calcio

Mister Maniero: “Io, il feeling con Recoba, i dolori di Baggio. Il Milan un sogno, la Superlega non è calcio”

L'erba sotto i piedi e tra le mani. Quell'odore sempre sotto il naso, che sa di passato, presente e futuro. Filippo Maniero oggi ha 48 anni e continua a fare quello che ama da sempre nel profondo Veneto, terra di pallone, semplicità e passione

Simone Lo Giudice

Una lingua in comune, lo stesso compagno di giochi, quelle radici profonde che non si estirpano facilmente. Ragazzi veneti, figli di famiglie semplici che passano pomeriggi interi dietro ad un pallone. Rincorso per i prati sotto il sole, calciato contro il muro di casa fino a tardi. Filippo Maniero ha cominciato così quarant'anni fa nella provincia padovana. La mamma all'epoca voleva che a scuola filasse tutto liscio, lui sognava il Milan di van Basten. Semplicità e talento hanno fatto il resto. Ha giocato al fianco del primo Del Piero, ha accompagnato Roberto Baggio nei suoi ultimi giorni da calciatore. Poi c'è stata la Laguna, il Venezia e quel tempo rimasto sospeso, quando è nato un feeling con Alvaro Recoba che non ha bisogno di spiegazioni. Dopo aver smesso, Maniero è tornato dove tutto è iniziato ed è partita la sua seconda vita. Tra l'erba dei campi appena tagliata, i palloni che rotolano ancora e quell'amore per il pallone che si rinnova ogni giorno.

Filippo, lei oggi allena in provincia: che momento sta vivendo?

Alleno il Legnaro, una squadra di Promozione, qui nel paese dove sono nato e dove sono ritornato dopo aver smesso di giocare. Siamo fermi da ottobre, aspettiamo di sapere se la prossima stagione potremo ricominciare. Ho preso il patentino da allenatore quando ero a Venezia. Ho intrapreso questa strada per vedere com'è il mondo visto dalla panchina. Alleno da una decina di anni tra Promozione, Eccellenza e Prima Categoria. Sto studiando il mestiere, lo faccio per passione perché mi piace stare in mezzo al campo coi ragazzi e sentire l'odore dell'erba.

Non vuole fare carriera in panchina ?

Non ci penso perché non mi va di pensarci. Logicamente se riesci a fare bene allenando squadre di bassa categoria un giorno qualcuno che conta può chiamarti, ma è qualcosa che non rientra nelle mie priorità.

Quale mister le è rimasto dentro di più?

Mi ha impressionato Ancelotti al Parma. Carlo riesce ad abbinare qualità umane a competenze tecnico-tattiche. È un grande allenatore anche considerando il rapporto che riesce ad instaurare coi giocatori. Riesce a far sentire tutti sullo stesso livello, anche se non è così. Al Parma c'erano grandi giocatori come Cannavaro, Buffon, Thuram, Chiesa e Crespo. Con Carlo avevamo sempre tutti il piglio giusto. Anche chi non era titolare sapeva di poter giocare in qualsiasi momento. Per un giocatore è straordinario sentirsi importante a prescindere da tutto. Penso che i suoi successi con Real Madrid e Milan siano arrivati grazie alle capacità di gestione: sa interagire al cento per cento coi suoi giocatori.

Lei ha esordito in Champions League con il Parma: che cosa ne pensa del progetto Superlega?

Non avevo mai sentito parlare di questa soluzione. Non sapevo che le grandi avessero questa idea. Sono rimasto sbalordito quando l'ho sentita perché non è più calcio sotto tutti i punti di vista, soprattutto per quanto riguarda i valori. La Superlega è il calcio di chi guadagna di più. Penso alle squadre che non avrebbero partecipato alla manifestazione. L'esclusione di Inter, Milan e Juventus dal campionato italiano avrebbe stravolto tutto. Fare una cosa del genere senza nemmeno avvisare è stato strano e ha lasciato tutti perplessi sul futuro del calcio.

Com'è nato il Maniero calciatore?

Ho cominciato come tutti i bambini della mia epoca. Io sono del '72 e ho iniziato a giocare negli Anni '80. I miei genitori mi raccontavano che ero attratto da qualsiasi cosa rotolasse: anche un pezzo di carta arrotolato per me era un pallone. Amavo stare fuori e calciare la palla contro il muro. Ho cominciato a giocare con la squadra del mio paese a dieci anni, ci sono rimasto per un paio di stagioni. Poi a 12 anni sono passato al Calcio Padova dove ho fatto tutto il settore giovanile.

C'era qualche sportivo nella sua famiglia?

Mio padre ha giocato a calcio a livello amatoriale. Mi ha fatto amare questo sport quando ero piccolino. Quando ha smesso si è dato da fare nella società del paese. A mia madre il calcio non importava, le interessava solo che andassi bene a scuola. Facevo fatica, ma ce la mettevo tutta.

