Mister Maspero: “Ho rifiutato Inter e Milan da ragazzino. Juve-Toro 3-3? Ho scavato la buca per far sbagliare Salas dopo un torto subito. La mia fabbrica è come uno spogliatoio”

Il calcio come officina di felicità sempre e comunque, a prescindere dal ruolo che si ricopre. Oggi Riccardo Maspero ha 50 anni, molti ricordi da condividere e ancora tanti desideri da togliersi, sempre col pallone tra i piedi

di Simone Lo Giudice

Simoni, Mancini e Mihajlovic

Un sistema anticaduta studiato nei minimi dettagli per evitare di essere messo fuorigioco dagli eventi. Riccardo Maspero ha fatto suo un vecchio consiglio di suo padre quando lo cercava già il grande calcio: meglio partire dal basso che cominciare dall’alto per avere una carriera lavorativa più lunga possibile. Le partite infinite all’oratorio di Lodi, gli insegnamenti di Simoni alla Cremonese, la stagione con Mancini e Mihajlovic alla Samp, poi i derby da cuore granata contro la Juve, la numero dieci della Fiorentina sulle spalle. Infine gli anni nel calcio dilettantistico prima del ritiro. Maspero sa che cosa significa salire in alto e scendere senza farsi male: dopo il ritiro ne ha parlato con gli operai della sua fabbrica, coi giocatori che ha allenato e ne parlerà coi prossimi che allenerà nella sua seconda vita.

Riccardo, dopo il ritiro lei allena: che momento sta vivendo? Quale è la sua idea di calcio?
Dopo l’esonero dell’anno scorso alla Giana sono in attesa di trovare una nuova squadra. Ci aggiorniamo, guardiamo partite, seguiamo giocatori nella speranza di trovare una panchina per iniziare un nuovo percorso. Mi piace il calcio offensivo e propositivo. Voglio che i giocatori esprimano le loro qualità in un contesto di gioco. Non voglio regole fisse, voglio che venga fuori l’istinto e il talento dei miei calciatori all’interno del collettivo. Mi piace la difesa alta, andare a prendere gli avversari nella loro metà campo per cercare di mettere le punte nelle condizioni giuste di esprimersi e fare gol. Questo è il mio credo. Se vuoi cercare di imporre le tue idee di gioco però è normale concedere qualcosa.

Come è nato il Maspero calciatore? Lei proviene da una famiglia di sportivi?
Mia madre faceva ginnastica artistica come mia figlia Victoria, mio padre giocava a calcio, mio fratello maggiore ha fatto la Serie D come i miei figli Alessandro e Nicolò. Io ho cominciato nella squadra dell’oratorio a Lodi dove sono nato, tornavo a casa con le scarpe bucate. Dopo sono passato in un’altra più importante poi sono andato al Fanfulla e un anno dopo alla Cremonese: lì ho fatto la trafila delle giovanili e sono rimasto per 12 stagioni.

È vero che suo padre le ha detto di rifiutare Inter e Milan e di andare alla Cremonese?
Sì, abitando a Lodi, Inter e Milan ti chiamavano ogni tre per due per sostenere un provino. Io ne ho fatti tre-quattro con entrambe le squadre. Mio padre diceva che non aveva mai visto un giocatore diventare grande all’Inter o al Milan e mi consigliava di partire dal basso: così avrei avuto spazio per arrivare in alto, per farmi vedere ed essere scelto dai grossi club. Funziona così in effetti: i giocatori che escono dai settori giovanili delle grandi squadre per fare esperienza poi vanno in quelle di media classifica. Locatelli stesso per crescere ha lasciato il Milan ed è andato al Sassuolo dove è diventato Locatelli.

Lei è stato allenato da Gigi Simoni alla Cremonese: che cosa ricorda?
Prima di Gigi ho avuto Bruno Mazzia che, insieme ad Erminio Favalli, ha avuto il coraggio di portarmi in prima squadra e di farmi giocare. Simoni mi ha fatto crescere, mi ha fatto diventare uomo e calciatore: devo ringraziarlo. Tutto ciò che ho raccolto sui campi l’ho raccolto grazie ai suoi suggerimenti. Mi ha insegnato come stare sul terreno di gioco. Gigi è stato più di un allenatore, è stato un padre calcistico.

Lei ha giocato alla Sampdoria con Mancini e Mihajlovic: che esperienza è stata?
Era una grande Sampdoria, una squadra che doveva lottare per lo scudetto. Quell’anno erano arrivati Ferri e Zenga dall’Inter ed era ritornato Gullit. Siamo andati bene in Coppa delle Coppe, non abbiamo fatto altrettanto bene in campionato. Ci sono stati parecchi infortuni. In Europa abbiamo perso una brutta semifinale con l’Arsenal: all’andata siamo stati sconfitti 3-2 fuori casa, al ritorno vincevamo 3-1, abbiamo preso gol al novantesimo su punizione, siamo andati ai rigori e abbiamo perso. Mi è successa una cosa simile col Vicenza 1997-98 sempre in semifinale di Coppa delle Coppe: abbiamo battuto 1-0 il Chelsea in casa all’andata, al ritorno eravamo sopra 1-0, nel secondo tempo hanno ribaltato e vinto 3-1.

Che ricordo ha di Mancini giocatore?
Mancio era un ragazzo eccezionale. Un po’, introverso, di poche parole, in campo non ti dava consigli ma ti faceva capire come dovevi stare. Se eri un giovane faticavi a capire ciò che Mancio voleva e per questo motivo a volte potevano nascere incomprensioni. È stato Mancini a portarmi alla Samp. Ero andato a fare una tournée con loro insieme al mio compagno Andrea Tentoni: volevano prenderlo, io mi ero aggregato perché gli mancava un giocatore nel mio ruolo. Anche Attilio Lombardo è stato importante per il mio trasferimento. Mi ha fatto da autista: mi portava avanti e indietro quando giocavamo insieme alla Cremonese, lui abitava a Paullo e Lodi gli veniva di strada. Attilio mi aveva detto che Mancio ed Eriksson mi volevano allora abbiamo parlato con la Cremonese. Mi voleva la Juve, ma io avevo scelto di andare a Genova. Tra Cremonese e Samp c’era un’asse di mercato: Cabrini, Vialli, Lombardo due anni prima.

Ha un ricordo anche di Mihajlovic?
Sinisa è un guerriero. Non mollava niente, era un leone. Mi era stato vicino perché alla Samp quell’anno lì erano tutti sposati: gli unici scapoli eravamo io, lui, Gullit e Jugovic e quando andavamo a mangiare insieme al ristorante facevamo gruppo. Erano i primi anni di Sinisa in Italia: ci chiedeva una mano. Mi ha insegnato il segreto delle punizioni: quelle oltre i 25 metri le calciava lui, sotto invece le calciavo io.

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