Bonazzoli: “Mio padre ha il coronavirus. Ho allenato nel calcio femminile, si gioca con umiltà. Sogno la Reggina”

Bonazzoli: “Mio padre ha il coronavirus. Ho allenato nel calcio femminile, si gioca con umiltà. Sogno la Reggina”

Un passato in area di rigore, un futuro lungo la linea laterale: Emiliano Bonazzoli oggi ha cambiato ruolo, ma è rimasto sempre in quel mondo che adesso si è fermato per l’emergenza sanitaria. L’ex attaccante spera che tutto finisca presto e soprattutto nel migliore modo possibile per cominciare una nuova avventura.

di Simone Lo Giudice

La Reggina nel cuore

Brescia, Parma, Reggio Calabria e Genova sono state quattro città speciali per lei…
Tutto è cominciato a Brescia: lì ho fatto le giovanili e ho esordito in Serie A. Ho avuto allenatori che mi hanno insegnato tanto e sono cresciuto con ragazzi che sono diventati grandi giocatori come Pirlo, Bonera e Diana. Brescia è stata la città che mi ha lanciato nel grande calcio: nel 1999-2000 abbiamo conquistato la promozione in Serie A, poi sono stato venduto al Parma.

Era difficile giocare in quel Parma?
C’era tanta concorrenza. Al primo anno con Malesani sono stato solo in ritiro: c’erano attaccanti come Di Vaio e Mboma, Milosevic e Amoroso. Quell’esperienza per un giovane che arrivava dalla provincia come me era una grande occasione. Ho imparato tantissime cose.

Lei ha giocato col Verona nel 2000-01 e avete conquistato la salvezza: che cosa ricorda?
È stato il mio primo anno da titolare in A, col Verona ho segnato anche il mio primo gol, c’erano Mutu e Gilardino che poi ho ritrovato a Parma e alla Fiorentina. C’era anche Camoranesi. Eravamo una squadra molto giovane però di grande prospettiva e lo conferma il fatto che alcuni di quei giocatori poi hanno vinto il Mondiale e hanno fatto una grandissima carriera.

Al Parma lei ha giocato anche con Adriano: come era da giocatore?
Siamo stati compagni di squadra per 6 mesi nel 2002-03 prima che io mi trasferissi in prestito alla Reggina. Era un ragazzone che parlava poco, era abbastanza timido, però aveva una forza esplosiva enorme: quando calciava spaccava il pallone. Gli piaceva stare coi brasiliani, era un po’ introverso, però era un bravissimo ragazzo e si comportava bene all’interno dello spogliatoio.

Nel gennaio 2003 lei si è trasferito alla Reggina: come è stato l’impatto con l’ambiente?
A Reggio ho passato sei anni: due e mezzo in Serie A, tre e mezzo in B. È stata la città che mi ha trasmesso più calore. Tra alti e bassi, i tifosi reggini mi sono sempre stati vicini e mi hanno dato una mano. Posso solo parlare bene della gente di Reggio. Ancora oggi qualcuno di loro mi chiama e mi fa sempre molto piacere, significa che anche io gli ho trasmesso qualcosa.

La Reggina ha fatto un grande campionato in Serie C quest’anno…
Stava facendo una bellissima stagione, speravo che potessero conquistare la promozione. Secondo me Reggio merita altri palcoscenici, la Serie A o almeno la B.

Dopo la Reggina lei è passato alla Sampdoria con cui purtroppo ha avuto due gravi infortuni…
Genova rappresenta un altro passaggio fondamentale della mia carriera: mi sono trovato bene, mi piacevano la città e la tifoseria. Purtroppo la Samp mi fa tornare in mente anche ricordi spiacevoli: ero all’apice della carriera e mi sono rotto due volte il crociato anteriore in un anno e mezzo. Dopo due infortuni del genere è difficile restare ad alti livelli. Purtroppo non sono riuscito a portare avanti ciò che avevo cominciato.

Senza quegli infortuni avrebbe potuto fare una carriera migliore? È mai stato vicino ad una grande piazza?
So che c’era stato un qualcosa con il Milan a gennaio nel 2008-09. Purtroppo nel calcio gli infortuni capitano e bisogna essere pronti. Un giocatore sa che corre il rischio di farsi male. Mi dispiace per essermi infortunato, ma non mi lamento perché ho fatto una buona carriera.