Lei ha giocato con Del Piero e Roberto Baggio: che cosa ricorda di entrambi?

Alessandro è più giovane di me di due anni. Abbiamo fatto qualche partita insieme nella Primavera del Padova. Qui si è cominciato a parlare di Alex quando aveva 14-15 anni. Faceva 30-35 gol a campionato ed era sulla bocca di tutti. Aveva qualità differenti rispetto agli altri, non era difficile immaginare che avrebbe fatto una grande carriera. Tecnicamente aveva qualcosa in più. Poi è un ragazzo intelligente e sa cosa vuole.

Baggio invece?

Ho avuto la fortuna di giocare con Roberto verso la fine della mia carriera: quando sono andato a Brescia avevo 32 anni. Baggio era all'ultimo anno da professionista. Era uno spettacolo vederlo in allenamento, anche se con le ginocchia non riusciva più a stare in piedi. Dopo la partita della domenica, Baggio saltava il lunedì e il martedì e tornava con noi il mercoledì per avere un giorno di riposo in più e smaltire le fatiche. Era un Baggio sofferente. Faceva allenamento personalizzato per arrivare alla domenica ed essere al cento per cento. Abbiamo fatto insieme tante volte la strada per tornare a casa: Roberto è di Vicenza, io di Padova. È un ragazzo straordinario. Per capire Baggio come uomo bisogna conoscerlo. Ho avuto il piacere di scoprire una grandissima persona. Ci sentiamo per gli auguri di Natale, quando fa il compleanno gli mando sempre un messaggio. È rimasta una bella amicizia tra di noi.

Il Veneto ha sfornato tanti calciatori: che cosa avete di speciale?

Sento spesso anche Dino Baggio: è originario di Tombolo, ci vediamo spesso con le nostre famiglie. Anche Toldo è di queste parti, Gastaldello è padovano. Una squadretta degli ex Serie A di origini venete non sarebbe male. Tanti ragazzi cresciuti qui hanno portato il nome di questa regione in giro per il mondo. Penso a quelli che hanno giocato con la Nazionale. Caratterialmente siamo un po' tutti uguali. Non ho mai trovato veneti scontrosi o antipatici. Ci somigliamo tutti quanti per il nostro modo di fare. Tra di noi parliamo in dialetto. Io l'ho fatto sempre coi miei conterranei nelle squadre in cui sono stato. Non ci accorgevamo che parlando così non ci capivano: per noi era una cosa naturale.

Lei ha giocato con Vincenzo Italiano al Verona: che cosa ricorda del mister?

Faceva parte della Primavera, ma veniva aggregato molte volte alla prima squadra e ha fatto qualche partita con noi. Si vedeva che aveva grandi qualità. L'ho conosciuto quando aveva 18-19 anni e non potevo immaginare che sarebbe diventato un allenatore così importante. Italiano è un ragazzo umile e straordinario, gioioso e simpatico. Tra le squadre che lottano per la salvezza lo Spezia è quella messa meglio. Vincenzo l'ha portata in Serie A e sta dimostrando di saperci fare in panchina.

Qual è il compagno straniero che ricorda con più piacere?

Quello con cui mi sono trovato meglio è stato Recoba. Quando è venuto a Venezia ha cambiato la mia vita calcistica e quella della squadra. A gennaio eravamo in fondo alla classifica. Io avevo fatto due gol in quattro mesi, venivo dal Milan, tutti si aspettavano grandi cose da me ed ero affranto per questa cosa. Poi è arrivato Recoba: in cinque mesi io ho segnato 12 gol, lui 11. C'era una grande intesa sul campo, sembrava che ci conoscessimo da un'eternità. Da quando è arrivato Recoba abbiamo macinato vittorie. Quel Venezia ha fatto un girone di ritorno strepitoso, ci siamo salvati con due giornate di anticipo. Alvaro è stato il compagno straniero con cui in campo ho condiviso le gioie più belle.

Ne ricorda altri?

Seedorf e Karembeu alla Sampdoria, Boban al Milan. Ho avuto la fortuna di giocare con grandissimi campioni che erano ragazzi straordinari. Non facevano pesare né il loro nome né la loro statura. Sensini era così, anche Thuram. Cinque-sei anni fa io e Matteo Guardalben, un altro veneto, siamo andati a trovare Lilian a Parigi: gli abbiamo fatto una sorpresa, siamo stati da lui per un paio di giorni. Ci ha portato alla Torre Eiffel, poi a vedere l'allenamento del Psg guidato da Ancelotti. Siamo entrati nello spogliatoio e abbiamo chiacchierato tutti insieme. Carlo ci ha accolto a braccia aperte. Questa è la semplicità di Thuram, un campione del mondo e d'Europa che ha accolto a casa sua me e Guardalben, due giocatori normali.

Potresti esserti perso