Mister Mesbah: “Milan-Juve 2011-12? Il gol non dato a Muntari ha cambiato tutto. Ibra è un vincente, che scontro con Allegri dopo il 3-0 con l’Arsenal!”

I piedi in Francia e Svizzera dove è cresciuto, il cuore in Algeria e in Italia che non ha mai dimenticato. Oggi Djamel Mesbah ha 36 anni, ha smesso di giocare da poco e va di corsa come quando faceva da calciatore: questa volta verso nuovi obiettivi

di Simone Lo Giudice

Sogno Milan, Ibra contro Allegri

Punti di partenza lontani dalla meta, uno sguardo privilegiato sull’azione, il piacere che solo la fatica di una lunga rincorsa può dare. Sa cosa significa partire da lontano Djamel Mesbah, nato a Zighoud Youcef sotto il sole d’Algeria, lasciato fin da piccolo in cerca di fortuna tra Francia e Svizzera e infine Italia. Tra Avellino e Lecce Djamel è diventato l’uomo pronto al grande salto nella Milano sponda rossonera, dove ha giocato al fianco dei campioni del passato e del presente come Ibrahimovic, sotto lo sguardo vigile di Massimiliano Allegri. Da lui Djamel ha appreso l’arte della verticalità, da Mihajlovic invece ha imparato che cosa significa non mollare mai. Oggi Mesbah setaccia le sue esperienze migliori e giorno dopo giorno mette le basi per un futuro ancora tutto da vivere nel calcio lungo la linea laterale: il suo posto preferito.

Djamel, lei ha cominciato ad allenare: quali esperienze ha avuto?
Ho deciso di farlo alla fine del 2017 quando ero a Losanna. Poi ho seguito i corsi e ho preso il diploma in Italia. Ho avuto un’avventura con una squadra di Serie C in Svizzera: facevo parte dello staff anche se giocavo ancora. Dal giugno 2019 fino a quando è scoppiata l’emergenza coronavirus ho fatto la mia prima esperienza da professionista all’Al Fujairah negli Emirati Arabi col mio ex compagno Bougherra.

In che modo lo scoppio della pandemia ha condizionato il vostro percorso?
L’obiettivo dell’Al Fujairah nell’Arabian League era la salvezza: noi a fine febbraio eravamo salvi, poi allenatore e società hanno deciso di chiudere il rapporto perché non eravamo d’accordo su alcune cose. Non si è trattato di un licenziamento per cattivi risultati perché noi eravamo con la coscienza a posto in questo senso. È stata una grande esperienza.

Le sta piacendo questa nuova carriera? Quando ha sentito di voler fare l’allenatore?
Mi sta piacendo molto. Ci ho pensato in anticipo: negli ultimi anni della mia carriera ho cominciato ad osservare i miei tecnici, facevo molte domande, parlavo con lo staff. Volevo scoprire tante cose a livello di metodologia. Ho iniziato a sentire questo bisogno nel 2015-16 quando ero ancora alla Samp così ho cominciato a prendere informazioni per fare i corsi e diventare allenatore e mi è piaciuto sempre di più.

Quale è la sua idea di calcio?
Ho cominciato da poco questa nuova avventura quindi non ho ancora un’idea precisa. Prendo il meglio da tutti gli allenatori che ho avuto, l’esperienza sul campo mi aiuterà a farmi un’idea. Sto facendo stage in questo momento: ne ho cominciato uno al Nantes da Christian Gourcuff che ho avuto all’inizio della mia carriera, abbiamo un ottimo rapporto. Prendo informazioni senza fare copia-incolla: è l’errore che non bisogna commettere. Voglio che la mia squadra abbia equilibrio, che sappia difendere e attaccare e fare buone transizioni. Tanti fattori condizionano il rendimento: i giocatori a disposizione, gli avversari di fronte, gli obiettivi da raggiungere, si tratti di conquistare la salvezza oppure di vincere il campionato. Mi piace un gioco veloce con tanti passaggi, fatto di transizioni importanti: vedevo il calcio così anche quando giocavo. Poi bisogna difendere bene: le squadre che vincono sono quelle che difendono meglio.

Che cosa le ha insegnato Allegri nella sua carriera?
Al Milan bisognava imparare tutto velocissimamente perché c’erano grandi giocatori. Venivo da tre anni fantastici al Lecce, una piccola realtà del campionato. Da Allegri ho appreso a verticalizzare rapidamente e come fare un bel possesso palla. Il mister voleva che andassimo in avanti il più veloce possibile, poi alla Juventus ha fatto qualcosa di diverso. Da lui e dal suo staff ho imparato a giocare di prima intenzione.

Come è nato il suo passaggio al Milan?
Al Lecce non mi avevano offerto il rinnovo ed ero arrivato a scadenza. Il mio procuratore Alessandro Lucci mi aveva aggiornato sulle offerte che c’erano per me dall’estero e dall’Italia, inizialmente non del calibro del Milan. Poi Galliani mi ha dato questa possibilità, ma è stato merito anche del mio agente. Avevo disputato tre buone stagioni in Serie A, però non mi aspettavo di andare al Milan, pensavo che sarei andato alla Roma o alla Lazio oppure al Marsiglia. Col Milan abbiamo chiuso l’affare in tre giorni.

