Jimmy Fontana: “L’esordio di CR7? All’Inter tutti pensammo che chiamarsi Ronaldo fosse ingombrante, era un timido, negli spogliatoi chiese la maglia a Di Biagio”

Jimmy Fontana: “L’esordio di CR7? All’Inter tutti pensammo che chiamarsi Ronaldo fosse ingombrante, era un timido, negli spogliatoi chiese la maglia a Di Biagio”

“Il Cinque Maggio è stato terribile. Basta col calcio, gestisco un Bed and Breakfast”. Oggi ‘Jimmy’ Alberto Fontana ha 53 anni e da una decina ha cambiato vita: l’ex portiere dell’Inter è ripartito da dove tutto è cominciato tra sabbia e sogni cullati con pazienza e amore

di Simone Lo Giudice

L’Inter, Conte e CR7

(Photo by New Press/Getty Images)

Uno stabilimento balneare come seconda casa, la sabbia intorno per cinque mesi, il pallone per i restanti sette dell’anno: Alberto Fontana è cresciuto così alla fine degli Anni ’60 nella sua Romagna, terra di lavori stagionali e di uomini che sanno aspettare il momento giusto per andarsi a prendere ciò che vogliono. Alberto deve il soprannome al cantante Jimmy Fontana che ha reso immortale l’immagine di un mondo sempre in movimento: così è stata la sua carriera, un tuffo nel calcio durato più di vent’anni tra miti come Agostino Di Bartolomei, Ronaldo il Fenomeno e CR7. Jimmy ha vissuto un sogno bellissimo e oggi ne vive un altro che merita di essere raccontato: quello di chi è felice per essere ritornato dove tutto è cominciato tra grandi speranze, sabbia e mare.

Alberto, dopo il calcio lei ha cambiato vita: che cosa l’ha spinta a farlo?
Volevo tornare a casa. Quello che ho fatto nel mondo del calcio è stato bellissimo, ho realizzato il sogno che avevo fin da bambino. Quando ho smesso, ho staccato: mi sembrava la cosa più giusta da fare. Sono tornato alle origini. Sono il figlio di un bagnino: mio papà aveva messo in piedi uno stabilimento negli Anni ’60. Ho vissuto un’infanzia stupenda: per 5 mesi l’anno stavamo dietro al bagno, l’attività di famiglia. I miei genitori hanno fatto sacrifici incredibili. Fare il figlio del bagnino era un bel lavoro, esserlo in prima persona in quegli anni difficili era faticoso. Vivo a Cervia: qui c’è tutto. Volevo che i miei figli avessero l’opportunità di rivivere un po’ l’infanzia che ho fatto io. La mia carriera nel calcio è stata bellissima: ce l’ho messa tutta coi miei pregi e coi miei difetti. Seguo ancora i portieri.

Com’è nata la sua passione per il calcio?
Se cresci e dormi per cinque mesi all’anno con la sabbia intorno, capisci che buttarsi per terra non è poi così fastidioso: sono diventato portiere. I miei genitori sono sempre stati grandi appassionati di calcio. D’inverno alla domenica andare a vedere il Cesena degli Anni ’70, quello che ha disputato la Coppa Uefa, era l’hobby di tutte le persone che facevano lavori stagionali. Ai miei genitori piaceva che facessi sport, ma non sono venuti a seguirmi prima dei miei 16-17 anni: erano altri tempi, nessuno pressava i propri figli. Sono cresciuto a Cervia con Alessandro Bianchi e Lorenzo Minotti che hanno giocato in Nazionale e rispettivamente nell’Inter e nel Parma. Vivevamo tutti quanti un po’ in maniera selvaggia: il mare te lo permette. È stata una componente della mia vita che ho avuto la fortuna di trovare senza averla cercata.

L’Inter ha sfiorato la vittoria in tante occasioni: quale è stato il k.o. più duro da digerire?
Sicuramente il 5 maggio 2002: è stato come un brutto sogno. Sembrava impossibile che un’annata andata così bene potessi concludersi persino col terzo posto. L’Inter è stata una bella esperienza. Fare il dodicesimo di uno più bravo di te non è un problema, lo diventa se sei il sostituto di uno che è più scarso. Io sono stato la riserva di Toldo e Sebastiano Rossi: quando uno è più bravo bisogna stare a guardare e imparare. Poi a Milano quando Francesco era indisponibile non scattava il panico e questa è stata una grande gratificazione per me. Ringrazio in eterno dirigenti come Moratti e Facchetti per tutto questo.

