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Olivera: “Lascio per un problema al cuore, voglio allenare come Gasp. Vi racconto la mia Juve, Buffon e Ibra”

Un torneo che gli ha cambiato la vita, poi una squadra che gli ha insegnato tutto, infine uno stop forzato che lo ha costretto anzitempo a ripartire da zero. Oggi Ruben Olivera ha 38 anni e ha scelto la sua strada per continuare ad essere felice

Simone Lo Giudice

Tutto parte, finisce e ricomincia dal mare. Onde azzurre che nascono e crescono, poi montano e ad un certo punto si infrangono. E quando scompare una, ecco l'altra alle spalle prendere velocità. Così era sulle coste che bagnano Montevideo, così è stato a Genova e Lecce, così è oggi a Latina, la sua nuova casa. Sono i posti del cuore di Ruben Olivera che col pallone ci è cresciuto e che proprio per questo motivo non ha nessuna intenzione di lasciarlo andare. All'ex centrocampista della Juve, che corre in Serie D da quattro stagioni, è stata diagnosticata una malformazione al cuore. Stop immediato all'attività agonistica. Vita che cambia bruscamente e maniche che vanno rimboccate in fretta. Ma queste sono un'onda e una storia che appartengono già al passato. Dietro di loro spingono già quelle del futuro. Stanno prendendo la rincorsa. Olivera ce la metterà tutta per farle crescere nei suoi prossimi giorni. Perché il calcio per lui sarà sempre una questione di cuore.

Ruben, che momento sta vivendo?

Mi hanno diagnosticato una malformazione al cuore e ho dovuto smettere da un giorno all'altro. Però è andata bene così. È un'anomalia che può portare brutte conseguenze. Non posso più fare sport a livello agonistico. Il mio cuore ha rischiato grosso: con analisi e TAC mi hanno trovato questo problema. Per fortuna il mio dottore mi ha detto che non devo operarmi. Basta un po' di riposo. Non posso permettermi altri sforzi. Devo praticare sport a ritmi bassi. La cosa più importante è che posso muovermi e fare una vita normale.

Questa scoperta le ha fatto cambiare il modo di vedere la vita?

Mi ha cambiato molto. Faccio questo sport da quando avevo cinque anni, per me il calcio è stato una passione. L'ho vissuto da professionista fino al giorno in cui mi hanno riscontrato questa malformazione. È stato un duro colpo. Sono stato ricoverato per una settimana. Sentire che non potevo più rincorrere il pallone è stato come perdere tutto. Mi hanno fatto capire la gravità della situazione. Ringrazio tutti.

Lei vuole allenare: è un modo per restare nel calcio?

Sì, non ho voluto staccare. Avevo già deciso di fare questa professione, o almeno di provarci. Ho preso il patentino Uefa B. Il presidente e il mister dell'Aprilia mi hanno offerto la possibilità di entrare nel loro staff per cominciare ad assaporare il campo da quest'altra parte. Da luglio voglio partire con le mie gambe.

Ha un modello in panchina?

Mi ispiro a Gasperini. Mi ha allenato nella Primavera della Juve e nel Genoa 2008-09 con cui abbiamo sfiorato la qualificazione Champions. Mi piacerebbe portare avanti la sua stessa metodologia di lavoro. Col mister lavoravamo intensamente per tutta la settimana, ma la domenica andavamo in campo con brillantezza e lucidità impressionanti. Quel Genoa era una squadra normale. Il mister con le sue armi è riuscito a portarla in Europa dopo tantissimi anni.

Gasp le ha anche cambiato ruolo?

Mi vedeva prima punta già nella Primavera della Juve. Giocavamo col 3-4-3. A Gasp non piacciono i calciatori statici. Ci faceva svariare per tutto il fronte d'attacco. Mi sono trovato bene anche nel Genoa in cui giocava Milito titolare ed io facevo l'esterno. Avevo forza e gamba. Potevo ricoprire qualsiasi ruolo in attacco. Mi piace l'idea di rubare la palla il più rapidamente possibile e verticalizzare subito. Non sono un amante del tiki-taka: mi annoia, lo trovo sterile.

Chi le ha insegnato di più tra gli altri allenatori che ha avuto?

Sono stato allenato da Di Francesco a Lecce. Mi ha impressionato la sua metodologia di lavoro. Poi il mister è andato al Sassuolo, ha fatto vedere il suo valore e si è giocato una semifinale di Champions con la Roma. Sono stato allenato da Fabio Capello, uno che ha sempre gestito campioni, dal Milan che ha vinto tutto fino agli anni col Real Madrid. Avere 20 giocatori in rosa, uno più forte dell'altro, e farli stare sempre sul pezzo non è facile.

