Lamouchi: “Non essere convocato nel 1998 al Mondiale mi ha rovinato la vita”

Lamouchi: “Non essere convocato nel 1998 al Mondiale mi ha rovinato la vita”

L’ex giocatore di Parma e Inter parla della sua esperienza al Nottingham Forest: tenta la scalata dopo 20 anni, quando la Francia si era appena laureata Campione del Mondo e lui viveva il periodo peggiore della carriera…

di Redazione Il Posticipo

Lamouchi, una scommessa da vincere. L’ex giocatore di Parma e Inter ha accettato una sfida importante: restituire al Nottingham Forest la Premier che manca ormai da 20 anni. Era il 1999. Proprio in quel periodo, da calciatore, il centrocampista viveva il periodo peggiore della carriera…

POSITIVO  – In una intervista esclusiva rilasciata al Telegraph, Lamouchi parla dei suoi primi mesi in Inghilterra. Accolto in modo piuttosto freddo, la sua popolarità è cresciuta dopo una striscia positiva di cinque risultati utili consecutivi, anche se il decimo posto non è esattamente un sogno. “Siamo fortunati a lavorare nel calcio, ma non possiamo parlare della Premier League perché l’ultima promozione risale a 20 anni fa. “Molti manager e giocatori ci hanno provato”.

RISCHI – In effetti la panchina del Forest non è esattamente comoda. Tredici allenatori in otto anni.  “Conosco bene la storia del club e quanti allenatori si sono alternati su questa panchina: ho deciso di correre il rischio: la mia passione coincide con  il mio lavoro. Sarei potuto andare altrove per avere vita più facile”. Una avventura che vivrà, per adesso, da solo. “Mia moglie vive ancora in Francia e anche i bambini: preferisco correre il rischio da solo. Forse in futuro spero che si uniranno a me. Significa che avrò svolto un buon lavoro”.

RIMORSI-  Lamouchi, centrando la promozione, scriverebbe la storia. E riscatterebbe anche quanto ha sofferto circa 20 anni fa, proprio da calciatore. Il fatto di non essere convocato per i mondiali del 1998 lo ha segnato profondamente. Alla fine però, le cicatrici hanno generato esperienza. “Non aver giocato i mondiali è  il peggior ricordo della mia vita professionale. Per quasi tre anni è stato difficile da accettare l’ho vissuta come una profonda ingiustizia. Meritavo di giocarli. Poi il dolore me lo sono lasciato alle spalle. E mi ha reso più forte: adesso so come gestire uno spogliatoio. Posso parlare con tutti faccia a faccia. A volte dire la verità non è belli, ma è necessario. Il mio vantaggio è che prima ero un giocatore, quindi adesso conosco cosa pensano i miei ragazzi”.

 

 

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