L’imprenditore Paramatti: “Il calcio non mi manca, voglio giocare a golf fino a 80 anni. Il Bologna fu inaspettato, la Juve un sogno. Coronavirus? Una tragedia, è peggio di una guerra”

L’imprenditore Paramatti: “Il calcio non mi manca, voglio giocare a golf fino a 80 anni. Il Bologna fu inaspettato, la Juve un sogno. Coronavirus? Una tragedia, è peggio di una guerra”

Tanti sacrifici per realizzare un sogno e dopo averlo raggiunto cambiare vita per centrare un nuovo obiettivo: essere un uomo libero. Michele Paramatti parla del calcio al passato. Non ha smesso di amarlo e appena può trascorre il suo tempo libero sull’erba, il posto migliore per misurarsi ancora con se stesso

di Simone Lo Giudice

Bologna per sempre

Giocare d’anticipo è sempre stato il suo forte: lo era quando giocava sui campi spelacchiati di provincia all’inizio degli Anni ’90, lo è stato anche quando la cornice perfetta delle sue domeniche è diventata lo stadio Renato Dall’Ara. Il legame tra Michele Paramatti e il Bologna è stato qualcosa di inaspettato e di meravigliosamente naturale, interrotto solo dalla chiamata della squadra che tifava da bambino. Affinché il cerchio si chiudesse è servita tanta pazienza e soprattutto tanto tempo. Conquistato lo scudetto, l’ex difensore di origini venete ha messo nel mirino la libertà: il golf ha preso il posto del calcio e la gestione della società immobiliare, che aveva fondato giocando d’anticipo quando era ancora un calciatore, è diventata la sua nuova occupazione. Una volta chiudeva le azioni avversarie, ora chiude contratti. Lo fa circondato dalla campagna di Ravenna dove sta trascorrendo il periodo di isolamento, una bella occasione per rimettere le priorità al posto giusto.

Michele, lei ha cambiato vita dopo aver smesso di giocare: che cosa fa oggi?
Quando ancora giocavo mi chiedevo che cosa avrei fatto alla fine della mia carriera: allora ho fondato una società immobiliare e ho fatto investimenti. Oggi mi occupo di questa società.

È vero che aveva pensato di lasciare il calcio a 26 anni?
Ero rimasto senza contratto per due mesi: la Spal non me lo aveva rinnovato, mi allenavo coi disoccupati. All’epoca un giocatore col contratto scaduto poteva essere venduto solo se la società incassava qualcosa. Ero vincolato, fossi stato libero mi sarei accasato da qualche altra parte. La Spal voleva guadagnare dalla mia vendita e non mi ero potuto muovere. Poi sono stato richiamato dalla Spal stessa che aveva bisogno di un difensore. Allora mi chiedevo che cosa avrei fatto se non fosse proseguita la mia carriera: nella mia vita mi sono sempre mosso in anticipo.

Lei è di origini venete: vive ancora lì oppure in Emilia Romagna dove è di casa dopo le stagioni al Bologna?
Sono veneto, ma provengo da una zona più vicina a Ferrara che a Rovigo. Oggi vivo tra la provincia di Ravenna dove c’è la mia abitazione, Bologna dove ho una casa e il Salento dove c’è quella di mia moglie. Vi andiamo abbastanza spesso. Fortunatamente riesco a lavorare da casa mettendoci l’impegno che decido io: questa è una grande libertà, una conquista a cui ambivo per avere tempo a disposizione per dedicarmi alla famiglia e ai miei hobby, insomma a vivere la vita con tranquillità.

Il coronavirus non ha risparmiato l’Emilia-Romagna: come è la situazione a Ravenna?
Fortunatamente non ci ha toccato da vicino. Noi abitiamo in campagna e l’isolamento non è un grosso sacrificio. La mia vita è sempre piuttosto semplice: mi so accontentare di poco. Le limitazioni ci sono, però non mi pesano più di tanto.

Come è maturato il suo arrivo al Bologna?
Ho ricevuto una chiamata inaspettata da Oriali e Ulivieri. Negli anni precedenti quando giocavo alla Spal avevo avuto la possibilità di salire di categoria, ma piccoli infortuni mi hanno condizionato. Nel 1995 avevamo giocato contro il Bologna: loro cercavano un giocatore con le mie caratteristiche. Oriali e Ulivieri mi hanno voluto fortemente e non ci ho pensato un attimo: era l’occasione della vita.

