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Nista: “Io, amico di Buffon, l’Inter di Julio Cesar e Handanovic. Quella doppia volta contro van Basten…”

Una vita tra pali, fenomeni col pallone tra le mani e grandi amici che non hanno nessuna intenzione di smettere. Alessandro Nista ha 55 anni e dalla stagione scorsa ha cambiato tante cose, ma si tiene stretto i suoi ricordi e l'amore per il calcio

Simone Lo Giudice

 (Photo by Gabriele Maltinti/Getty Images)

La schiena dritta, sempre e comunque, nonostante abbia fatto brutti scherzi. Per colpa sua Alessandro Nista è stato costretto a lasciare il suo grande amore, per merito suo è diventato l’uomo che è oggi. Quello che non molla mai e sa rimboccarsi le maniche, che guarda il bicchiere mezzo pieno sempre e comunque, quello che sa aspettare il momento giusto per andarsi a prendere ciò che vuole come ogni buon portiere. Nella sua vita ci sono ancora Livorno, città di partenze e ripartenze, e Parma, il posto in cui è ancora dolce sostare: lì dove Nista ha visto Buffon nascere come mito e, parata dopo parata, diventare suo grande amico. A Torino e a Milano ha allenato i fenomeni, nei cinque anni di Napoli ha provato cosa significa sfiorare un’impresa e riuscire a chiudere nella maniera più dolce. La stessa con cui Nista ricorda i grandi del calcio che sul campo lo hanno sorpreso. L'ex allenatore dei portieri non fa programmi per il futuro e prova a trovare la sua nuova strada.

Alessandro, che momento sta vivendo?

Credo di aver chiuso la mia storia fantastica con il calcio alla fine della scorsa stagione. Ho deciso di cambiare un po' di cose. Ho smesso per un problemino alla schiena che mi ha accompagnato per tutta la mia carriera e che a questo punto comincia a richiedere maggiore rispetto. Ho chiuso il mio rapporto col Napoli: è stata la mia ultima squadra.

Lei ha allenato anche all'Inter e prima ancora alla Juventus: contento per questa grande carriera?

Sono stato veramente molto fortunato. Ho avuto la possibilità di lavorare in squadre molto importanti e con portieri fantastici. È stata una bellissima cavalcata cominciata col Torino, subito dopo aver smesso di giocare, e terminata l'anno scorso con la conquista della Coppa Italia. Forse anche quello mi ha spinto a smettere, credo sia stato un bel modo per uscire di scena. Ho chiuso con una vittoria.

Quanto è stato difficile vincere quel trofeo dopo i mesi di lockdown?

Abbiamo vissuto un periodo incredibilmente drammatico, qualcosa che la nostra generazione non era abituata a vivere. Abbiamo visto tantissime persone andare via dall'oggi al domani. Non è stato semplice rimodularsi dal punto di vista lavorativo e cercare di ripartire convivendo con una situazione difficile. È stato un momento complicato, agevolato dal fatto che quel Napoli aveva un bel gruppo di lavoro e grandi giocatori. I portieri con cui lavoravamo, oltre ad essere giocatori importanti, erano ragazzi molto in gamba.

Lei ha allenato nel Napoli di Sarri, Ancelotti e Gattuso: quale è stata la stagione più amara? Quella dello scudetto perso?

Quella stagione ci ha tolto qualche notte di sonno. Sono arrivato al Napoli nel 2015 insieme a mister Sarri e abbiamo fatto benissimo sin dal primo anno. Le qualità dell'allenatore e le qualità della squadra ci hanno messo permesso di disputare una stagione molto importante. L'ultimo anno di Sarri ci ha lasciato rabbia perché siamo arrivati a un centimetro dal coronare un sogno: vincere lo scudetto.

Si può dire che lo avete perso in albergo dopo Inter-Juve?

Quel risultato ha inciso. Dal punto di vista emotivo se la partita del sabato sera fosse finita in maniera differente probabilmente noi avremmo vissuto quella notte, la preparazione della domenica al mattino e di conseguenza la gara a Firenze con uno stato d'animo diverso. Lo abbiamo perso perché la Juve ha battuto l'Inter e ci ha lasciato quel punto indietro decisivo. Anche vincendo tutte le partite non avremmo più potuto conquistare lo scudetto.

Che cosa non ha funzionato tra Ancelotti e il Napoli?

