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Negri: “Un Allegri-bis farebbe bene. Le lezioni d’inglese con Gattuso e Gascoigne in mutande…”

L'estero a due passi da sempre, nella realtà e soprattutto nel cuore. Oggi Marco Negri ha 50 anni e sogna un'avventura dove l'impossibile possa diventare ancora una volta possibile, come è successo in Scozia tra cornamuse e record più di...

Simone Lo Giudice

Gennaio 1998, strade di Glasgow. Un paio di occhiali da sole di protezione, il sorriso beffardo di un tifoso dei Celtic all'angolo della via, il punto più basso dopo mesi bellissimi. Storia di Marco Negri, l'ex attaccante cresciuto a Monfalcone, vicino al confine tra Italia e Slovenia, con l'estero sempre a due passi. Ad Udine è iniziato tutto, a Cosenza e Perugia il sogno è diventato realtà prima del grande salto in Scozia: la terra di Gattuso e 'Gazza', quella delle montagne russe. From hero to zero, dalle stelle alle stalle, dai record all'infortunio: la vita di Marco è cambiata il 5 gennaio 1998 , quando sulla traiettoria di una pallina da squash ci è finito il suo occhio. Il resto è stato un calvario di stop e attese, molti ripensamenti e qualche errore. Oggi Marco ci ride sopra e riparte dalle sue certezze: quelle dell'ex bomber che sogna di allenare gli attaccanti del futuro. Se la chiamata arriverà dall'altra parte del confine sarà benvenuta. Come è successo più di vent'anni fa.

Marco, che cosa fa oggi nella sua vita?

Vivo a Bologna. Qualche stagione fa sono stato nello staff di Massimo Oddo all'Udinese: ho ricoperto il ruolo di allenatore degli attaccanti. Ringrazio l'Udinese per avermi dato questa opportunità. Ho lavorato con Lasagna e Maxi Lopez, De Paul e Perica. È stata un'esperienza bella e innovativa. Penso che questa figura in futuro sarà presente in tutti gli staff: per l'allenatore dei portieri è così. Poi ci sono tante similitudini tra portieri e attaccanti per via del gol. È un aiuto tecnico, tattico e psicologico. Io ho fatto l'attaccante, so che ci sono periodi in cui la palla non va dentro nemmeno se la tiri con le mani. Nei finali di campionato tante squadre giocano bene, ma la differenza la fa il gol. Se hai un calciatore che segna 12-13 gol fai felice anche il presidente perché gli attaccanti vanno a ruba.

L'Udinese di Oddo ha battuto l'Inter di Spalletti nel dicembre 2017: cosa ricorda?

Al nostro arrivo la squadra era in difficoltà, poi abbiamo fatto cinque-sei vittorie consecutive giocando un bel calcio e lanciando gente come Barak, Lasagna e De Paul. Ad un certo punto sembrava che potessimo ambire a qualcosa in più della salvezza. Poi ci sono stati tanti infortuni, non siamo più cresciuti e sono arrivate 11 sconfitte che hanno bloccato quel progetto. Però sono tornato a casa con grandi certezze.

De Paul e Barak sono pronti per una big?

Barak l'ho sponsorizzato con tutte le mie amicizie, compreso Luigi Riccio, il secondo di Gattuso a Napoli. Gli avevo fatto il nome di Barak prima che andasse a Verona perché ha potenzialità incredibili: è bravo tecnicamente e sa fare tutto. All'inizio pensavo che De Paul potesse diventare un centrocampista basso alla Pjanic e alla Xavi, non è andata così. Giocando vicino alla porta può mandare in gol i compagni e fare qualche rete. Sta facendo i passi giusti, sta programmando l'approdo in una big entrando dalla porta principale.

Lei dove e quando ha cominciato a giocare calcio?