Lei ha vissuto sei anni importanti a Bologna giocando con grandi campioni e segnando spesso all’Inter: che cosa ricorda?
Sono stato a Bologna per cinque anni, poi sono andato alla Juve e sono ritornato a Bologna per un altro anno. Sono stati tutti anni bellissimi:  è stata l’occasione che ho saputo cogliere, la situazione ideale per emergere. Ho giocato con calciatori importanti: Roberto Baggio, Signori, Andersson, Kolyvanov, Marocchi. Erano tutti affermati anche a livello internazionale: questo mi ha aiutato a crescere. Il rapporto col Bologna è stato magnifico, c’è stata grande empatia da subito. Sul campo ho dato tutto quello che avevo ricevendo stima e affetto dai tifosi e dalla società. Ci siamo tolti grosse soddisfazioni: la semifinale di Coppa Uefa, quella di Coppa Italia per due anni di fila e prestazioni importanti contro le grandi. Abbiamo messo sotto Juve e Inter: ricordo un 3-0 alla Juve e un 1-0 all’Inter. I nerazzurri mi portavano bene,  ho segnato quattro gol in quattro anni di fila. Giocare a San Siro dà uno stimolo in più che ti permette di fare cose al di fuori del normale.

Durante Inter-Bologna del 1999-2000 i tifosi dell’Inter hanno intonato “Paramatti facci un gol” e lei è stato di parola…
Avevano preso gol da me per tre stagioni di fila. Nella sfida del quarto anno mancavano 5′ alla fine e i tifosi  hanno cominciato a intonare un coro di scherno nei mie confronti. Sul calcio d’angolo successivo ho fatto gol di testa e ho fatto l’inchino per ringraziarli…

Lei ha segnato al Marsiglia nella semifinale di ritorno di Coppa Uefa 1998-99: quella partita è un suo grande rimpianto?
Quella sera fu il culmine delle cose più belle, ma anche delle delusioni più cocenti. Segnare un gol in semifinale di Coppa Uefa, essere vicini alla finale e subire gol a cinque minuti dalla fine su un ingiusto rigore ci ha lasciato l’amaro in bocca. Se fossimo andati in finale contro il Parma a Mosca ci saremmo giocati la coppa fino in fondo e avremmo avuto la possibilità di portare a Bologna un trofeo importantissimo.

In panchina c’era Carlo Mazzone, arrivato dopo Renzo Ulivieri: che cosa ricorda di entrambi?
Ulivieri è stato il mio padre putativo: nonostante tanti rimproveri, ha creduto in me fin dall’inizio e sono certo di averlo ricambiato con le mie prestazioni sul campo. Mazzone era una figura paterna per noi, riusciva a proteggere il gruppo attirando su di sé o smorzando le polemiche, proteggeva i suoi ragazzi. Aveva un sistema di gioco semplice, ma efficace e senza troppi fronzoli che ci ha permesso di arrivare lontano nell’anno in cui abbiamo disputato più di 60 partite: dalla vittoria dell’Intertoto a giugno 1998 fino allo spareggio Uefa contro l’Inter nel maggio 1999 in cui ho fatto gol a San Siro. Mazzone ha saputo tenere il gruppo motivato per 60 partite: noi non eravamo né la Juve né il Milan né l’Inter, ma eravamo bravi giocatori. Se siamo arrivati alle semifinali di Coppa Uefa e di Coppa Italia è stato merito suo.

Hai più sentito Beppe Signori? Dopo la vicenda del calcioscommesse non si è più visto…
Ogni tanto lo vedo: mi capita di incontrarlo a Bologna. Lo rivedo sempre con piacere, è un bravo ragazzo che probabilmente in alcune situazioni ha pagato una certa debolezza o un’ingenuità che non appartiene al suo carattere secondo me. Mi dispiace per quello che ha passato e per quello che gli è successo. Lo considero una brava persona.

Il mondo del calcio non perdona? Che mondo è?
È un mondo particolare, dove devi scendere a compromessi e controllare la tua personalità. Se vai fuori dalle righe o se sei sincero sei mal visto e vieni fatto fuori ed estromesso dal sistema. Credo che la libertà acquisita adesso sia impagabile, non sento la mancanza di quel mondo. Del calcio sono bellissimi l’allenamento, la fatica, le soddisfazioni e anche le delusioni. Tutto quello che è fuori dello spogliatoio e fuori dal campo non mi manca assolutamente.

Come è cambiato il calcio?
Una volta si giocava a calcio per passione, poi di conseguenza arrivavano i risultati e i guadagni. Oggi mi sembra che ci sia solo l’obiettivo del guadagno: si è invertito l’ordine delle cose, è cambiato parecchio dal punto di vista emozionale. Forse è il gioco più bello del mondo, ma adesso viene dopo il golf per me. Il calcio è cambiato molto da quando ho smesso. Dopo di me è passata una generazione che è andata di corsa. Trent’anni fa non c’erano né computer né gli smartphone: la tecnologia ha portato le nuove generazioni ad avere tutto subito. Io invece mi ricordo di aver sudato parecchio per ottenere le prime soddisfazioni e secondo me le ho apprezzate molto di più rispetto a chi oggi se le può togliere con maggiore facilità.

È difficile essere il padre di un calciatore oggi?
Sì, perché un padre si impegna per dare consigli, ma non è semplice riuscire a trasmettere tutto quello che uno pensa anche perché oggi ci si rapporta con valori diversi da quelli che io ritengo importanti. I valori importanti nella vita sono altri per me.

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