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L’Appunto

LONDON - MAY 19:  Sir Alex Ferguson manager of Manchester United gestures as Jose Mourinho manager of Chelsea looks on during the FA Cup Final match sponsored by E.ON between Manchester United and Chelsea at Wembley Stadium on May 19, 2007 in London, England.  (Photo by Clive Mason/Getty Images)

Di Stefano Impallomeni. Mourinho alla Ferguson, super manager, dal campo alla comunicazione, asse del presente e del futuro sarebbe così un'eresia?

Stefano Impallomeni

La lotta avvincente per lo scudetto e poi la ressa ordinaria, un po' distante, per infilarsi nella piccola Europa. A tre giornate dal termine del girone di andata nessun gioco è ancora fatto, ma le proiezioni per alcune squadre non promettono granché. Dietro la Dea quarta, più vicina allo scudetto che non alla Champions, il "solchetto" delle affannate e delle scorbutiche, con la Viola decisamente la vera novità di questo periodo. Risale la Juventus, quinta con la Fiorentina, poi Roma e Lazio a dannarsi l'anima tra tensioni e difficili gestioni. Il resto è uno sbattersi quotidiano, abbastanza discontinuo, a volte interessante. Tutto in salita o in discesa, dipende, ma nulla di definitivo. Sedici giornate rappresentano un quadro non sufficiente per capire, sebbene ci sia sempre un fondo di verità che racconta rendimenti deludenti non proprio prevedibili. Della Juventus abbiamo già detto. Ora leggermente meglio, in ripresa. Con il Genoa tante occasioni create e giocate sontuose. Obiettivo: continuare a fare gol, quello che mancava e che dovrà tornare per riportarsi in alto. La Fiorentina è un all or nothing. Italiano non conosce pareggi e sarebbe il caso a volte di saper cogliere le vie di mezzo per intendere un vero valore. Mediare è essenziale, anche in campo. O Nero o bianco, va bene fino a un certo punto. Il grigio non è un colore che appassiona, ma dà regolarità, fa diventare maturi, equilibra un percorso. Per Roma e Lazio un’asfissia di punti. Troppo pochi per essere veri. Sarri combatte contro le sue idee e fatica a imporsi perdendosi tra tempi veloci e tempi morti. Quando prende forma la sua realtà, sparisce immediatamente l'altra faccia della stessa. Finora la Lazio è una cosa a metà. Tanto Immobile in attacco quanto poco mobile e intercambiabile altrove, specialmente in difesa, o meglio nella fase difensiva della squadra, fiore all'occhiello di Sarri ai tempi del Napoli. Si sbarella spesso e per lunghi periodi di partita. La base della formazione è da Champions, ma la rosa è limitata e non costante nel ricevere un cambio di rotta decisivo da parte dell'allenatore e poco qualitativa nel sostituire chi governa in campo i destini delle possibili vittorie. Pazienza e volontà, quindi, come nel caso della Roma che tra penalizzazioni arbitrali e assenze pesanti si ritrova sgonfiata e frustrata, messa lì in disparte, con Mourinho però assoluto dominus, idolatrato dai tifosi, nonostante le sconfitte in campionato (7) facciano quasi scopa con le vittorie (8). A Trigoria, da anni, si parla di progetti, ambiziosi rilanci, amministrazioni illuminate e via dicendo. Nel calcio non è così facile avere ragione in pochi minuti, figurarsi negli anni. Ci vogliono i calciatori buoni, ci vuole fortuna, talento nelle scelte e ognuno al suo posto, delegato in quel che sa veramente fare. I veri avversari da battere sono i soliti, ossia l'insipienza, l'inesperienza e il prendere decisioni su cose che ancora non si conoscono bene. Ecco, allora, la folgorazione. Ma Mourinho alla Ferguson, super manager, dal campo alla comunicazione, asse del presente e del futuro sarebbe così un'eresia?