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Marco Simone tra Immortali e Invincibili: “Io, fra Van Basten e il fratellone Weah. Sogno di allenare in Italia. Pirlo? L’ho chiamato così…”

Simone Lo Giudice

Milan degli Immortali di Sacchi e Milan degli Invincibili di Capello: che cosa le hanno insegnato entrambi?

Il senso dell'organizzazione, del lavoro, della professionalità. La consapevolezza che per raggiungere gli obiettivi bisogna migliorarsi sempre. Quando ci allenavamo a Milanello tutti quanti avvertivamo il senso del miglioramento quotidiano. Dopo la seduta, avevi la sensazione di aver aggiunto un piccolo pezzo di crescita. Questa cosa ci è stata inculcata da Sacchi ed è stata portata avanti da Capello. L'esasperazione di certi concetti di Sacchi a volte spingeva alcuni ad uscire fuori dalle righe, questo è vero. Però quella filosofia mi è rimasta dentro e la porto con me in panchina. Anche se il copia e incolla è l'errore più grande che può fare un allenatore perché fa perdere credibilità davanti ai giocatori.

Lei ha preso spesso scelte fuori dal coro: indossare le scarpe bianche con Capello in panchina è stata una di queste?

Sono stato il primo giocatore a giocare con quelle scarpe. Quella scelta mi rappresentava. Sono andato sempre dritto seguendo il mio istinto e le mie idee. Non ho mai fatto calcoli. Ho sempre mantenuto quello spirito fanciullesco nel fare le cose a volte in maniera incosciente. Mettere le scarpe bianche nella finale di Champions è stata una di queste: un minuto prima del mio ingresso in campo, Capello mi ha fulminato, ma non poteva più cambiare formazione perché ero negli undici che sarebbero partiti dall'inizio. Adesso la moda sarebbe giocare con le scarpe nere: se oggi fossi un calciatore lo farei sicuramente. Sono sempre stato così e sono così ancora oggi.

Questa cosa l'ha penalizzata?

A volte mi chiedo come mai nessun presidente in Italia non sia curioso di sapere che tipo di mister posso essere. L'allenatore viene visto come un uomo quadrato, cosa che io professionalmente sono. Però ci sono parametri che un allenatore sulla carta deve avere e forse io quei parametri non ce li ho. Non sono figlio di nessuno quindi posso sembrare una persona difficile da gestire. Giornalmente ricevo proposte dall'America al Giappone, dalla Corea ai Paesi dell'Est, all'Africa stessa. Pochi giorni fa sono stato contattato da un grande club dell'Angola. All'estero c'è interesse nei miei confronti, in Italia non è così.

Paolo Maldini, Marco Van Basten e George Weah: che cosa hanno rappresentato per lei?

Tre personaggi completamente diversi e tre rapporti completamente diversi. Paolo è stato il mio compagno di stanza negli anni a Milanello. L'ho sempre guardato con grandissima ammirazione. Pur essendo giovane aveva già raggiunto una dimensione enorme. Ci sentiamo ancora. C'è un rapporto più intimo, ci siamo avvicinati anche per un discorso di età nel conversare. L'ho vissuto sia da giocatore che da dirigente oggi.

E Van Basten?

Marco l'ho vissuto solo come giocatore, a parte qualche momento passato insieme sul campo da golf. Tra gli olandesi era quello più difficile da avvicinare: un po' schivo, un po' freddo, dei tre è quello con cui avevo meno confidenza. Marco è stato un esempio nella sua sofferenza. Vederlo ogni giorno con quella specie di macchina virtuale nella gamba, con quei ferri impiantati nelle ossa era triste e impressionante. C'era un dolore fisico dietro tutto quello. Marco ci ha mostrato la sua grandissima forza, ha cercato di tornare a giocare in tutti i modi, anche se poi non ci è riuscito. Per noi è stato un grande insegnamento di vita.

E il suo rapporto con Weah invece?

George, The President, il fratellone mi ha chiamato il 7 gennaio per farmi gli auguri. Quel giorno gli ho chiesto se prima di me aveva chiamato Clinton o Bush. Mi ha risposto Trump, scherzando. Oggi Weah è il presidente della Liberia, uno Stato importante, ma per me rimane sempre George. Il nostro rapporto fraterno si è consolidato quando è arrivato a Milano ed è venuto a vivere con me.

L'incontro con Weah ha favorito la sua apertura nei confronti dell'Africa in un certo senso?

