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L’Appunto

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di Stefano Impallomeni. Good Mourning Roma. La Roma coglie una gloria piena per sé e per il calcio italiano. Una Coppa storica, diversa e tremendamente utile per ripartire. La Roma ha finalmente vinto, scrollandosi i complessi. E si alzerà...

Stefano Impallomeni

Good Mourning, Roma. Al suo annuncio, lo scorso anno, lo avevamo scritto. Senza enfasi, avvertendo nuove sensazioni. E ragionando sulle vere motivazioni del personaggio che consolida la sua storia, riuscendo ad alzare al cielo il suo quinto trofeo internazionale della carriera in quattro competizioni differenti. Nessuno come lui. Così diverso e vincente. E nessuno avrebbe immaginato un'impresa del genere, così, da subito. Il Mourinho romanista è davvero geniale: allenatore di tutto e di tutti, epicentro essenziale di un movimento rumoroso e passionale come lui. È stato un Mou particolare, molto intelligente, votato a una causa speciale, quasi sempre persa negli anni e adesso abbastanza centrale nel cuore dell'Europa. Il suo merito maggiore è stato la ricerca immediata di una fuga per la vittoria, semplicemente concentrato più sul come venirne a capo che nello stabilire novità sostanziali sul piano squisitamente tecnico. Ha dato più voce e personalità a chi credeva di non averne, trasferendo una mentalità necessaria per valicare dimensioni importanti in un ambiente difficile e spesso abbandonato nelle derive di piccoli personaggi che si cibano dell'esaltazione del fallimento altrui. È un lavoro non ancora finito, nonostante il trionfo, ma molto rapido nelle intuizioni e nelle correzioni, perché Mou ha capito velocemente dove era capitato. Perché a Roma c'era da riempire un vuoto emotivo più che tecnico ed è stato fatto. La vittoria di Mou arriva più da fuori che da dentro il campo. La spettacolarizzazione non è nel suo gioco, ma nella sua comunicazione, nel suo bagaglio di esperienze, nel giudicare meglio di chi lo giudica come si può vincere a Roma, scuotendo le coscienze e battendo una depressione confusa e rassegnata. È stato un Mou strategico, empatico, aggregante e aderente a una realtà per lui del tutto inedita, da riscrivere dal nulla. La missione è compiuta, anche se per gli altri obiettivi ci sarà ancora tempo a disposizione. Nel frattempo, un primo centro rilevante al primo tentativo: il buongiorno atteso e previsto, appunto. Perché José Mourinho non era soltanto un nome da spendere, ma una forte possibilità di rilancio, di una nuova speranza e soprattutto una concreta, grande, possibilità per sognare un qualcosa di unico. Ebbene, in una stagione, il verbo vincere è diventato realtà. Grazie a una sintesi formidabile di unione, in nome di un sentimento e nella capacità spontanea di capire cosa serviva a un gruppo che, oltre i risultati tra campionato e coppa, ha saputo metterci del suo diventando una squadra. Ecco, un gruppo che aspettava di diventare una squadra, la chiave di volta. Una squadra vera che ci credeva, ci crede e che forse ci crederà più di adesso: questa la vera differenza, il salto in avanti, rispetto a raffronti sterili e fumosi. Una squadra che si copre e si difende, attaccando bene chi cerca di offenderla, abile nell'assimilazione veloce di pregi e di limiti che restano, ma che si vedono di meno. La Roma ce l'ha fatta e ce l'ha fatta grazie soprattutto a Mourinho, che ha chiesto l'aiuto di un alleato fedele senza il quale sarebbe stato difficile. Ovvero, quel popolo giallorosso che, senza se e senza ma, è stato il vero protagonista di questa stagione. Una fede e una comunione totale, un pieno di entusiasmo che è la vera cronaca di un cambiamento. È quindi, per questo motivo, la vittoria di Tirana è completa, è di tutti. E sarebbe un torto - e neanche giusto- ridurre il trionfo al volto di un solo giocatore e perché no al volto di un solo allenatore. La Roma coglie una gloria piena per sé e per il calcio italiano. Una Coppa storica, diversa e tremendamente utile per ripartire. Un'attesa che durava da 61 anni in Europa (50 per chi vuole considerare la vittoria nel torneo anglo italiano) e da 14 in Italia, ma è soprattutto un successo nazionale che arriva dopo quel 2010 quando a Madrid, sempre lui, José Mourinho calò il Triplete nerazzurro in Champions. Due punti e una stessa retta che li unisce: José Mourinho che è di nuovo storia, al centro dell'attenzione dopo anni di esoneri e tribolazioni. Mou serviva alla Roma e la Roma serviva a Mou. È stato un incontro fatale e importante. Quello che ci voleva: il mutuo soccorso professionale per risorgere insieme. La Roma ha finalmente vinto, scrollandosi i complessi e si alzerà diversa da oggi. Più consapevole di poter andare oltre una splendida eccezione. Una Conference League per la ricostruzione e non per la realizzazione. Mou ha dimostrato che si può continuare. Ai Friedkin spetterà il resto. C'è tutto per sognare uno scudetto. Con tre-quattro colpi significativi sul mercato, e senza stravolgere granché, sarebbe un'altra Roma. Good Mourning, Roma.