Carrera, il “giramondo”è tornato: “Voglio allenare in Italia. Conte il mio maestro. Pirlo un leader silenzioso, va giudicato a fine campionato”

La Juve un grande amore da sempre, Bergamo un’àncora da un quarto di secolo, l’area tecnica di fronte alla panchina il nuovo campo di battaglia da un paio di lustri. Questo è Massimo Carrera: a 56 anni, è tornato a casa dopo le campagne in Russia e in Grecia e sogna di rimettersi presto in gioco

di Simone Lo Giudice

La Russia, Conte, l’Europeo 2016

(Photo by Dino Panato/Getty Images)

Torino, Mosca, Atene. Tre città diverse accomunate da un filo conduttore universale: il calcio e le sue storie. Lì Massimo Carrera ha vinto, è caduto, è cresciuto come uomo e come professionista. Alla Juve lo ha fatto al fianco di Antonio Conte, prima da giocatore e poi da collaboratore in panchina fino al 2016, quando si è congedato dal suo maestro e ha accettato una nuova sfida dopo l’Europeo di Francia. Carrera ha riportato in alto lo Spartak Mosca. All’Aek Atene invece ha dovuto dire addio prima del previsto. Oggi l’ex difensore è tornato nella sua Bergamo. Qui Massimo aspetta la chiamata giusta: se arriverà dall’Italia per la prima volta di certo non gli dispiacerà.

Massimo, la sua esperienza all’Aek Atene è terminata da poco: che cosa le ha lasciato?
In questo momento sono a casa a Bergamo e mi godo la famiglia. Dispiace non poter continuare a fare il proprio lavoro però il calcio è questo e bisogna attenersi a quello che vuole la gente e basta. All’Aek Atene ho vissuto una bella esperienza. Avevo preso la squadra nel dicembre 2019 terza in classifica. Abbiamo fatto una grande cavalcata e siamo arrivati ai playoff sfiorando il secondo posto. Poi siamo ripartiti con qualche difficoltà in più, ma fa parte del calcio. Tutto sommato però è stato bello. 

Com’è il calcio greco?
Un calcio che sta crescendo, ci sono giocatori interessanti e squadre importanti come Olympiakos, Paok, Panathinaikos e lo stesso Aek che stanno cercando di fare bene.

Lei non ha mai dimenticato la Russia e lo Spartak Mosca?
Sì, perché è stata la mia prima esperienza da allenatore. Ci sono andato dopo aver fatto l’assistente di Antonio Conte per cinque anni: ho ricoperto quel ruolo anche allo Spartak Mosca all’inizio, poi mi sono ritrovato a fare l’allenatore. È andata bene: alla prima stagione abbiamo vinto il campionato dopo 16 anni, quella successiva abbiamo conquistato la Supercoppa e siamo arrivati terzi. Poi è andata come è andata: ero terzo a due punti dalla seconda, ma la società ha preso le sue scelte. Nel calcio funziona così.

Com’è stato l’impatto con la Russia?
È un altro mondo rispetto all’Italia per via del clima e di tante altre cose. All’inizio ho avuto qualche difficoltà con la lingua, ma con l’interprete riuscivo a far capire ai giocatori che cosa volevo in campo. Poi il calcio è universale, è uguale in tutte le parti del mondo.

Nel settembre 2017 il suo Spartak ha fermato il Liverpool in Champions League (1-1): è stata una delle notti più belle per lei in panchina?
Sì, anche se il Liverpool mi ricorda anche una delle notti più brutte perché al ritorno abbiamo perso 7-0. A Mosca però avevamo disputato una buona partita, in quella Champions avevamo battuto il Siviglia 5-1: era stato un bel girone d’andata. Purtroppo contro queste squadre il rischio è sempre lo stesso: se prendi subito gol e non riesci a reagire rischi le goleade, ma queste cose fanno parte della crescita di un gruppo.

(Photo by Claudio Villa/Getty Images)

Che cosa l’ha spinta ad intraprendere questo percorso fuori dall’Italia dopo gli anni con Conte?
Nel 2016 dopo l’Europeo di Francia, Antonio doveva scegliere chi portare con sé al Chelsea dove c’erano già tanti assistenti. Nel frattempo mi è arrivata la proposta di fare l’assistente di Dmitri Alenichev allora alla guida dello Spartak. Non avevo la certezza di andare con Conte al Chelsea, allora ho preso un’altra scelta: ho ringraziato Antonio, ho accettato l’offerta dello Spartak e mi sono buttato in un’avventura tutta nuova.

A proposito dell’Europeo 2016: in quell’occasione si è preso la rivincita in Nazionale?
Da calciatore sono stato convocato una volta da Arrigo Sacchi, ma non mi sono preso nessuna rivincita. Ho fatto una bella carriera, mi sono divertito, ho avuto tutto ciò che desideravo. Quando giocavo c’erano grandi difensori come Baresi, Ferri, Bergomi: non era facile arrivare in Nazionale. Un altro merito di Antonio è stato portare con sé tutto lo staff tecnico della Juve: eravamo affiatati, sapevamo cosa voleva l’allenatore. Antonio ha saputo compattare il gruppo: quella squadra era una famiglia in cui tutti lottavano per gli altri. Quella Nazionale ha perso perché i rivali erano più forti, mai per demeriti propri.

Qualche rimpianto per i rigori sbagliati da Zaza e Pellè contro la Germania ai quarti?
Sì, però i rigori sono una lotteria: lo sappiamo tutti. Abbiamo fatto un grande Europeo che, anche se non abbiamo vinto, viene ricordato con tanto amore dai tifosi: questa è la cosa più importante.

Quanto Conte c’è nel suo calcio? Quale è la sua idea di gioco?
Ho imparato tantissimo da Antonio. Non ho fatto la gavetta, ma sono stato per cinque anni al suo fianco e ho appreso tante cose dal punto di vista della comunicazione e della tattica. Conte è un maestro per me, grazie a lui sono cresciuto. Mi piace il calcio propositivo e cambio spesso la formazione in base a come gioca l’avversario: quando so che una squadra può mettermi in difficoltà mi piace prevenire. Gioco spesso col 4-2-3-1, sia allo Spartak che all’Aek però ho utilizzato tante volte il 3-5-2 e il 4-3-3.

Nel 2012 lei ha vinto la Supercoppa contro il Napoli: è stato il suo giorno più bello da allenatore?
Sì, poi è stato il mio battesimo. Mai mi sarei aspettato di sedermi sulla panchina della Juve: è successo all’improvviso ed è stata una grandissima emozione perché io sono  juventino. Vincere un trofeo così importante con la mia squadra del cuore è stato bellissimo, mi ricorderò per sempre di quella serata.

Lei ha chiuso da imbattuto la sua esperienza da allenatore della Juve: come è stato sostituire Conte?
Sì, abbiamo ottenuto sette vittorie e tre pareggi. Antonio era con noi in allenamento e lavoravamo insieme già da un anno quindi sapevo come gestire la squadra, cosa fare e cosa non fare. Eravamo un tutt’uno. È stato semplice riportare quello che voleva Antonio dall’allenamento al campo ogni domenica.

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