Sì, perché George è un ragazzo apertissimo, poi è stato il primo emigrante: ha lasciato l'Africa per Europa dove ha cominciato il suo percorso in Francia al Psg. Io ho avuto subito grande apertura mentale nei suoi confronti, come è successo con tutti gli stranieri che ho incontrato al Milan. Vivere con George ha accentuato questa mia predisposizione. All'epoca non tenevo in considerazione troppo la sua religiosità. Tante volte facevo cose che erano improponibili. In quel periodo il mio obiettivo era metterlo in difficoltà, divertirci in certe situazioni. Mi chiamava Tony Montana perché facevo di quelle cose con lui... Ci sono tanti aneddoti. Giocavamo insieme a nascondino. Tante cose.

Il Milan le fa battere ancora il cuore?

Sì, lo seguo, sono legato al club, sono tifoso di questa squadra. Con discrezione, quando ci sono momenti delicati, cerco di mandare un messaggio social per dare un po' di spinta da un tifoso in più. Non ho mai cercato di ritornare. Due anni fa è stato il Milan a chiamarmi. Non mi è mai piaciuto approfittare del mio status, ho cercato di stare lontano anche per questo motivo. Quando ci sono situazioni che non mi piacciono e mi sento di dire la mia, lo faccio. Con Maldini ci sentiamo, anche con Angelo Carbone che fa parte del settore giovanile. Poi scambio messaggi con Filippo Galli, che adesso è fuori dal Milan, con Chicco Evani, con lo stesso Franco Baresi che è diventato social.

Com'è il Milan di Pioli?

Mi piace. Ricostruire quell'idea di immortalità o di invincibilità è difficilissimo. Però il mister ha creato una situazione di grandissimo entusiasmo. Il Milan ha ritrovato i suoi colori più belli. Mi piace perché non è cresciuto con grandissimi acquisti, come succede nelle grandi squadre. Il Milan è diventato vincente con le idee. Se oggi avesse il budget delle big d'Europa tornerebbe competitivo in Champions League.

Un altro suo amico nel mondo del calcio è David Trezeguet?

Sportivamente dopo Weah è stato Trezeguet il mio partner migliore. Abbiamo fatto una stagione pazzesca quando abbiamo vinto il campionato col Monaco: insieme abbiamo realizzato 42-43 gol. Era il mio compagno ideale: gli giravo intorno, sapevo dov'era, con me giocava ad un tocco. Poi era un bravissimo ragazzo. Al mio arrivo al Monaco ero più vecchio di lui però Trezeguet nella sua giovinezza era comunque un giocatore importante. Poi è stato sempre molto aperto nei miei confronti, mi ha aiutato ad inserirmi in Francia.

Quando lei è tornato al Milan ha preso il numero 69: perché?

Il mio numero, il 23, ce lo aveva Ambrosini. Io avevo sempre giocato con l'11. Quando è stata concessa la possibilità di scegliere i numeri ho preso il 23: sono stato il primo giocatore ad indossarlo in Italia. Quando sono tornato nel 2001 ho preso il 69 per via della mia data di nascita. Ricordo la battuta di Galliani: mi disse che scegliere quel numero poteva essere rischioso perché naturalmente si pensava a tutt'altro.

Lei ha incrociato un giovanissimo Pirlo al Milan: cosa ricorda?

Nel 2001 quando sono tornato al Milan ho trovato un gruppo di ragazzini che portavo con me a Monaco a passare belle serate: Pirlo, Gattuso, Abbiati, Brocchi. Chiamavo Pirlo "catacomba": lo avevo soprannominato così per il suo modo di parlare e il suo carattere di bassa pressione.

Oggi è difficile essere nei panni di Pirlo oppure è meraviglioso?

È meraviglioso. Qualche anno fa allenavo il Tours in Serie B francese e in quel periodo Zidane era stato nominato allenatore del Real Madrid. In un'intervista mi avevano chiesto cosa ne pensassi. Risposi che era più facile allenare il Real che il Tours. Per tante cose è più facile guidare la Juventus, per altre cose meno perché devi saper sopportare una pressione completamente diversa. Allo stesso tempo se alleni la Juve però hai grandissimi giocatori a disposizione. Penso a tutti gli allenatori che hanno guidato il Real di Cristiano Ronaldo: se un giocatore garantisce due gol a partita è una sicurezza per qualsiasi allenatore. Anche se la giornata dovesse andare male ci sono comunque quei due gol in cascina. Quando hai a disposizione tanto materiale è più facile fare l'allenatore. Poi bisogna saperlo gestire: è facile e non è facile allo stesso tempo.

Che cosa fa quando non fa calcio?

In tempi normali pratico il golf e faccio parte della squadra del Monaco. Quando ero senza squadra prima del Covid, disputavo anche tornei internazionali con la Federazione francese. Poi ho la mia famiglia, ho due figlie e gli dedico tanto tempo quando sono a casa. Cerco di rimanere aggiornato, appena si aprono situazioni lavoro sulle squadre che potrebbero essere le prossime destinazioni.

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