Nel 2002 Ronaldo il Fenomeno ha lasciato l’Inter: come è stata presa la notizia?
Ronnie faceva uno sport a parte rispetto a noi. Quando lo vedevi ti rendevi conto che la natura ogni tanto decide di farne uno diverso: Ronnie era uno di questi. Aveva un atteggiamento fantastico coi compagni. Penso che sia stato qualcosa di più grande di tutti noi: in ballo c’erano interessi, questioni societarie e sponsor. Non bisogna stupirsi quando qualcuno cambia casacca. Non aver vinto lo scudetto nel 2002 sicuramente ha pesato nelle sue scelte.

Lei era in panchina quando CR7 ha esordito con lo Sporting nel 2002: che cosa ricorda?
Era lo spareggio per andare in Champions: quando entrò in campo, tutti quanti ci siamo chiesti che cosa lo avesse spinto a portare quel nome così impegnativo. Quando vedi entrare un ragazzino con la scritta Ronaldo sulle spalle pensi che per tutta la vita dovrà convivere con un paragone scomodo. Dopo la gara venne nel nostro spogliatoio: educatissimo, chiese a Gigi Di Biagio di scambiare la maglia. Quel cognome invece gli ha portato bene, col passare degli anni ci siamo resi conto che in quella partita aveva esordito un ragazzo che avrebbe scritto la storia del calcio.

Il derby Milan-Inter del 2004 è finito 0-0, lei ha parato di tutto: è stata la sua partita più bella di sempre?
Quando giochi un derby a 37 anni te lo ricordi a prescindere perché non sei più un ragazzino. Fu una gara particolare. Avevo alle spalle tanti anni di calcio ed era più facile gestire le emozioni. A fine partita, nonostante lo conoscessi da una vita, chiesi la maglia a Paolo Maldini perché per me è stato il simbolo del calcio: mi è sempre piaciuto il grande giocatore che quando stacca non ha bisogno della luce dei riflettori, che è riservato. Ho sempre considerato Paolo un genio in campo e un esempio fuori.

(Photo by New Press/Getty Images)

Nel 2004 all’Inter è arrivato Mancini: che cosa ha dato in più rispetto a Cuper?
Col suo arrivo la squadra ha avuto una mentalità più offensiva. Per lui è stato importante l’aiuto di Sinisa Mihajlovic come secondo nell’anno dello Scudetto: entrambi hanno dimostrato di essere bravi allenatori. Penso che sia stata decisiva questa iniezione di gioventù e fiducia, insieme ad una programmazione di acquisti veramente importante. Moratti ha continuato ad inseguire il suo sogno in maniera netta e decisa e penso che tutti quelli che erano lì abbiano pensato a lui quando l’Inter ha vinto. Nel calcio ci sono state poche persone come Moratti, un signore con la ‘s’ maiuscola. Certe finezze ce le hanno in pochi. Il calcio è cambiato, le proprietà straniere sono sbarcate nei grandi campionati, Premier in primis, e la Serie A si deve adeguare. All’Inter è arrivata una famiglia importante che ha le idee chiare per centrare gli obiettivi.

Moratti sapeva come consolarvi dopo una sconfitta?
Sì, quando arrivava alla Pinetina salutava tutti, conosceva chi lavorava lì, sapeva anche come stavano i suoi familiari. Moratti aveva una marcia in più come Giacinto Facchetti: non ho hanno mai fatto un gesto per sottolineare che erano persone importanti, loro non ne avevano bisogno.

Oggi all’Inter c’è Conte: lei è stato vicino a diventare un calciatore di Antonio…
Dovevo essere un suo giocatore quando era a Bari, avevo già firmato il contratto: conosco Antonio da avversario da una vita, siamo quasi coetanei. So quello che chiede, ha il fuoco dentro, vuole il cento per cento, con lui bisogna bruciare l’erba. Non ero più un ragazzino, avevo 42 anni e mezzo, mi sono reso conto che non avrei mai raggiunto i ritmi che desiderava. Gli ho telefonato per ringraziarlo, gli ho detto che forse era meglio che chiudessi la carriera. Ho ridato indietro il contratto, i dirigenti rimasero stupiti.

Anche Antonio è rimasto colpito dalla sua scelta?
No, io sono stato chiaro: non ero in grado di sostenere certi tipi di allenamenti a 42 anni, sarei stato un anello debole in un meccanismo perfetto e non sarebbe stato giusto. Quando un allenatore ha questa voglia e indole è giusto che segua il suo credo, non me la sentivo fra virgolette di avere dei permessini.

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