Come era lo spogliatoio di quel Milan?
Pieno di campioni. Quando sono arrivato però non mi sono lasciato impressionare da loro perché in fondo erano delle persone normali. A livello calcistico erano tutti fortissimi. Sono arrivato e Allegri mi ha messo subito in campo: mi ha fatto giocare 14 partite in 3 mesi e mezzo, aveva tanta fiducia in me.

Che ricordo ha di Ibrahimovic? Voleva vincere sempre?
Ibra era un vincente, non voleva perdere nemmeno la partitella in allenamento: quando succedeva si arrabbiava con sé stesso e con gli altri. Non si scherzava. L’intensità degli allenamenti al Milan era più alta di quella che c’era in alcune partite di Serie A perché tutti volevano far vedere di essere i migliori. 

Nel 2011-12 avete perso per un soffio lo Scudetto: che cosa ne pensa?
Non voglio fare polemica, ma penso che il gol di Muntari doveva essere convalidato: se ce lo avessero dato, la partita contro la Juve sarebbe andata diversamente, avremmo allungato in classifica e loro non sarebbero rimasti in scia Scudetto. Il gol negato a Muntari ha cambiato le cose all’80%. Poi non siamo riusciti a battere Bologna e Genoa a San Siro: è stata anche colpa nostra se non abbiamo vinto il titolo.

In Champions avete eliminato l’Arsenal agli ottavi, al ritorno però avete rischiato…
All’andata abbiamo vinto 4-0, io ho giocato la gara di ritorno all’Emirates: loro andavano a duemila e abbiamo perso. L’Arsenal non aveva niente da perdere e sul 3-0 van Persie ha avuto la possibilità di fare il quarto gol: Robin è un bomber, davanti ad Abbiati ha voluto fare il pallonetto e per miracolo Christian l’ha presa. Avessimo perso 4-0 sarebbe stato scandaloso, al Milan non possono succedere queste cose. Anni prima era capitato qualcosa di simile contro il Deportivo La Coruña sempre in Champions…

Che aria c’era nello spogliatoio dopo il fischio finale? C’è stato un confronto Allegri-Ibra?
Tesa e nervosa: Allegri era contento perché eravamo passati, i giocatori invece erano arrabbiati per aver perso 3-0. C’era stato un confronto come succede spesso tra allenatori e calciatori importanti. Ibra era arrabbiato perché Allegri era entrato negli spogliatoi soddisfatto perché l’ostacolo era stato superato. I grandi giocatori però sono molto esigenti: da Ibra a Van Bommel, erano tutti infuriati. L’obiettivo era stato raggiunto, ma il modo in cui avevamo ottenuto la qualificazione non era stato all’altezza del Milan.

Ai quarti siete usciti contro il Barcellona…
All’andata a San Siro era finita 0-0: un buon risultato. Al ritorno al Camp Nou al 60° eravamo sull’1-1, per noi aveva segnato Nocerino. Poi è stato sanzionato col calcio di rigore un intervento di Nesta, era una situazione un po’ dubbia, ma all’epoca battere quel Barcellona sul suo campo era veramente difficile.

(Photo by Claudio Villa/Getty Images)

In quel Milan c’erano tanti campioni: si confrontavano spesso tra di loro?
Sì, c’era la generazione dei campioni che avevano vinto tutto con Ancelotti: Seedorf, Gattuso, Nesta, Ambrosini, Inzaghi e altri. Poi c’erano i nuovi campioni come Ibra, Cassano, Robinho. A fine stagione tanti sono andati via, Ibra e Thiago Silva sono passati al Psg ed è finito quel ciclo. Poi Berlusconi non ha più investito come prima e non c’è più stato il Milan di una volta. Ricordo gli allenamenti con Ibra e Cassano: Antonio l’ho conosciuto meglio al Parma e alla Samp, a livello calcistico mi dava tanti consigli e fuori dal campo ci facevamo risate incredibili. Erano grandi campioni che volevano sempre il pallone.

Lei ha giocato Milan-Novara, la partita dell’addio dei senatori: che cosa ricorda?
Hanno lasciato in tanti: Nesta, Zambrotta, Gattuso, Inzaghi, Seedorf, anche Mario Yepes. Sull’1-1 è entrato in campo Inzaghi che non giocava da un mese: Seedorf ha fatto l’assist, Pippo ha colpito di prima intenzione e ha segnato. Quel giorno ha confermato di essere un bomber da 300 gol in Serie A. Dopo quella partita sono andati via tanti giocatori che avevano scritto la storia, poi è andata come è andata. Nell’estate 2012 c’erano offerte per me, ma sono rimasto perché Allegri contava su di me. Purtroppo ho avuto un paio di infortuni e in 3 mesi ho disputato solo 3-4 partite. L’anno prima invece avevo giocato insieme a grandi campioni ed ero cresciuto tanto. Avevo segnato anche contro la Juve in Coppa Italia.

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