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Strasser tra calcio e design: “Il Milan mi ha cambiato la vita. Ibrahimovic-Onyewu, lite da paura. E quel gol di Muntari…”

Il sorriso sulle labbra e un pallone tra i piedi sempre. Poi un idolo interista da imitare e una storia col Milan forse inaspettata e vissuta comunque fino in fondo. Oggi Rodney Strasser ha trent'anni, non dimentica quello che è stato, ma pensa...

Simone Lo Giudice

COLLECCHIO, ITALY - JANUARY 26:  Rodney Strasser is presented as a new signing to Parma FC during a press conference at the club's training ground on January 26, 2013 in Collecchio, Italy.  (Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

Sierraleonese di nascita, combattente di professione. Un pallone che scorre veloce tra la fine degli Anni '90 e l'inizio del Duemila sulle coste di Freetown. Le orme lasciate da suo padre sulla spiaggia nella corsa: compagno di giochi e calciatore di professione, un esempio da seguire e da emulare. Rodney ha cominciato così. Il resto lo ha fatto un televisore nel salotto di casa, sintonizzato sempre sul calcio inglese, una finestra su un mondo dei sogni distante 5mila chilometri. Un viaggio in Europa ha cambiato la vita di Strasser, il ragazzo di belle speranze diventato l'uomo della Provvidenza di Massimiliano Allegri sulla panchina del Milan nella stagione 2010-11: quella del gol in casa del Cagliari, di Ibrahimovic trascinatore e dello scudetto riconquistato dai rossoneri dopo un lungo digiuno. Sono passati dieci anni da allora. L'Italia è lontana ma è nel cuore di Strasser, che cerca la sua nuova strada da percorrere. Tra i ricordi che gli rammentano chi è stato e la voglia di dimostrare a tutti quello che può ancora dare.

Rodney, che momento sta vivendo della sua carriera?

In questi giorni sono impegnato con la Sierra Leone. Ho fatto la mia ultima esperienza di club in Finlandia: il campionato ricomincia ad aprile, ma non ci voglio tornare. Penso a giocare con la mia nazionale adesso. Poi vedremo.

Che cosa le ha dato l'esperienza in Finlandia?

Ci sono andato per rilanciarmi. Ho giocato e sono rientrato in Nazionale, prima dell'esperienza in Finlandia ero un po' fermo. Volevo tornare ad alti livelli in massima divisione, non giocare in seconda o in terza. Cercavo un campionato di Serie A e l'ho trovato. Il calcio non è come quello italiano, ma ci sono stadi belli e c'è tanta organizzazione. Mi è piaciuto. Poi la Finlandia è un Paese tranquillo in cui si sta bene.

Le manca l'Italia?

Mi manca sempre: è il mio secondo Paese dopo la Sierra Leone. Sono stato tanti anni in Italia. Ci sono arrivato quando avevo 17 anni, da voi sono cresciuto e sono diventato un uomo. Ho cominciato col Milan, poi sono stato in altre squadre. Mi manca tutto dell'Italia: il cibo, la cultura, la gente. Una volta all'anno ci ritorno: ho la residenza, ci vengo sempre con piacere.

Cosa ricorda della sua infanzia in Sierra Leone? Come si è avvicinato al calcio?

Mio padre era un giocatore: è stato lui a farmi innamorare del pallone. Io sono l'unico calciatore in famiglia, i miei fratelli fanno altri mestieri. Da piccolo seguivo il calcio inglese. Ho cominciato a guardare la Serie A quando all'Inter è arrivato Mohamed Kallon, che è nato in Sierra Leone come me. Il calcio è tutto per me: sognavo di diventare un professionista e ci sono riuscito. Senza calcio non so come sarebbe stata la mia vita.

 (Photo by Tullio M. Puglia/Getty Images)

Com'è nato il suo passaggio al Milan nel 2007?

Ricordo che avevamo fatto un torneo in Europa con un club della Sierra Leone. Poi mi hanno chiamato al Milan per fare un provino, l'ho superato ed è iniziato tutto. Con la Primavera ho vinto la Coppa Italia nel 2009-10, c'era anche De Sciglio in squadra. Ricordo la finale, è stata una bella soddisfazione. Poi sono in arrivato in prima squadra.

Lei è stato allenato da Allegri, Ancelotti e Leonardo: che cosa le hanno insegnato?

Sono tre grandi allenatori. Ricordo mister Allegri con affetto perché c’era lui in panchina quando abbiamo vinto lo scudetto. In quel Milan giocavano tanti campioni: mi hanno insegnato ad essere umile, ad essere un uomo dentro e fuori dal campo. I campioni di quel Milan erano fortissimi, dei fenomeni straordinari. Ho imparato qualcosa da ciascuno di loro.

Lei è stato ammonito col Milan all'esordio sia in Serie A che in Champions League: è stato tradito dalla sua grinta?

Ce ne mettevo sempre tanta, ma non facevo falli stupidi. Quando gioco voglio fare sempre bene e dimostrare tutto il mio valore in campo.

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