Nel gennaio 2009 lei è passato in prestito alla Fiorentina: che cosa ricorda?
È stata la mia ultima esperienza in A: sapevo che avrei fatto tanta panchina perché davanti a me c’era Girardino, un giocatore fortissimo che aveva vinto il Mondiale ed era il capocannoniere del campionato. Da parte mia però c’è stato sempre il massimo impegno, quando sono stato chiamato in casa ho dato sempre il 100%. Poi a Firenze ho ottenuto il mio più importante risultato professionale: il quarto posto in classifica.

Lei è tornato alla Reggina in B e poi è andato anche all’estero: che cosa le hanno dato quelle esperienze?
A 33 anni avevo ancora il pallino di provare a giocare in un campionato diverso da quello italiano: non tornei di altissimo livello, perché alla mia età sarebbe stato difficile sostenerli. Dopo Reggio sono stato al Padova poi però sono rimasto a piedi. Poi è arrivata una proposta da Budapest in Ungheria e sono andato all’Honved. Mi sono trovato bene, anche se serve un po’ di tempo per capire un calcio diverso. Ero arrivato a febbraio la sosta invernale, per tornare ad alti livelli ci ho messo un po’. È stata un’esperienza positiva perché mi ha fatto conoscere nuovi metodi di allenamento e un’altra gestione dei ragazzi: lì ci sono le seconde squadre, i giovani che arrivano in prima squadra sono già pronti, i settori giovanili contano molto.

Lei è stato anche negli Stati Uniti, ma è stata un’esperienza sfortunata…
Sono andato a Miami perché una società voleva coinvolgermi in un progetto ambizioso che comprendeva l’iscrizione alla B statunitense, la fondazione di una seconda squadra, di un settore giovanile e di uno femminile. Purtroppo alla stessa lega non può partecipare più di una franchigia della stessa città: allora si era iscritto il Miami FC e il Miami Fusion dove ero io è stato costretto a rinunciare e il progetto è saltato.

Lei si vede all’estero nella sua nuova carriera?
Mi piacerebbe, ci andrei volentieri se avessi l’opportunità. Rimanere in Italia sarebbe la cosa migliore, ma ci sono tante difficoltà per trovare squadra: ci sono moltissimi allenatori, a livello dilettantistico le società cercano spesso uomini esperti per la panchina. Nei professionisti invece qualche presidente punta sui giovani: in A, in B e in C ci sono allenatori giovani che stanno facendo bene. Queste difficoltà mi fanno pensare che andare all’estero sia la mossa giusta, anche se bisogna sapere l’inglese e riuscire a spiegarsi con il proprio presidente. Sono pronto a cominciare dalla Serie B oppure dalla C. Un’esperienza all’estero mi aiuterebbe ad accrescere il mio piccolo bagaglio di allenatore.

Le piacerebbe allenare una squadra in cui ha giocato? Ce l’ha un sogno?
Vorrei allenare la Reggina: mi piacerebbe tornare a Reggio cominciando magari dalle giovanili.

Suo figlio gioca a pallone: è difficile fare il calciatore oggi? Gli dà qualche consiglio ogni tanto?
Oggi è molto difficile perché è cambiato tutto. I ragazzi hanno il telefonino e il computer, devono pensare alla scuola, escono con gli amici.  Quando io ero un ragazzino invece c’era solo il calcio, non c’era la PlayStation. Io giocavo sempre a pallone con mio fratello in cortile. Da ragazzo ho studiato ragioneria, il calcio mi piaceva ma non credevo che sarei riuscito ad arrivare un giorno in A. Quando è arrivata la chiamata della prima squadra ero felice. Avevo tanta passione: cinquanta chilometri all’andata e cinquanta al ritorno in pullman non mi pesavano. Oggi invece vedo che i ragazzi fanno fatica anche a prepararsi la borsa da calcio: mio figlio fa il portiere e gli dico sempre che deve tenere puliti i guanti perché sono i suoi attrezzi del mestiere. Purtroppo secondo me la gioventù di oggi ha troppe altre cose per la testa.

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