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Mister Zé Maria: “Mi voleva il Real, ho preferito Parma. L’Inter è stata un sogno, Calciopoli la pagina più brutta. Vi racconto il mio stage con Mourinho”

Un sogno italiano cullato, protetto e vissuto fino in fondo. Zé Maria oggi ha 47 anni ed è un uomo felice per quello che è stato tra l'Umbria, la via Emilia e la Milano nerazzurro. Nella sua nuova vita legge e studia tanto, è rimasto il...

Simone Lo Giudice

Un orologio al polso per tenere tutto sotto controllo, fino all'ora X. Poi un saluto veloce agli amici e di corsa dritto verso casa per non farsi beccare dalla mamma col pallone tra i piedi. Strade del Brasile, Anni '80. Zé Maria ha cominciato a dribblare gli ostacoli quarant'anni fa, quando era solo un ragazzino che amava il calcio e sognava di arrivare in Italia. Il Real Madrid lo voleva, lui ha preferito la Serie A e ha detto '"si"  al Parma, dove è cresciuto al fianco dei campioni del mondo del futuro Buffon e Cannavaro. A Perugia la situazione si è ripetuta con Materazzi e Grosso. A Milano poi Zé Maria si è messo la maglia dell'Inter sulle spalle e ha chiuso il cerchio aperto trent'anni prima. Oggi lavora e studia per tornare in panchina. Vive nella campagna di San Paolo, il posto perfetto per essere il tuttofare di sempre, come in campo. E soprattutto per ricaricare le pile aspettando una nuova grande avventura.

Zé Maria, lei fa l'allenatore: come sta andando questo percorso?

Oltre all'Italia ho allenato in Brasile e Romania, in Albania e Kenya. Sto aspettando di trovare una nuova squadra. Con la pandemia lasciare il Brasile non è semplice. E trovare lavoro qui è altrettanto complicato perché sono stato via tanto tempo: sono conosciuto come giocatore e come allenatore, nonostante questo la gente sa poco di me.

Lei ha fatto uno stage da allenatore con Mourinho: che cosa ricorda?

Sono stato con José nell'anno del Triplete, ho visto i suoi allenamenti per una settimana. Mourinho era all'apice. Mi aveva colpito come gestiva il gruppo: i talenti già consacrati nel mondo del calcio come Eto'o e Sneijder, poi i giovani che stavano emergendo tipo Balotelli. Mario era la grande stella del calcio italiano. Mourinho è riuscito a creare sintonia. E loro lo ringraziano ancora per quello che ha fatto. Lo considerano il miglior allenatore del mondo che hanno avuto. Materazzi lo adora.

A quale allenatore si ispira oggi?

Cosmi mi ha insegnato a non mollare mai, quello che ha fatto col Perugia è stato eccezionale. Poi ho avuto Ancelotti al Parma per due anni: Carlo è ancora uno dei migliori. Sono stato allenato anche da Zagallo che ha vinto tre Mondiali. Quando ho fatto la mia tesi a Coverciano sono andato a parlare con lui per imparare qualcosa. Zagallo è un'icona vivente del calcio. Ho imparato tanto anche da Mancini. Ha un carattere forte, sta dimostrando il suo valore in Nazionale, studia tanto. Cerco di fare un mix tra loro e aggiungere qualcosa di mio.

Delle esperienze che ha avuto da allenatore quale è stata quella più strana?

Difficile trovarne una normale! Quando sono andato al Catanzaro, la società stava affrontando un periodo difficile. Non avevamo campi, ci mancava tutto per lavorare. Nonostante questo i ragazzi si allenavano. Quando sono andato via il club è fallito. In Romania ho vissuto un'esperienza particolare: il presidente era un italiano e diceva di voler fare la rivoluzione, in pratica non aveva i soldi per fare la squadra. Sono rimasto quattro mesi senza prendere un euro. Poi il club è fallito.

Come è andata in Kenya e in Albania invece?

La società mi ha dato tutto. Pagavano gli stipendi ogni mese, anche il premio partita. Sono rimasto lì un anno e mezzo, poi ho dato le dimissioni perché volevo tornare in Europa. Ho vinto la Supercoppa del Kenya e ho lasciato la squadra prima in classifica, poi loro hanno vinto il campionato. Sono andato al Tirana: era retrocesso per la prima volta nella sua storia. Ho vinto il campionato in Serie B con un vantaggio di 15 punti sulla seconda. Abbiamo conquistato anche la Supercoppa nazionale.

