato ad ogni giocatore un campanaccio con i colori del Cagliari e con la scritta "Dilly ding, dilly dong": un modo per dirci di restare svegli, essere pronti e attenti, stare sempre sul pezzo in campo. C'era una coccarda rossoblù.  Al Leicester ha fatto qualcosa di simile. Quando hanno vinto la Premier League nel 2016, Ranieri ha svelato che uno dei motti era proprio "Dilly ding, dilly dong".

Che cosa ha sbagliato il Cagliari finora?

Non c'è stata chiarezza d'intenti tra tutte le componenti della società: dalla proprietà agli allenatori fino ai giocatori. Da quando è tornato in A dopo la retrocessione, il presidente Tommaso Giulini ha cercato di costruire un Cagliari che non fosse solamente una squadra da combattimento per salvarsi. Ha puntato su giocatori di palleggio con Eusebio Di Francesco, quando le cose sono andate male però ha scelto Leonardo Semplici e Walter Mazzarri, allenatori che vanno in un'altra direzione come credo calcistico.

Qual è il problema più grosso del club oggi?

Non c'è coerenza tra quello che si vuole fare all'inizio della stagione e quello che si fa quando arrivano le difficoltà. I giocatori non si sono rivelati adatti alle idee degli allenatori. Prima non c'era un calciatore da campo aperto: sei il Cagliari, non il Real Madrid. Con Keita Baldé hanno risolto un po' questo problema. Noi ci siamo salvati con Daniel Fonseca e Luis Oliveira, giocatori che quando ripartivano era micidiali.