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Beppe Dossena: “Vi racconto la Samp di Mancini e Vialli. L’Italia può vincere l’Europeo, dopo il 2012 Balo…”

Simone Lo Giudice

 (Photo by Claudio Villa/Getty Images)

Com'è nato il suo amore per il calcio?

D'estate uscivo al mattino alle sette per andare a giocare, rientravo alle otto di sera. Ho nascosto malanni pur di giocare. A Milano, quando di notte mi alzavo, guardavo fuori dalla finestra per vedere se pioveva o meno e capire se il giorno dopo avrei potuto giocare. Io e il calcio ci siamo incontrati, ci siamo piaciuti e me lo sono tenuto stretto. Mio padre faceva l'autista, ma ha giocato nel Fanfulla di Lodi. Mia madre era un'operaia e mi accompagnava alle partite. Ed io mi facevo tanti chilometri per andare agli allenamenti.

Che rapporto c'è tra lei e la città di Milano?

Sono nato a cinquanta metri da San Siro. Dopo una broncopolmonite un giorno c'era la neve. Ero passato davanti allo stadio: al lunedì c'erano i cancelli aperti perché facevano le pulizie. Quel giorno ho detto a mia madre che avrei giocato a San Siro ed è andata bene. Sono milanese e amo Milano, anche se oggi vivo al mare a Genova dove c'è un altro clima. Ho 25 punti in un braccio: me li hanno dati dopo una ferita che mi sono fatto per aver scavalcato allo stadio, l'ho fatto quando non riuscivo più a passare tra le sbarre. All'età di 14 anni ho lasciato la mia Milano e sono andato a Torino.

Che cosa ricorda degli anni granata?

Nel '74 ero a Torino. Ho vinto il campionato Primavera. Nel 75'-76' la prima squadra ha conquistato lo scudetto, il primo dopo Superga. Ero nel settore giovanile e giocavo contro di loro la partita del giovedì. Torino ti segna. Sono cresciuto in un settore giovanile fantastico. Devo ringraziare Ercole Rabitti, il vero creatore di quella realtà. I libri che ha scritto sono ancora attuali, è stato un fuoriclasse, molto moderno. Ho passato stagioni stupende a Torino. I sacrifici non mi pesavano perché amavo quello che facevo.

Dopo il ritiro, lei ha allenato anche in Africa: che cosa l'ha spinta ad andare così lontano?

Sono sempre stato molto curioso. A scuola conoscevo benissimo Storia e Geografia. Mi sono laureato in Scienze Politiche con indirizzo storico. Quando leggevo i libri sognavo, conoscevo le capitali del mondo a 13 anni, poi le città di tutti i Paesi principali, i fiumi e le montagne. Quando sfogliavo l'Atlante viaggiavo con la mente. Per me non è stato difficile andare in giro e continuare a farlo: è stata la mia passione.

Quale è stata l'avventura più bella che ha vissuto fuori dall'Italia?

Quella in Ghana: è stata la prima, sono stato lontano da casa per dieci mesi, gestivo quattro nazionali. È un Paese che mi ha arricchito. Poi ho imparato ad ascoltare il mal d'Africa, a fare sempre quello che mi sento di fare: mangiare quando ho fame, dormire se ho sonno. Ho scoperto un nuovo mondo. Vivere in Ghana mi ha insegnato come confrontarmi con altre culture. Ho allenato anche in Libia ed in Etiopia. Mi mancano due Paesi, Giappone e Stati Uniti: del primo apprezzo educazione e rispetto; del secondo la cultura sportiva. Da allenatore lavorare lì sarebbe stato il massimo.

Lei ha allenato il Paraguay con Cesare Maldini: che cosa ricorda di quell'esperienza?

La famiglia Maldini è formata da persone straordinarie, Paolo compreso. Ricordo il viaggio per andare a chiudere l'accordo e la sosta a San Paolo in Brasile dopo la firma. Poi il ritiro in Giappone al Mondiale, le partite in Corea del Sud. Cesare aveva grande sensibilità ed una moralità unica. Ed era molto attento nei miei confronti, un uomo di altri tempi: uno di quelli che sono un esempio anche quando stanno zitti.

Come andò quel Mondiale per voi? Com'è stato guidare una nazionale straniera?

Abbiamo preso gol dalla Germania ad un minuto dalla fine dei tempi regolamentari agli ottavi: fossimo andati ai supplementari forse saremmo passati. L'Italia era una buona squadra, contro la Corea c'è stato un arbitraggio scandaloso. Fortunatamente io e Cesare non abbiamo sfidato gli azzurri. Il Mondiale ti assorbe: dalle partite agli allenamenti fino ai viaggi. E bisogna stare attenti a quelli che giocano poco.

Ha messo da parte la carriera da allenatore?

Sì, solo un pazzo potrebbe chiamarmi. Chi deve prendere decisioni però deve circondarsi di gente che abbia qualcosa da raccontare, magari anche cose scomode: conoscere significa sapere. Io non rinnego niente di quello che ho fatto. Oggi sono cambiati gli uomini ed è cambiato il calcio. Mancano delle regole: quelle non scritte del rispetto, della pazienza e dell'equilibrio. Tutto va molto veloce e si brucia in fretta. Per i giocatori però non è un male considerando tutti i soldi che girano nel mondo del calcio.

Come giudica la scelta di Donnarumma di lasciare il Milan?

Deve fare i conti con se stesso. Mi auguro che sia stato lui a prendere questa decisione. Spero che questi ragazzi prima di tutto ascoltino la loro famiglia, poi gli agenti e i procuratori. Per me è importante che la decisione definitiva venga presa sempre dal ragazzo. Se andare al Psg è la sua scelta personale per me va benissimo. Ad un certo punto bisogna fermarsi nelle critiche perché ognuno deve vivere la vita che vuole.

Che cosa è andato storto in Mario Balotelli dopo il 2012?

Nella vita bisogna darsi delle priorità, secondo me il calcio non lo è stato per Mario. All'inizio sapeva di avere grosse qualità, per questo motivo ha pensato che sarebbe stato tutto facile. Deve essere successo qualcosa perché non puoi non esultare quando fai gol. Se segni alla Germania devi trasmettere gioia.

Lei ha un sogno nel cassetto?

Paolo Maldini è il presidente di Special Team Onlus, un'associazione che si occupa di sostenere gli atleti in difficoltà. Ne facciamo parte io, Shevchenko e Nedved, Tardelli e Lippi. Stiamo costruendo una casa che possa accogliere gli atleti che fanno fatica a prendersi cura di se stessi. Vogliamo portare a termine questo percorso. Poi vedremo se ci sarà ancora la possibilità di viaggiare. Speriamo che lo facciano fare.

Allora Giuseppe le auguro buon viaggio!

Grazie: è l'augurio più bello che io possa ricevere da qualcun altro.