L’amarezza di Amunike: “In Spagna è difficile allenare. Non c’è razzismo però…”

L’ex giocatore del Barcellona esprime le proprie perplessità.

di Redazione Il Posticipo

Amunike e la Spagna. Un rapporto professionalmente complicato. Dopo l’esperienza non indimenticabile a Barcellona, l’ex calciatore, dopo il ritiro. ha scelto la Cantabria. Il calcio spagnolo, però, sinora, non ha scelto lui. Dopo il ritiro ha vinto un mondiale da allenatore con la Nigeria Under 17 ma non gli è bastato per avere una possibilità. E in una intervista alla Tv di AS esprime il suo dispiacere per la situazione venutasi a creare.

DIFFICILE – Amunike prende atto della situazione. Non parla apertamente di razzismo: “Nelle serie più importanti non c’è un solo allenatore africano. Non sto dicendo che la Spagna sia razzista, ma dà spunti di riflessione. Ho una comprovata esperienza e spero di avere l’opportunità di dimostrare le mie conoscenze. Mi piacerebbe allenare in Spagna, perché professionalmente è molto stimolante. E poi da un punto di vista personale, mi piacerebbe essere più vicino alla mia famiglia”.

BARCELLONA – L’arrivo in Catalogna, da calciatore, nel 1996, doveva rappresentare una svolta. “Mi sino subito infortunato. La società ha sperimentato una terapia che non ha funzionato, l’operazione non è riuscita perfettamente.  E poi era difficile per le persone capire come mai ci fosse un africano nella squadra. Barcellona è stata comunque un bel periodo. Anche se non ho giocato molto ho vinto titoli e mi sono trovato bene con tutti i miei compagni di squadra, specialmente con Luis Enrique. Riesce a trasmettere carattere ai calciatori e ha grande carisma”. 

FUTURO  – Il razzismo è ancora un male endemico, ma qualcosa si sta muovendo. E il calcio africano può e deve cercare un rilancio.  “Il calcio sta cambiando e il colore della pelle conta sempre meno. In Russia tutte le nazionali sono state eliminate ai giorni. Il giocatore africano ha un suo stile, che si basa sulla potenza, sul fisico, e non possiamo perderlo, se non mantenerlo e migliorarlo. Abbiamo talento, ma non basta. Le federazioni africane devono attrezzarsi”.

 

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