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L’Appunto

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Di Stefano Impallomeni. Il sabato è nerazzurro e non in bianco e nero.

Stefano Impallomeni

Troppo brutto e troppo poco, ma tutto terribilmente vero. Sette punti in meno di Pirlo, quindici in meno di Sarri, dopo 14 giornate. E cinque sconfitte già incassate, sei stagionali: non accadeva dal 1988. Un buio totale, con lo Stadium che oramai fischia il suo dissenso, senza fare sconti. Momentaccio, ma veramente accio accio, al di là di ogni previsione. Allegri, l'uomo forte voluto dal Presidente Agnelli per il rilancio, è in un mare di tensioni, appeso a una svolta che non arriva mai. La sua Juventus è un limite costante: se attacca si sfalda, se difende non ha la forza di vedere la porta avversaria. Preoccupa questo, più dei risultati. Situazione allarmante, crisi pazzesca, con calciatori avvolti da sensazioni negative. Si entra in campo non più sicuri di farcela. Allegri è e resta un ottimo allenatore, ma le nevrosi delle soluzioni mai trovate stanno disintegrando una squadra che non migliora, non peggiora, galleggia, ansima, tira di nervi e vive di stenti tecnici, assoli disperati. Dybala è fortissimo ma non è Cr7 e difficilmente lo sarà mai. È buono dentro, bello fuori e può trascinare soltanto se sta bene fisicamente. Allegri, improvvisamente, sembra essere diventato una guida qualsiasi, lui capace come pochi a capire calcio e a fiutare successi, abile soprattutto nell'assegnazione di gradi e ruoli. È il conto che non torna, abbastanza sconvolgente, nel tempio sacro delle sue serie scudetto chissà quanto e quando ripetibili. Per ora, è un nothing, senza un all in mai immaginato. Il suo ritorno in bianconero è un incubo continuo e fa una certa impressione vedere uno come lui, lì, a urlare e a combattere contro chissà quale misterioso demone che ha consentito di ridurre così una Juventus mai nata, desolatamente vuota, priva di un senso. È la crisi di questo campionato che sorprende e che non deve essere sommariamente tutta accollata ad Allegri, che raccoglie i cocci di errori precedenti, da solo al comando in una mentalità vincente che non c'è più, solo, anche se portare il passato come esempio corrode con i fatti di un calcio cambiato, più aperto a cervellotiche interpretazioni. Rivivere i successi passati e tramandarli non funziona più come prima. Cambiano le generazioni e cambia anche la voglia di sentire ed ascoltare, imparare davvero. Non c'è più questo tempo, paradossalmente. Allegri non è la causa di questo malessere, ma non può farsi travolgere da vecchie metodologie non più produttive, anche nei rapporti con il gruppo. La Juventus si riprenderà, ma non deve avere fretta di darsi obiettivi perché non ce ne sono e perché ci sono squadre attualmente più brave a fare risultato e fare gioco, a essere semplicemente una squadra. Questa, di squadra, non ha più la forza delle radici. I leader stanno abdicando e il resto è molto simile, altalenante, discontinuo, non travolgente per essere da Juventus. La Dea sbanca giocando un calcio più ragionato. Gasp, senza Gosens e Hateboer, praticamente mai avuti con tanti infortuni da gestire e un Muriel non ancora esplosivo, sta facendo meglio della scorsa stagione. Atalanta on fire e Inter al piccolo trotto a Venezia. Inzaghi gira, cambia, gestisce, ma nei finali di partita si rischia grosso. L'Inter, però, dimostra di avere molti modi di vincere. O di corsa o di pensiero, basta nel non esagerare di voler pensare di vincere facile. Ne vedremo ancora delle belle o delle brutte. Dipende, ma intanto ora il sabato è nerazzurro e non in bianco e nero.