Si è fatto davvero le ossa in queste esperienze: concorda?

Ho trovato tantissime difficoltà. Quando uno arriva in Africa pretende certe cose, ma è impossibile averle. In Albania è difficile fare calcio. Ho dato le dimissioni perché c'erano problemi di gestione. Il presidente non può entrare nella parte tecnica. Poi ho allenato in Brasile al Portuguesa, la prima squadra da professionista. La società stava vivendo un brutto momento dal punto di vista economico. Sono andato via che erano vice-campioni, oggi non sono iscritti al campionato brasiliano. Sono stato con loro per cinque mesi senza prendere soldi. L'ho fatto col cuore: era un modo di ringraziarli per quello che mi avevano dato prima.

Com'è nata la sua passione per il calcio?

Io sono nato giocando a calcio. Ho un fratello maggiore: anche a lui piaceva giocare, ma non ha mai pensato di diventare un professionista. Il mio primo regalo è stato un pallone. Mia madre non voleva che io andassi a giocare. Quando sapevo che sarebbe tornata a casa, rientravo anche io per non farle capire che ero uscito. Con un gruppo di amici un giorno abbiamo deciso di fare un provino, così è partito tutto. Sono l'unico che hanno preso. Mia madre faceva la casalinga, mio padre non l'ho mai conosciuto. Non ho avuto l'appoggio paterno nella mia vita. Sono cresciuto con mia madre e coi miei fratelli: sono stati loro a firmare il mio primo contratto da professionista.

Lei aveva un mito da ragazzo?

Allora il nostro punto di riferimento era Zico. Il Flamengo aveva vinto il Mondiale per Club. Mi piaceva Leandro, il terzino destro brasiliano più forte di tutti i tempi secondo me. Poi c'era Socrates. Qualcuno di loro è venuto in Europa: Careca al Napoli, Junior al Torino. Per noi è molto importante il numero dieci, poi ci piace il centrocampista centrale che fa cominciare tutte le azioni come Falcao. Giocavo a centrocampo, ho superato il provino in quel ruolo, poi sono stato utilizzato sempre di più come esterno alto e come terzino destro. Ho imparato a giocare in tutti ruoli da ragazzo.

Nel '96 lei è passato al Parma: com'è nato quel trasferimento?

Arrivare in Italia era il mio desiderio più grande. Qui in Brasile ogni domenica mattina negli Anni '80 facevano vedere la Serie A: il Milan degli olandesi, l'Inter dei tedeschi, la Juve dei francesi. Era il campionato più bello. Prima di passare al Parma, mi era arrivata una richiesta dal Real Madrid. Ero andato a parlare coi loro rappresentanti in Brasile. Mi avevano proposto un contratto di cinque anni. Tra me e Real era quasi tutto a posto. Io però volevo giocare in Italia, così ho alzato la richiesta ed è saltato tutto. L'ho fatto di proposito. Qualche giorno dopo è arrivata l'offerta del Parma. In Brasile girava la Parmalat, ma non era ancora sponsor del Palmeiras e non aveva comprato nessuna società.

Che squadra era quel Parma?

C'erano giocatori esperti come Sensini e Bravo, poi gli italiani Crippa, Apolloni e Benarrivo. Quelli che avevano giocato il Mondiale del '94. Poi giovani come Buffon che stava venendo fuori dalla Primavera, come Fabio Cannavaro che veniva dal Napoli. Io, lui, Thuram e Benarrivo formavamo una difesa molto forte che potrebbe fare bene anche oggi. C'erano Dino Baggio e Blomqvist, in attacco Enrico Chiesa e Crespo. Siamo arrivati secondi: è il piazzamento più importante del Parma.

Cosa ricorda di Ancelotti invece?

Era giovanissimo. All'inizio ha avuto difficoltà, a dicembre eravamo terzultimi in classifica in zona retrocessione. Carlo è rimasto tranquillo, ha cambiato il suo modo di lavorare e siamo arrivati secondi. Ancelotti due anni dopo è andato alla Juventus: da lì ha preso il volo ed è diventato uno degli allenatori più vincenti della storia del calcio. Il mio impatto con Parma è stato difficile perché non parlavo né lo spagnolo né l'italiano. Ogni giorno, quando tornavo in albergo dopo l'allenamento, mi mettevo a studiare da solo: l'ho fatto con piacere.

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