La depressione di Sagna dopo la morte del fratello e un grave infortunio: “Mi sentivo come un robot. Guidavo fino agli allenamenti, ma non mi ricordavo come ci ero arrivato”

Bacary Sagna è attualmente svincolato, ma a 37 anni non vuole saperne di smettere di giocare a calcio. Eppure c’è stato un momento della sua carriera in cui il terzino, ex Benevento, aveva ben altre cose per la testa. Nel 2008, nel giro di qualche giorno, il suo mondo si è capovolto.

di Redazione Il Posticipo

Bacary Sagna è attualmente svincolato, ma a 37 anni non vuole saperne di smettere di giocare a calcio. Eppure c’è stato un momento della sua carriera in cui il terzino, ex Benevento, aveva ben altre cose per la testa. Nel 2008, nel giro di qualche giorno, il suo mondo si è capovolto. Prima è morto suo fratello Omar in un incidente. E poi, dopo che suo padre gli aveva detto di tornare a giocare, si è gravemente infortunato alla caviglia. E come spiega al sito ufficiale dell’Arsenal, è stato un periodo davvero complicato, anche quando si è ripreso dall’infortunio.

ROBOT – “È difficile da descrivere, ma sentivo che non andava bene nulla. Nella mia testa sapevo esattamente quello che avrei potuto dare alla squadra, ma il mio corpo non ci riusciva. Certi giorni mi sentivo come un robot. Guidavo fino al centro sportivo e non mi ricordavo neanche come ci ero arrivato”. In questi casi bisognerebbe parlarne con qualcuno. Ma Sagna non era il tipo… “Non ne ho mai parlato con nessuno. Le persone che mi conoscono sanno che sono un tipo silenzioso, non sono uno che si fa troppo vedere. Arrivo, mi alleno, faccio il mio meglio e poi se devo farmi avanti lo faccio. Ma sono un tipo tranquillo e non chiederei mai aiuto”.

COMPAGNI – Qualcuno comunque si era accorto che Sagna non era al massimo della forma. “I miei compagni di squadra ovviamente sapevano che c’era qualcosa che non dava, perchè vivevano assieme a me. Erano tutti molto gentili con me, cercavano di farmi ridere. Mi ricordo che una volta Clichy mi ha portato a uno show chiamato Africa Africa alla O2 di Londra. Conoscevo Gael sin dai tempi della nazionale e mi è sempre stato molto vicino. Mi ha aiutato molto, ma tutti quanti hanno cercato di darmi una mano, per farmi capire che sono comunque una persona fortunata, non importa quello che succede”.

PSICOLOGO – Però c’è voluto un aiuto professionale per uscirne. “Devo ringraziare Neil, uno degli psicologi del club. Una sera, prima di una partita, mi ha detto; ‘Posso parlarti? Ho notato che ci sei, ma è come se non ci fossi. Che ti passa per la testa?’. E quindi abbiamo parlato, ho capito che era ora di far uscire tutto. E piano piano sono tornato me stesso. Sono tornato ad avere fiducia nei miei mezzi, a essere decisivo e a giocare meglio. Il calcio prima era tutto per me, ma ora, una volta che sono finiti i 90 minuti, ci sono altre cose di cui parlare”. L’importante è rendersene conto prima che sia troppo tardi…

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