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Sasà Sullo: “Io, il Pescara di Allegri e la malattia. Quante pazzie per Valentino Rossi”

Un cerchio aperto da ragazzo e chiuso da uomo, la partita vinta contro l'avversario più difficile, una moto che sfreccia ancora per amore. Oggi Salvatore Sullo ha 50 anni, fa l'allenatore da dieci e vive per fare oggi quello che potrebbe fare domani

Simone Lo Giudice

Ponticelli, periferia di Napoli, ragazzini che giocano per la strada. Anni Settanta. Salvatore va su e giù, con il pallone e senza: quando cade si rialza sempre. E sogna. Conosce il calcio e Napoli quando riceve una maglia del Toro. E scatta la passione. L'Avellino è stato un trampolino di lancio direzione Pescara, dove è cresciuto agli ordini di Giovanni Galeone e al fianco di Massimiliano Allegri. Dal 2001 poi c'è stata Messina, la città dell'amore perduto, di emozioni sempre forti, fra gioia e dolore. Nel suo percorso di vita Sullo ha imparato anche che il domani è un'opportunità e che bisogna andare al massimo sempre. Come il suo Valentino Rossi, il mito che ha inseguito e amato. Come quelli del pallone, che ama ancora.

Salvatore, com'è nata l'idea di fare l'allenatore?

Ho cominciato con Ventura: è stato il mio maestro. Scegliere di allenare è stato naturale. Mi piace stare sul campo. Il calcio è cambiato negli ultimi 10-15 anni. In passato fare l'allenatore significava ricoprire un ruolo molto più centrale. Oggi si lavora con lo staff. Un tempo l'allenatore era un uomo solo, oggi non è così. È l'uomo che prende decisioni. Un collaboratore tecnico è sul campo a tutti gli effetti.

Il calcio è cambiato in meglio o in peggio?

I cinquantenni di oggi dicono che c'era più qualità quando giocavano loro. I cinquantenni del mio tempo però dicevano la stessa cosa. È cambiata la struttura fisica dei calciatori. Oggi va tutto più veloce. Chi si è fatto l'occhio con un calcio un po' più lento pensa che sia diminuita la qualità, ma non è così.

Questo cambiamento ha riguardato solo il calcio?

No, tutti gli sport! Io sono appassionato di MotoGp. Tra un pilota e l'altro oggi ci sono distanze di 30 millesimi. Quando la tecnologia va avanti e si esasperano i miglioramenti, le differenze diventano minori e lo spettacolo diminuisce.

Qual è stata l'avventura più bella che ha vissuto in panchina?

I cinque anni di Torino sono stati speciali: siamo passati dalla Serie B alla A, abbiamo vinto un derby, siamo andati in Europa League. Abbiamo valorizzato Immobile, Glik e Darmian. Sono contento che il Toro abbia intrapreso la strada giusta. Veniva da stagioni di grandi difficoltà, con Juric si è rilanciato.

Che cosa la lega al Toro?

La mia prima maglietta. Me l'ha regalata un collega di mio padre. Era la numero sette di Claudio Sala. Erano gli Anni Settanta: Toro e Juve si giocavano lo scudetto. All'epoca procurarti la maglietta non era semplice, oggi si trovano dietro l'angolo. Mio padre tifoso del Napoli mi portava al San Paolo. Il Toro però è sempre stato la mia seconda squadra. Con il tempo sono diventato più sportivo e meno tifoso.

Che cosa ricorda della sua infanzia?

Sono cresciuto a Ponticelli, un quartiere della periferia di Napoli. Giocavo in strada con gli amici. Non esistevano scuole calcio. Ho iniziato in una squadra vicino casa. Mi ha comprato l'Avellino che giocava in A. Ho fatto le giovanili. Non c'erano sportivi in famiglia. Mio padre seguiva il calcio, ma non faceva sport. Lavorava alle Poste.

Rimpianti per non aver giocato nel Napoli?

È la squadra della mia città. Mio padre ha smesso di seguirla nel 1987-88, la stagione del comunicato dei giocatori contro l'allenatore Ottavio Bianchi. L'anno prima il Napoli aveva vinto lo scudetto, quello dopo ha perso in casa con il Milan: è costato il titolo. Mio padre è stato abbonato in Curva A per trent'anni.

Che cosa le ha lasciato l'esperienza di Pescara?

Ci ho giocato dal '94 al 97' e dal '99 al 2001. Pescara è splendida. Oggi è ancora più bella. Allora avevano progettato la pista ciclabile, il Ponte del Mare non c'era, la zona Pescara-Francavilla non era urbanizzata. È il giusto compromesso tra nord e sud. C'è passione. Noi non avevamo un campo di allenamento, oggi al Poggio degli Ulivi hanno risolto il problema. Mi dispiace che giochi in C.

Che cosa ricorda del Pescara di Giovanni Galeone con Massimiliano Allegri?

Io e Max abbiamo giocato insieme per un anno e mezzo. Quando sono arrivato abbiamo sfiorato la A con Luigi De Canio. Essere allenato da Galeone è stato formativo. Al venerdì non sapevamo chi avremmo sfidato la domenica. Lavoravamo per migliorare tecnicamente. Quando sento Allegri parlare di tecnica, mi torna in mente quel Pescara. Galeone voleva che migliorassimo noi a prescindere dall'avversario.

L'ha sorpresa la crescita di Allegri in panchina?

Ha sempre cercato di capire le cose. Faceva numeri e tabelle. Voleva capire cosa serviva per raggiungere l'obiettivo. Si intuiva che sarebbe diventato allenatore ma non immaginavo che avrebbe vinto sei scudetti.