Nel calcio a volte si verificano situazioni che non hanno una spiegazione. Carlo Ancelotti è un allenatore straordinario. L'eredità lasciata da Sarri era incredibilmente pesante, venivamo da tre anni fatti alla grande. Solo un uomo forte come Ancelotti poteva calarsi in quella realtà. Dire che cosa è successo o che cosa non sia andato è complicato. In Italia c'è una bruttissima abitudine: appena fai due risultati negativi arrivano critiche a non finire. Credo che sia successa la stessa cosa nell'ultima stagione di Gattuso.

Il Napoli ripartirà da Spalletti: come lo vede sulla panchina azzurra?

Io sono di Livorno quindi toscano come Luciano e lo vedo benissimo: è un allenatore di alto livello e con grandi qualità, le sue squadre hanno fatto cose importanti anche in situazioni complicate. Non avrà nessun problema a calarsi nell'ambiente di Napoli, una realtà complessa per mille motivi. Lo aspetta una squadra che si sposa molto bene con le sue idee e col suo modo di lavorare. Lo spero da tifoso del Napoli, dove ho lasciato tantissimi amici e un pezzo di cuore. Ci ho vissuto per cinque anni: io e la mia famiglia siamo stati davvero bene.

Lei ha allenato all'Inter e alla Juve: qualche rimpianto per come è finita con entrambe?

Non ho nessun rimpianto. Credo di aver saputo fare bene il mio lavoro. Tanti miei colleghi sono bravi quanto me, nonostante questo non hanno avuto la possibilità di approdare in certi club. Nella vita bisogna guardare il bicchiere mezzo pieno. Sono stato fermo per tre anni per questo problema alla schiena con cui ho imparato a convivere e che non mi ha permesso di esprimere tutto il mio potenziale. Sono riuscito a fare una carriera soddisfacente. Nei miei panni tanti giocatori non ce l'avrebbero fatta. Ho stretto i denti e mi sono rimboccato le maniche.

Lei ha giocato con Buffon al Parma e lo ha allenato alla Juve: che cosa ricorda di Gigi?

Ci siamo conosciuti 25 anni fa e siamo ancora uniti da una bellissima amicizia. Quando Gigi era un ragazzino, io ero già un trentenne. Credo che stia scrivendo una pagina stupenda della sua immensa, infinita e ineguagliabile carriera. Tornare a 43 anni dove ha esordito a 16-17 è una cosa speciale. Parma è stata una scelta di cuore. Poteva approdare in club più importanti, ma ha preferito sposare questa squadra. Dietro c'è un pizzico di follia. La nuova proprietà è formata da persone serie, è economicamente forte e ha idee. In B però nessuno non ti regala niente.

Avere Superman tra i pali di quel Parma era la vostra carta in più?

Quando sono arrivato, Gigi mi ha soffiato il posto. Ero il secondo di Luca Bucci in un Parma che lottava per lo scudetto. Il primo giorno di allenamento ho visto Buffon: non ci potevo credere, faceva cose incredibili. Poi Bucci si è infortunato ed è rimasto fuori per qualche mese: io ho giocato la partita contro la Cremonese, in quella successiva col Milan poi Nevio Scala ha fatto giocare Gigi. L'anno dopo Bucci è andato al Perugia, Buffon è diventato titolare e ho fatto il secondo. Con Ancelotti siamo arrivati secondi, l'anno dopo abbiamo fatto un passo indietro. Poi con Malesani abbiamo vinto una Coppa Italia e una Coppa Uefa. C'era un gruppo molto forte e Gigi era uno di quei giocatori straordinari.

Lei ha allenato Buffon alla Juve nel 2009-10: è stata una stagione difficile?

Io venivo dalla Reggina dopo due anni al Torino. Alla Juventus non è stato facile. Eravamo partiti con Ciro Ferrara, a dicembre le cose non andavano bene ed è arrivato Zaccheroni con cui abbiamo raddrizzato la baracca. C'erano ottimi giocatori, ma mancava qualcosa. L'anno dopo la famiglia Agnelli è rientrata e ha cambiato le cose. In panchina è arrivato Delneri col suo gruppo di lavoro. In quel periodo ho ricevuto la proposta lavorativa dell'Inter così io e la Juventus abbiamo preso due strade diverse, ma ci siamo lasciati con grande serenità.