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Romulo tra cavalli, pesci e sogni: “Voglio tornare alla Lazio e in Nazionale. La mia Juve meritava la Champions, Conte mi voleva all’Inter. Al Genoa ero CR8”

Simone Lo Giudice

"Lei ha giocato nel Genoa 2018-19 con Piatek ed è stato allenato da Juric: cosa ricorda?

Piatek era appena esploso in Italia: era arrivato come un ragazzo sconosciuto, da un momento all'altro è diventato un super bomber. Piatek è fantastico, ha tempi di gioco, tatticamente è perfetto. Poi sa trovare la porta, è forte di testa e dentro l'area e fuori, aiuta la squadra in fase difensiva, ha un fisico devastante. Piatek stava facendo grandi cose con Ballardini, quando è arrivato Juric non si sono trovati benissimo e in una decina di partite ha segnato soltanto un gol su rigore. Sono cose che capitano nel calcio, non si sa perché. Juric è un grandissimo allenatore, Piatek un fenomeno, a volte però succede di non capirsi.

"È vero che al Genoa la chiamavano CR8?

Sì, mi chiamavano così perché ero Caldeira Romulo e indossavo la maglia numero 8. Ha cominciato a soprannominarmi così Marco Pellegri, l'ex team manager del Genoa, i giocatori un giorno lo hanno sentito e hanno iniziato a fare altrettanto.

"Lei ha giocato anche nella Lazio: com'è stato essere allenato da Inzaghi?

Ho passato i sei mesi più belli della mia carriera: a Roma ho trovato una famiglia, ho ancora un rapporto molto stretto coi giocatori della Lazio. Con Inzaghi mi sono trovato benissimo: è un grandissimo. Studia tanto gli avversari, poi ha uno staff formato da fratelli che lavorano e condividono lo stesso modo di pensare. Penso che Inzaghi crescerà tantissimo, è solo all'inizio della sua carriera anche se ha già vinto tanto. Il mister ha dato un'identità fortissima alla Lazio. Spero che diventi uno dei migliori allenatori in Europa e un giorno magari sarà anche Ct della Nazionale italiana.

"Lei ha vissuto tanti derby in A: Juve-Toro, Lazio-Roma, Genoa-Samp, Verona-Chievo. Quale è stato più elettrizzante? 

Il derby più caldo ed elettrizzante è quello di Roma perché tutta la città si ferma e tutti parlano solo di quella partita. Anche se una delle due squadre non è messa bene in classifica, basta vincere il derby per dare un senso alla stagione. Quando c'ero io, la Lazio ha vinto il derby 3-0: è stato bellissimo, lo stadio era strapieno, è stata una sensazione impossibile da dimenticare.

"La sua prima squadra italiana è stata la Fiorentina: come è stato l'impatto col calcio italiano? Prandelli è l’uomo giusto per conquistare la salvezza?

Sono arrivato a Firenze nel 2011: non capivo nemmeno una parola in italiano e non potevo comunicare. L'impatto però è stato positivo perché mi piacciono la cultura e la cucina dell'Italia. Giorno dopo giorno questo Paese, il suo calcio e la sua gente mi hanno affascinato sempre di più. Mi sono trovato benissimo nei miei 10 anni in Italia. Sono molto legato alla Fiorentina: i tifosi viola mi scrivono ancora ed è bello. Al mio arrivo sentivo parlare tanto di Prandelli: tre anni dopo il mister mi ha convocato per indossare la maglia della Nazionale italiana e gli sono grato. Penso sia la persona giusta per riportare entusiasmo, fiducia e ciò che serve alla Fiorentina per ritornare in alto. Spero possa rifare ciò che ha già fatto lì.

"Che cosa le ha insegnato la sua infanzia in Brasile?

Per me è fondamentale dare un valore alle piccole cose: alla famiglia, agli amici e a tutto quello che coi soldi è impossibile comprare. Dobbiamo valorizzare ciò che abbiamo, essere umili e lavorare. Quando cresci con persone che non hanno nemmeno i soldi per comprare da mangiare allora capisci che la vita non è solo soldi, fama e sogni. Bisogna aiutare il prossimo. La mia famiglia era molto povera, tante volte avevamo da mangiare solo un pezzetto di pane e un po' di burro e da bere una tazza di caffè. Mia madre ci ha sostenuto per tanti anni, mio padre non riusciva a trovare lavoro. Era una situazione difficile però siamo riusciti a svoltare. Oggi abbiamo una condizione di vita buona e possiamo aiutare il prossimo.

"Quando ha deciso di fare il calciatore? 

Quando ero nel grembo materno in un certo senso. Quando avevo due-tre anni e mio papà mi regalava una macchinina e un pallone, io non guardavo nemmeno la prima: prendevo il pallone e cominciavo a giocare dappertutto, rompevo tutto quello che avevamo in casa. A cinque-sei anni uscivo di casa alle nove del mattino e tornavo alle quattro del pomeriggio, non pranzavo nemmeno per giocare a pallone. Già allora volevo fare il calciatore a tutti i costi.

"Quali erano i suoi idoli da bambino?

Non avevo dei veri e propri idoli. Quando ero bambino però mi piaceva tanto Denilson che ha giocato anche nel Betis Siviglia in Europa: era un calciatore fantastico, in Brasile ha inventato il doppio passo, era davvero forte. Poi Romario, Ronaldo e Ronaldihno sono stati giocatori top per me.

"Quale sogno vuole realizzare ancora nel calcio?

Quando ho perso l'opportunità di fare il Mondiale 2014 con l'Italia ci sono rimasto male. Onorare la maglia azzurra e giocare nel Paese in cui sono nato non era cosa da poco. Per colpa della pubalgia sono stato costretto a rinunciare alla convocazione: è stato difficile da accettare. Vorrei essere convocato di nuovo per indossare la maglia dell'Italia. Poi sarebbe bello tornare a Roma e giocare ancora nella Lazio.

"Sa già che cosa fare dopo il ritiro? Ha qualche hobby nella sua vita?

Dopo il ritiro, fra tanti e tanti anni, voglio fare l'allenatore: sto già studiando per questo, ho preso il patentino Uefa B, quando smetterò di giocare prenderò l'Uefa Pro. Nella vita mi piace anche andare a cavallo e pescare: sono i miei hobby preferiti.

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