Oliseh: “Da ragazzo volevo fare l’economista. Nel 1999 sognavo la Roma di Capello, dopo 3 mesi alla Juve avevo chiesto di andare via. Osimhen fortissimo, mi ricorda…”

I piedi in Belgio, il cuore in Africa. Oggi Sunday Oliseh ha 46 anni, vive in Europa da 30, ma non ha dimenticato la sua Nigeria dove da ragazzino ha imparato a sognare. L’ex centrocampista di Juventus e Reggiana si racconta con schiettezza e guarda al futuro con ambizione nella sua seconda vita

di Simone Lo Giudice

La Nigeria, Reggio Emilia e l’Ajax

(Photo by Pius Utomi Ekpei/Getty Images)

Verde come lei, la Nigeria, e come il rettangolo di gioco dove il sogno è diventato realtà. Sunday Oliseh è nato per fare ordine. In principio ha pensato che il suo posto nel mondo fosse all’Università, dietro una scrivania: carta, penna e numeri tra le mani. Talento innato e buona sorte hanno permesso al ragazzino originario di Abavo di scommettere sul pallone, spiccare il volo dalla terra delle Super Aquile destinazione Belgio, poi Reggio Emilia, quindi Amsterdam ed infine Torino dove Oliseh è arrivato nell’estate 1999, quella in cui è stato vicinissimo alla Roma di Capello. L’ex centrocampista, che dopo il ritiro ha allenato la sua Nigeria e che oggi fa il tifo per la stellina Osimhen, aspetta che arrivino tempi migliori per andarsi a prendere la sua nuova avventura, sempre nel mondo del calcio ovviamente.

Sunday, lei ha intrapreso la carriera di allenatore: come sta andando questo percorso?
Ho allenato in Olanda fino a due anni fa: ho portato il Fortuna Sittard dalla Serie B alla A. Poi sono andato via e da quel momento in poi ho lavorato in televisione. Vivo in Belgio a Liegi: stiamo facendo il lockdown per la seconda volta, per questo motivo quest’anno non ho voglia di cercare lavoro perché è tutto molto complicato. Sono a casa dall’inizio del 2020 per via di questa pandemia. Sto aspettando che le cose vadano meglio e che ci sia salute per tutti. Spero di trovare una squadra per allenare ancora.

Come è nato Oliseh calciatore?
Come tutti i bambini africani. Ho iniziato a giocare per strada con gli amici e mi è piaciuto. Allora era tutto diverso: i ragazzini oggi hanno la PlayStation, noi non avevamo niente e il calcio era il nostro divertimento. Ho avuto la fortuna di crescere velocemente. Sono arrivato in Belgio da solo nel 1990 per giocare con una squadra di Liegi: avevo 15 anni. Così ho iniziato a fare il professionista.

Come è avvenuto il suo passaggio in Europa?
In Nigeria andavo a scuola, mi allenavo e giocavo con una squadra in Serie A. Alcuni scout sono venuti in Africa per cercare calciatori da portare in Europa. Qualcuno gli aveva detto che c’era un ragazzo giovanissimo che aveva con grandi qualità: ero io ovviamente. Sono venuti a vedermi e hanno chiesto se volevo trasferirmi in Europa: i miei genitori hanno detto ‘sì’, così è cominciata la mia carriera.

Nell’estate 1994 lei è passato alla Reggiana: che cosa ricorda di quell’esperienza?
Sono andato alla Reggiana dopo il Mondiale di Usa 1994. Mi è piaciuta molto come esperienza: Reggio Emilia è una città bellissima e si mangia molto bene. Purtroppo la squadra non era abbastanza forte, avevamo anche problemi di soldi. Io sono arrivato nell’anno in cui è stato costruito il nuovo stadio Giglio (oggi Mapei Stadium). Non siamo riusciti a restare in Serie A, ma è stata una bella avventura.

(Photo by Tobias Heyer/Bongarts/Getty Images)

Nel 1995-97 lei ha giocato col Colonia: le ha insegnato qualcosa la Germania?
Tante cose. A Colonia ho vissuto alcune delle stagioni migliori della mia carriera, mi invitano ancora per vedere qualche partita. In Germania mi hanno insegnato l’importanza di essere organizzati: quando lo sei, al 50% hai già vinto. Per questa ragione sono ripartiti per primi in primavera dopo il lockdown. 

Si è trasferito all’Ajax nel 1997: che cosa significa giocare coi Lancieri?
È stata una bellissima esperienza. All’Ajax ho deciso che avrei fatto l’allenatore dopo il ritiro. Lì sanno lavorare bene coi giovani: tu devi solo giocare a calcio, al resto pensa la società. Scendere in campo con quel collettivo è stato fantastico: ognuno di noi sapeva che cosa doveva fare per il bene della squadra.

L’Ajax ha fatto bene contro l’Atalanta in Champions (2-2): ha convinto anche lei?
L’Ajax ha giocato una bella gara, ma l’Atalanta è una buona squadra. Mi piace la mentalità di Gasperini: quando parla, parla bene, si vede che c’è qualcosa di speciale tra lui e i giocatori. Dopo tutto quello che è successo a Bergamo per l’emergenza coronavirus, è una grande cosa vedere la squadra giocare ancora così bene. Non era facile ripartire dopo la tragedia che c’è stata. Ho molto rispetto per questa squadra.

Nel 1998 lei è stato uno dei 50 finalisti per il Pallone d’Oro: che cosa ha provato?
Mi è stato detto così, io non l’ho visto coi miei occhi… Il 1998 è stato un anno bellissimo per me: alla mia prima stagione all’Ajax abbiamo vinto il campionato e la coppa d’Olanda, poi sono andato al Mondiale dove ho avuto la fortuna di segnare con la Nigeria uno dei miei gol più belli contro la Spagna ai gironi. Per me il 1998 è stato un anno bellissimo: è nato anche mio figlio, è stato davvero indimenticabile.

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