Sono nato a Milano. Quando ero piccolo, io e la famiglia ci siamo trasferiti a Monfalcone in provincia di Gorizia dove sono cresciuto. C'era l'Udinese di Zico ed Edinho in Serie A. La Triestina in Serie B faceva grandi campionati. Ho giocato a basket, poi il mio migliore amico mi ha spinto verso il calcio. Mio padre da giovane ha giocato nel Fanfulla in C, ma si è rotto presto le ginocchia. Però mi ha trasmesso il Dna per il calcio. Ho cominciato a 13 anni in una piccola squadra. Poi ho fatto i provini e sono stato preso sia dall'Udinese che dalla Triestina, la prima ipotesi però era quella più interessante. Ho fatto tutta la trafila e ho esordito a 17 anni in B con l'Udinese di Sonetti: ho fatto poche presenze, ma abbiamo vinto il campionato. È stato il mio inizio.

Lei è cresciuto in una terra di confine: un motivo in più per fare un'esperienza all'estero?

Vivevo a dieci chilometri dal confine. Quando avevo 18 anni prendevamo la macchina in quattro-cinque con poche lire in tasca e andavamo oltre confine a mangiare il pesce, a fare benzina, a divertirci in discoteca perché lì costava di meno. Vedere l'estero come vicino di casa può aver pesato nelle mie scelte. A quei tempi c'erano 10-11 giocatori italiani fuori: Vialli, Zola e Ravanelli su tutti. Io ho avuto quell'opportunità di farlo a 27 anni dopo aver segnato 15 gol in A col Perugia. Il richiamo di un club glorioso come i Rangers e di un ottimo contratto economico, la possibilità di giocare in Champions League mi hanno spinto a dire 'sì'.

Lei ha avuto molti maestri: Zaccheroni è stato il primo?

Mi ha allenato a Bologna per un brevissimo periodo, poi è stato esonerato. Ho vissuto Zac per davvero a Cosenza. Al mister dico sempre che l'ho lanciato io nel grande calcio coi miei gol. È una persona molto intelligente. Tatticamente era all'avanguardia. Al Cosenza in attacco costruivamo tante occasioni da gol col suo gioco. Quando fai 19 gol gli addetti ai lavori si segnano il tuo nome: così è stato per me.

Lei a Perugia ha giocato con tre uomini chiave del calcio italiano: Allegri, Gattuso e Materazzi. Che cosa ricorda di loro?

Gattuso e Materazzi erano giovanissimi. Facendo una battuta, erano loro che giocavano con me, non il contrario. Avevano in comune voglia di vincere. Volevano dimostrare che erano grandi giocatori. Lo si vedeva su tutti i palloni di un allenamento. Quando facevamo la partitella avere Materazzi e Gattuso in squadra era fondamentale per salvare le gambe in vista della domenica. Poi sono stato a Milanello quando Rino allenava i rossoneri e con Marco mi sento sempre.

Allegri invece?

È stato mio compagno di squadra a Perugia, faceva il centrocampista. Abbiamo fatto insieme una strepitosa cavalcata dalla Serie B alla A che mancava da 25 anni. C'era grande feeling tra Allegri e mister Galeone. Max era il nostro allenatore in campo, dettava i tempi di gioco. Che avrebbe vinto così tanto e che sarebbe diventato uno degli allenatori più ambiti in Europa però ha sbalordito anche me.

Come vede il possibile ritorno di Allegri alla Juve? È stato un errore essersi separati da Max?

Assolutamente sì. Come diceva Boniperti, alla Juve vincere è l'unica cosa che conta. Ronaldo, Bonucci, Chiellini e Buffon sono giocatori a fine ciclo. Andare a scommettere su un nuovo allenatore è stato un controsenso. Con Allegri il campionato era una certezza e la Juve si è portata a casa anche altre coppe con lui in panchina. Si è cercata una scommessa ambiziosa che non sta pagando. Rivedrei Allegri in bianconero perché è rimasto fuori per due stagioni, ha avuto tempo per riflettere e magari ha capito dove ha sbagliato. Potrebbe essere un uomo migliore sotto certi aspetti. Da giocatore era simpaticissimo, un cavallo pazzo che teneva lo spogliatoio vivo. La battuta del livornese veniva fuori.

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