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Beppe Dossena: “Vi racconto la Samp di Mancini e Vialli. L’Italia può vincere l’Europeo, dopo il 2012 Balo…”

Cancelli scavalcati e punti sul braccio. Palloni tra i piedi e mappamondi che scorrevano veloci sotto le dita, mentre la mente sognava. Oggi Giuseppe Dossena ha 63 anni e come quando era ragazzino non vede l'ora di partire per il suo prossimo viaggio

Simone Lo Giudice

Una meta a cinquanta metri di distanza: sulla carta alla portata, nella pratica raggiungibile solo da chi ha il coraggio di sognare. Giuseppe Dossena da ragazzo fissava San Siro dalla finestra della sua stanza anche a notte fonda. Una passione per il calcio che non si spiega, uno di quegli amori da portare con sé finché sarà possibile. Torino è stata un trampolino, Genova la chiamata che cambia la vita. Alla Samp Dossena ha conosciuto Mancini e Vialli, Lombardo e Salsano: i fantastici quattro che stanno trascinando l'Italia agli Europei. "Beppe" ha conquistato anche il Mondiale 1982 con l'amico Paolo Rossi e sa che cosa serve per vincere con la maglia azzurra. Oggi nella sua Genova Dossena continua a coltivare quella sua innata curiosità alla Cristoforo Colombo. Apre la finestra e fissa l'orizzonte, immaginando il prossimo viaggio.

Giuseppe, come vede l'Italia di Mancini?

Bene, molto bene. Il giorno dopo però la squadra deve resettare tutto e dimostrare di essere come è stata dipinta. Le prospettive di quest'Italia sono buonissime però le partite vanno giocate. L'ottimismo è importante, ma non basta per raggiungere traguardi. Bisogna andarseli a prendere. Questa squadra ha la possibilità di farlo.

Lei commenta la Nazionale: quale Italia ricorda con più dispiacere per come è finita?

Quella dell'Europeo 2012 è stata una bellissima Italia, condizionata purtroppo dagli infortuni nella finale con la Spagna. Mi è piaciuta anche quella di Donadoni all'Europeo 2008 uscita ai rigori sempre contro le Furie Rosse. Ho apprezzato meno quella del Mondiale 2014, mi aspettavo di più da quella del 2010. La mancata qualificazione a Russia 2018 è stato un dramma sportivo. Non siamo riusciti a battere la Svezia: è stato il punto più basso. Oggi c'è l'Italia di Mancini: non la abbiamo vista lottare per grandi traguardi, è la prima volta, vediamo come va.

In questa Nazionale ci sono quattro ex sampdoriani: Mancini, Vialli, Lombardo e Salsano. Che ricordo ha dei suoi compagni?

Alla Samp ho vinto una Coppa delle Coppe, una Coppa Italia, una Supercoppa italiana e il campionato. Non erano traguardi insperati perché la squadra era forte. Si poteva fare qualcosina in più, ma credo che siano sufficienti tutti quei trofei per una squadra come la Samp. C'erano grandissimi giocatori, ma il vero fuoriclasse era quello che aveva ideato e pensato quella squadra: Paolo Mantovani.

Com'erano Mancini e Vialli nello spogliatoio?

Ognuno faceva la sua parte. C'erano gioventù e gente con esperienza: un bel mix. Ricordo grande partecipazione di tutti. La squadra era convinta dei propri mezzi e voleva arrivare in alto. Ognuno dava il suo contributo e si calava nel suo ruolo. Volevamo vincere le partite e conquistare trofei. Desideravamo arrivare a tutti i costi. Ma c'era anche spazio per fare altro: per divertirsi, per giocare, per fare battute.

Ha un aneddoto legato a Mancini?

In campo ogni tanto Roberto tornava indietro perché secondo lui non arrivavano palloni in attacco. Io gli dicevo di restare davanti e di non preoccuparsi perché prima o poi il pallone sarebbe arrivato. Con lui si scherzava. Mancini era un perfezionista e voleva tutto subito, però nelle partite serve tanta pazienza.

Questo Europeo è la rivincita di Vialli?

Non credo, ha vissuto situazioni particolari. Sicuramente meglio stare in un ambiente sano anziché chiudersi in casa e ripensare a quello che gli è successo. Questo Europeo è qualcosa in più. Gianluca però deve trovare le risposte dentro se stesso e nei suoi affetti. Vivere in un contesto sereno lo sta aiutando.

Che ruolo avevano Lombardo e Salsano invece?

Erano giocatori da spogliatoio, ragazzi positivi. In un gruppo è fondamentale la presenza di uomini così. Hanno contribuito a rendere felice e gioioso lo spogliatoio, ma anche competitivo. Sono stati calciatori importantissimi per la società.

Il vostro allenatore era Boskov: cosa rappresentava per voi?

Era la persona giusta dentro. Qualcuno con altre caratteristiche avrebbe creato dei danni. Boskov sapeva quando girare la testa dall'altra parte o quando stare zitto o quando intervenire. Sapeva stare a tavola coi più vecchi, ma anche come comportarsi con gli ultimi arrivati. Era navigato, di grande esperienza. Boskov è stato fondamentale per noi.

Lei è arrivato alla Samp a trent'anni: Genova le ha regalato un po' una seconda vita?

Venivo dalla Serie B con l'Udinese dove ero andato a giocare dopo tutte le vicissitudini col Torino. Nella mia carriera non ho avuto paura di passare dalla Sampdoria, quindi dalla A e dalla Coppa dei Campioni, al Perugia in C. Volevo giocare e per farlo non guardavo né la categoria né i compagni. Mantovani mi ha voluto fortemente a Genova e negli anni credo di avergli ridato tutto quello che ho ricevuto.

Trent'anni dopo che cosa è rimasto dello scudetto vinto con la Samp nel 1990-91?

Complicità e rispetto. Qualcuno si vede di più, qualcun altro di meno. Quando vivi momenti così fa piacere ricordare e rivedere persone con cui hai condiviso gli anni più importanti della tua vita calcistica.

Lei ha conquistato la Coppa del Mondo 1982: quale è stato il segreto di quella vittoria?

Tutti, compresi quelli che hanno giocato poco o non sono scesi in campo, hanno contribuito a creare un'atmosfera positiva e competizione negli allenamenti, mettendo i titolari nelle condizioni di giocare sempre ad alti livelli. In un Mondiale c'è bisogno di tutti, serve tanta complicità dal magazziniere fino a chi sta a capo della spedizione. Ora è più difficile perché i gruppi di lavoro sono tanti e per questo motivo serve una selezione molto accurata nella scelta delle persone che ruotano intorno alla squadra.

Cosa ricorda di Paolo Rossi?

Io e Paolo avevamo aperto un ristorante e avevamo fatto insieme le prime pubblicità. Le nostre mogli si sentono ancora. Ci vedevamo spesso a Torino. Mi capita di ricordarlo. Provo tristezza e tanta nostalgia quando lo rivedo o mi passano davanti i filmati della nostra vita. Spero che adesso stia meglio e che non soffra più: è ciò che mi rasserena. Spesso ho la sua immagine davanti agli occhi, mi tornano in mente il suo sorriso e la sua voglia di vivere. Io non ho la sua stessa capacità di amare la vita. Paolo era semplice perché voleva bene alle persone, gli piaceva sempre ridere e scherzare.