Ha parlato con Paolo Montero della sua nuova avventura? C'è un legame speciale tra Uruguay e Italia...

Ci siamo sentiti prima che finisse il campionato di Lega Pro. Montero si è trovato in una situazione molto difficile alla Sambenedettese: non se lo aspettava. Gli ho chiesto un po' di consigli. Ci vedremo appena rientrerà in Italia. Lo ammiro sia come persona che come allenatore. Noi uruguaiani ci troviamo bene in Italia perché siamo un po' come voi. Rispetto agli argentini e ai brasiliani siamo più pacati, manteniamo un profilo più basso. Ci piace la mentalità italiana e viviamo di calcio come voi. Credo che i preparatori e gli allenatori italiani siano tra i migliori al mondo. Lo pensano tanti tecnici stranieri che vengono a studiare a Coverciano.

Come è nata la sua passione per il calcio? Lei aveva un mito da ragazzo?

Molto presto. Sono cresciuto in una famiglia con tante difficoltà. In questi casi l'unico sfogo per un bambino è la strada e nella strada puoi trovare solo il pallone. Poi mio padre è stato un calciatore e ha giocato in Serie B. Per me è stato naturale scegliere il calcio da bambino. Ho cominciato a giocare e a 16 anni ho fatto il mio debutto in prima squadra. Guardavo il Milan di Gullit: ammiravo Ruud, aveva tanta forza. Anche io ero messo bene fisicamente, ero potente. Poi in Italia ho conosciuto altri tipi di calciatori. Ho affrontato tante volte Clarence Seedorf e lo considero il centrocampista più forte di tutti. Giocava a centrocampo più o meno dove giocavo io. Clarence è stato davvero un grande.

Che cosa c'è dietro il soprannome "El Pollo"?

Se in squadra c'è un ragazzo più piccolo degli altri, in Uruguay lo chiamiamo "El Pollo". Quando ho cominciato il settore giovanile nel Danubio, io ero così. E quel soprannome me lo sono portato con me per tutta la mia carriera.

 (Photo by New Press/Getty Images)

(Photo by New Press/Getty Images)

Lei ha iniziato nel Danubio: come è arrivato alla Juve?

Ci sono arrivato dopo un torneo con la Nazionale Under 20 in Spagna. Dopo la finale ero pronto a tornare a casa, ma il mio procuratore mi ha detto che dovevamo andare a Milano per una riunione importante. Io non capivo quale fosse il motivo, poi mi hanno detto che la Juve era interessata a me. Al mio arrivo in albergo a Milano ho visto Moggi, Giraudo e Bettega. Erano le tre del pomeriggio. Mi hanno fatto scendere alle due di notte per firmare. È stata una trattativa lunghissima. È iniziato tutto da un giorno all'altro. La Juve è stata inaspettata.

Che cosa le ha insegnato la Juve?

Quello che ho imparato in quattro anni alla Juve lo porto con me fino ad adesso: la serietà del lavoro, la professionalità, il rispetto e la grande mentalità. Chiunque ci ha giocato, anche solo per un anno, dice la stessa cosa. La mentalità della Juve non l'ho mai vista altrove. Il primo anno con Capello è stato importante: il mister mi ha dato tanta fiducia. Poi non guarda in faccia nessuno, non pensa né all'età e nemmeno a come ti chiami. Con Capello se ti allenavi a mille allora giocavi, e se facevi bene restavi in campo. L'ho sempre ammirato per questo.

Che cosa ricorda di Buffon? Mancherà alla Juve?

Tra 2004 e 2006 in allenamento era impossibile segnare a Buffon. Se Gigi diceva che non avrebbe preso gol, andava così per davvero. In quella Juve c'erano giocatori forti che calciavano bene: Trezeguet, Del Piero e Ibrahimovic. Buffon mancherà tantissimo alla Juve. Gigi è un valore aggiunto. Andrà a giocare altrove. In futuro penso che debba tornare in questa società perché rispecchia tutto quello che è la Juventus.

E cosa ricorda di Ibrahimovic invece?

Zlatan spaccava la porta. Era impressionante e molto carismatico, sempre a disposizione di tutti. Ibra era molto giovane e correva tanto. Con Capello se non correvi non giocavi. Si dava da fare parecchio e aveva una personalità molto forte. La sua forza fisica era impressionante. Da noi c'erano giocatori forti fisicamente: Iuliano, Tudor, Thuram, Cannavaro, Vieira ed Emerson. Ibra li mandava per terra in allenamento, era impossibile fare corpo a corpo con lui. Già a 21-22 anni era una forza della natura. Quei due anni alla Juve sono stati importanti per lui.