L’antidivo Talamonti: “Gestisco una ferramenta. Alleno gratis, l’Atalanta è nel mio cuore. Il calcio di oggi non mi piace perché…”

L’antidivo Talamonti: “Gestisco una ferramenta. Alleno gratis, l’Atalanta è nel mio cuore. Il calcio di oggi non mi piace perché…”

Grandi uomini si nasce, giocatori in prima squadra si diventa. Il calcio è stato ed è la passione più grande di Leonardo Talamonti, quando è calato il sipario sulla sua carriera però qualcosa lo ha spinto a cambiare vita. L’ex difensore ha ricercato la felicità scegliendo i chiodi migliori e le chiavi giuste e ancora il suo amatissimo prato verde

di Simone Lo Giudice

Ferramenta e panchina

La giusta distanza, gli utensili migliori, le passioni di sempre. Oggi Leonardo Talamonti ha 38 anni ed è un uomo felice. Andato dove l’ha portato il cuore. Il calcio è stato tutto per “Leo” che palla al piede è partito dal paesino di Alvarez in provincia di Rosario ed è arrivato al comune marchigiano di Ripatransone per scoprire le sue origini. L’esperienza alla Lazio è stata breve ma intensa, quella all’Atalanta lo ha segnato nel profondo. Talamonti ha chiuso la carriera in Argentina poi ha preso tra le mani la ferramenta di famiglia: e ha trovato le chiavi giuste per aprire le porte sul futuro. Usando i chiodi migliori, quelli che non ne schiacciano altri. L’ex difensore ha appeso un nuovo capitolo sulla parete della sua vita, fatto di semplicità e di tanta passione.

Leonardo, che cosa fa oggi nella sua vita?
Due anni e mezzo fa ho deciso di chiudere la mia carriera da calciatore. Da qualche anno avevo una ferramenta di famiglia e ho scelto di prenderla tra le mani. Sono tornato a casa mia in Argentina, lavoro in ufficio e a contatto con la gente. Faccio di tutto. Anche mia moglie è in ufficio, mio padre guida il furgone e trasporta la merce da una parte all’altra. Insieme a noi lavorano anche due operai.

Lei vive in un paesino dell’Argentina: come è tornare in una realtà così piccola dopo essere stato sotto i riflettori del calcio?
Abito ad Alvarez a 25 chilometri da Rosario, il paesino ha 9000 abitanti. Avevo ben chiaro che cosa fare. Quando ho smesso di giocare sono tornato a casa ad Alvarez dove sono nato insieme alla mia famiglia. Ho tutto in questo paesino: anche una casa. Non mi piacciono le grandi città, per questa ragione mi sono trovato molto bene a Bergamo quando giocavo.

Oltre ad occuparsi della ferramenta, lei fa ancora calcio in qualche modo?
Nel mio paesino ci sono due club. Io do una mano all’Union de Alvarez. Non voglio essere pagato, lo faccio per passione. Ho giocato con loro da piccolo fino ai miei 15 anni, quando sono andato nella Primavera del Rosario Central e poi ho esordito in prima squadra. Sono molto legato a questo club: alleno gli Allievi e do una mano alla dirigenza. Per me ogni giorno dovrebbe durare 38 ore…

Ha anche qualche altro hobby?
Mi piacciono i go-kart, ne ho sempre preso uno per girare in pista nei posti in cui sono stato. Mi dicevo sempre: quando finisco col calcio, andrò a fare le corse. Ho chiuso la mia carriera da due anni e mezzo e non sono ancora riuscito a fare un giretto. Non trovo il tempo.

Come vede il calcio di oggi? Lei ringrazia di non farne più parte?
Non mi piace la gente che gira intorno al calcio: procuratori, dirigenti e calciatori. Non mi piace l’ambiente, non mi è mai piaciuto. Ho pochi amici nel calcio. I dirigenti continuano a chiamarmi, ma io sono stato sincero con loro e gli ho detto che non volevo più farne parte. Voglio fare calcio a livello amatoriale. Non escludo tra qualche anno la possibilità di allenare una squadra giovanile del Rosario, in questo momento però non voglio farlo. Il calcio di oggi è peggiorato rispetto a quello che praticavo io.

Per quale ragione non le piacciono i calciatori di oggi?
Io sono sempre stato un antidivo: a Bergamo mi definivano così. Non mi piace la fama, sono una persona molto timida. Mi vergogno di tante cose, quando mi fermano per strada per firmare un autografo mi imbarazzo. Da ragazzo stavo molto a casa, uscivo poco. L’ho fatto un po’ con mia moglie: quando eravamo a Bergamo, andavamo fuori a cena a Milano tantissime volte però da soli. Sono diverso dagli altri calciatori.

Quando è nato il suo legame con il nostro Paese? Lei ha origini italiane?
Io sono cresciuto con mio nonno. Mio padre mi diceva sempre che i nostri parenti erano originari della provincia di Ascoli Piceno precisamente di Ripatransone, un paesino in una zona collinare. A casa nostra si parlava italiano. Mia nonna faceva Capriotti di cognome, mio padre Talamonti, in famiglia c’erano i Lanciotti: erano tutti italiani originari della stessa zona tra Ascoli e Ancona. Quando sono arrivato in Italia alla Lazio sono andato a Ripatransone per vedere dove era nato il mio bisnonno che si era trasferito in Argentina. Ho portato mio padre per fargli conoscere le nostre origini. Sono stato sempre molto legato all’Italia, ho avuto sempre una grande passione per il vostro Paese.

Come è nata la trattativa che l’ha portata alla Lazio?
Il modo in cui sono andato via dall’Argentina mi ha segnato: è una delle ragioni per cui il calcio non mi piace. Nel mio Paese un procuratore poteva acquistare il cartellino di un calciatore insieme ad altri suoi collaboratori formando un gruppo di impresari. Mi hanno portato alla Lazio in prestito. Finito il mio contratto, io ho parlato col presidente Lotito per discutere il rinnovo: lui mi avrebbe fatto un contratto di 3 anni se avessi lasciato quei procuratori, ma non ho potuto farlo. Questo gruppo mi ha portato al River Plate che ha preso la metà del  cartellino. Dopo una stagione sono passato all’Atalanta con questa gente alle spalle, fino a quando la Dea non mi ha acquistato.

Lei si sentiva l’ostaggio dei suoi procuratori?
Sì e mi faceva male perché non era una situazione normale. L’unica cosa che gli importava era fare affari, non gli importava niente del calciatore Talamonti. Ringrazio sempre l’Atalanta per avermi acquistato. Il primo anno sono arrivato in prestito, ho giocato tanto e ho fatto molto bene. Ringrazierò sempre la famiglia Ruggeri per avermi preso: si è comportata molto bene nei miei confronti.

Tra gli argentini e l’Italia e soprattutto Bergamo c’è un grande feeling…
Prima del mio arrivo all’Atalanta ci sono stati Maschio, Caniggia, Leonardo Rodriguez. Poi è toccato a me e sono arrivati altri argentini:  Tissone, Denis, Maxi Moralez, Papu Gomez e José Palomino. Mi fa piacere che gli argentini si trovino bene all’Atalanta. Io la seguo ogni weekend e quando gioca in Champions . Ho visto il 7-0 al Torino: non è facile andare a vincere lì e fare 7 gol. L’Atalanta di oggi sta facendo cose impressionanti e davvero bellissime.

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