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Cristian Zenoni tra trekking e panchina: “Io e mio fratello vogliamo allenare in A. Conte passionale come quando giocava. Che battaglie con Ibra”

Simone Lo Giudice

Che cosa le è rimasto delle stagioni alla Juve? Lei doveva andare al Milan all'inizio...

Ero stato acquistato dal Milan a gennaio. D'estate c'è stato uno scambio: Inzaghi è diventato rossonero, la Juve ha preso me e ha incassato i soldi per il cartellino di Pippo. Sono stati anni speciali. Sono coincisi con due scudetti, una Supercoppa europea, la finale di Champions persa a Manchester e quella di Coppa Italia in cui siamo stati battuti dal Parma. Ho condiviso lo spogliatoio con gente come Del Piero, Trezeguet, Davids, Montero, Ferrara, Thuram. L'anno prima giocavo per restare in Serie A con l'Atalanta: è stato un bel salto per me.

Com'era la Juve all'epoca?

Era la Juve della Triade, di Moggi, Giraudo e Bettega. Giocava in Europa per vincere. Al di là dei due scudetti, ho avuto l'opportunità di fare le mie presenze. Nel primo anno ho giocato 20-25 partite in campionato. Al secondo un po' meno, ma ho fatto qualche partita in Champions. Poi dopo due anni avevo voglia di giocare di più e ho fatto un altro tipo di scelta.

Ha lasciato la Juve senza rimpianti?

Senza rimpianti. Mi è stata concessa la possibilità di vivere due anni strepitosi. Ho capito quanto la Juve sia una società importante, poi da lì a giocare però ce ne passa.

Che cosa ricorda dello scudetto del 5 maggio?

Giocatori e tifosi non si aspettavano di vincere. Di solito una squadra prepara qualcosa per festeggiare. Noi non avevamo pensato a nulla. Il post-partita è stato improvvisato. Giocavamo ad Udine, l'Inter contro la Lazio. Eravamo con le orecchie alla radiolina in panchina. Dopo dieci minuti noi eravamo sul 2-0 ad Udine con gol di Del Piero e Trezeguet. Non pensavamo che l'Inter potesse perdere. Poi è successo quello che non ci aspettavamo e abbiamo esultato doppiamente.

Antonio Conte fu uno dei più scatenati nei festeggiamenti?

Antonio è un uomo passionale: lo è come allenatore, lo era come giocatore. In campo dava sempre una mano, giocava in maniera aggressiva e con grande determinazione. Conte non mollava mai e non molla nemmeno oggi.

Vi aspettavate di vincere la Champions nel 2003 contro il Milan invece?

Le finali di Champions sono aperte a qualsiasi risultato. La sfida di Manchester tra due italiane non è stata una bella sotto l'aspetto tecnico. Non c'è stato un grande spettacolo. Siamo andati ai rigori, che sono da sempre un terno al lotto, ed è andata meglio a loro. Perdere in quel modo dà ancora più fastidio. Non c'era un bel clima al rientro da Manchester. Tutto l'ambiente era giù di corda. C'era tanta delusione.

Che cosa ricorda di Lippi? Le ha insegnato qualcosa?

Era un mister  bravissimo sotto l'aspetto gestionale del gruppo: c'erano 18-20 giocatori di alto livello. Lippi è stato il punto di riferimento e l'uomo chiave nella vittoria dei due scudetti. Ha gestito veramente bene le annate.

Lei dopo la Juve è andato alla Sampdoria: che esperienza è stata?

Quello è stato il mio periodo più bello. Nei cinque anni alla Samp ho giocato quasi sempre. Sia con Novellino che con Mazzarri abbiamo fatto buoni campionati. Al quarto anno con Novellino abbiamo sfiorato la qualificazione alla Coppa Uefa. Sono stato bene a Genova. I tifosi sono un po' come quelli bergamaschi, molto passionali. Il Ferraris è uno degli stadi più belli in cui giocare. La Curva è quasi in campo.

Cosa ricorda delle sfide con Ibrahimovic?

Mi ricordo un particolare sulle marcature nei calci d'angolo. Nello spogliatoio mi dicevano sempre: "Cristian, tu marchi Ibra". Mi davano sempre il compito peggiore. Era il giocatore più forte e più dotato fisicamente. Quando c'era un calcio d'angolo cercavo di aggrapparmi ad Ibra per rendergli la vita più difficile. Era dura perché sotto l'aspetto fisico era un animale.

Si aspettava che Ibra fosse ancora così decisivo?

No, sta dimostrando di essere un giocatore che può fare la differenza. Ha avuto qualche infortunio di troppo, però va messo in preventivo. Non puoi pensare di avere Ibra a 39 anni a pieno regime. Va gestito e Pioli lo sta facendo bene. Penso che possa dire ancora la sua.

Che cosa fa quando non fa calcio Cristian?

Quando non è possibile andare allo stadio mi dedico alla montagna, al trekking, allo snow. Cerco di vivere la montagna d'estate e d'inverno. Poi mi piace stare con la mia famiglia che ho vissuto poco negli anni in cui ho giocato: era fissa a Milano mentre io andavo in giro per l'Italia.

Che cosa le dà il trekking?

Mi piace camminare in mezzo alla natura e in montagna: lì puoi stare in pace e in silenzio. Non c'è niente di meglio di una passeggiata in tranquillità. Mi piace fare trekking: serve sacrificio perché devi resistere per raggiungere la vetta, devi camminare in salita. Tutti gli sforzi però vengono ripagati con la vista del paesaggio dal punto più in alto. Sono passioni che condivido con mio fratello. Mi piace avere al mio fianco una persona che veda le cose come me. Abbiamo fatto giornate di trekking insieme.

Trekking e calcio hanno in comune il piacere della fatica: è d'accordo?

Sì. Non mi piacciono gli sport in cui non si fatica. Voglio lottare per raggiungere un obiettivo. Riuscirci dà più soddisfazione.

Sogna di allenare in Serie A?

Sì, è il sogno che abbiamo entrambi. Ma sarebbe bello farlo anche in B o in C. Vorrei trasmettere ai giovani quello che mi è stato insegnato. Vorrei togliermi soddisfazioni anche da allenatore con Damiano: è il mio grande desiderio.