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Djorkaeff: “Io e l’Inter questione di cuore. Iuliano-Ronaldo rigore anche senza Var, quello non era calcio”

Il pallone portato in casa dal papà campione, una rovesciata che ha cambiato il punto di vista sulle cose, il piacere di lottare all'Internazionale. Oggi Youri Djorkaeff ha 53 anni e gioca ancora a calcio per il mondo

Simone Lo Giudice

Il segno di un anno che resta addosso. Chiunque ne porta uno con sé. Rituffarsi dentro è vita. Si riprova dolore, si rigusta la gioia, si realizza che si è quello che è successo e quello che è stato fatto accadere. Per Youri Djorkaeff è il 1998: l'anno dello scudetto perso con l'Inter e delle polemiche per il mancato rigore assegnato a Ronaldo nella sfida contro la Juve, l'anno del Mondiale vinto al fianco di Zinedine Zidane di fronte alla sua gente. Quella Francia era come una fisarmonica: si apriva e si chiudeva, difendeva e ripartiva. Individuo e collettivo, fantasia e organizzazione. L'elogio della diversità tenuto insieme da un filo rosso, bianco e blu. Gigi Simoni è stato un padre degno di ammirazione, l'Inter un amore che è un bello onorare. Oggi Djorkaeff porta il pallone nel mondo. Giocare per altri lo fa sentire ancora felice.

Youri, lei si è ritirato nel 2006: com'è stato smettere?

Ero felice. Ho smesso al momento giusto. Avevo 38 anni. Mi sono ritirato quando giocavo in MLS, il campionato perfetto per lasciare. Ero a New York in America circondato da calciatori molto giovani, era l'occasione giusta per trasmettere la mia esperienza. Nella mia squadra c'erano giocatori che hanno fatto belle cose con la nazionale americana. Giocare per due stagioni con loro è stato importante per me.

Com'è nata la sua storia con il calcio?

È cominciato tutto grazie a mio padre Jean Djorkaeff, l'ex capitano della Nazionale francese. Ha giocato il Mondiale del 66' in Inghilterra. Mi ha trasmesso la gioia di fare un mestiere in cui puoi prendere in mano il tuo destino. Mi ha insegnato il piacere di giocare coi compagni. Mi piace che l'individuo si metta a disposizione del collettivo e faccia sognare la gente. Si vince e si perde insieme: per me importante.

Lei è nato a Lione, ma le sue origini non sono francesi: che cosa le ha dato questo?

Armenia da parte di mamma, Russia e Polonia da papà. I miei nonni sono arrivati in Francia emigrati dal loro Paese. Non avevano documenti, non avevano niente. I miei genitori invece sono nati in Francia e si sono integrati. L'esempio migliore è stato il mio papà di origini straniere diventato capitano della nazionale. Poi sono arrivato io e ho vinto il campionato del mondo, il nostro Dna è francese ormai.

È stato più difficile vincere il Mondiale 1998 oppure l'Europeo 2000?

Il Mondiale perché la nostra nazionale nel '90 e nel '94 non si era qualificata. Arrivavamo dall'esperienza all'Europeo del 96' in Inghilterra. In Francia c'era una pressione immensa, davvero incredibile. Poteva essere una cosa buona o difficile. Siamo partiti dal nulla e abbiamo costruito quella vittoria. 

E com'è stato l'Europeo 2000?

Il più bello di sempre. Il livello di tutte le squadre era altissimo, chiunque aveva una chance di vincerlo. Non c'era una nazionale più forte. Spagna e Portogallo, Italia e Inghilterra: tutte erano pretendenti al titolo. Noi arrivavamo con la forza di chi ha aveva vinto il Mondiale. Eravamo convinti del nostro gioco. Tornavamo tutti in difesa quando serviva, poi ripartivamo velocemente. Eravamo una cosa unica. Noi abbiamo vinto perché sapevamo tatticamente quello che potevamo fare. La Francia ha creato il calcio moderno nel '98. Sapevamo cambiare il modo di giocare. L'allenatore Aimé Jacquet è stato molto bravo.

 (Photo by Bongarts/Getty Images)

Com'era il suo rapporto con Zidane?

Ci siamo trovati bene fin dall'inizio. Zinedine Zidane ha portato qualcosa di nuovo nel calcio. Zizou ha capito che cosa doveva fare in quella Francia: sapeva che giocare per noi sarebbe stato un vantaggio, in cambio tutti avremmo giocato per lui. Insieme abbiamo disputato partite incredibili e gestito sempre il tempo del gioco. La nostra intesa è stata la forza di quella Francia. Eravamo una vera squadra insieme.

Si immagina Zidane un giorno sulla panchina della Francia?

Deschamps ha fatto molto bene. Ci aspettavamo qualcosa in più dall'ultimo Europeo, ma abbiamo una squadra competitiva per vincere il Mondiale. Questo ciclo è forte, poi dovrà cambiare qualcosa. Zidane potrebbe portare la sua esperienza. Non c'è nessuno meglio di Zizou per sostituire un giorno Deschamps.

Quale allenatore le ha insegnato di più nella sua carriera?

Ricordo con piacere Arsène Wenger al Monaco: io venivo da cinque anni nella Serie B francese, al mio arrivo in A c'era un mondo differente. Mi ha insegnato a lavorare in maniera diversa. Il più importante è stato Aimé Jacquet con cui ho vinto il Mondiale. Sapeva che potevo fare la differenza. Si fidava di me. Mi diceva di andare in campo e di fare il meglio. Un giocatore è felice quando un allenatore gli dice questo.

Nell'estate 1996 lei è passato dal Psg all'Inter: com'è stato l'impatto con Milano?

Sono stati anni di vittorie, ci abbiamo messo il cuore. Sapevo che non sarebbe stato semplice giocare nell'Inter perché il pubblico di Milano è esigente. C'era qualcosa di forte che sentivo: questo mi ha spinto ad accettare. Sapevo che sarebbe stata una grande sfida. Sono diventato un uomo più forte grazie all'Inter. Tutte le giornate andavo a mille, era elettrizzante. Bisognava vincere, combattere, non mollare. Era l'ambiente perfetto per il mio carattere. Dal presidente Massimo Moratti ai dirigenti fino alla squadra: tutti pensavamo solamente al bene dell'Inter. Era il posto perfetto per essere al top.