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Paolo Cannavaro: “Io e il Napoli dalla B alla Champions, Spalletti bravo come Mazzarri. L’addio alla Cina…”

Il boato del San Paolo nelle orecchie fin da piccolo, un fratello ritrovato in panchina dopo annate di gioie condivise a distanza, un'autostrada che oggi porta verso una destinazione nuova. Paolo Cannavaro ha 40 anni e culla nuovi desideri

Simone Lo Giudice

Un ragazzino stoppa il pallone, poi si ferma. Fa un cenno agli altri, mentre il boato del San Paolo sale: il Napoli è avanti, la sua gente felice. I pomeriggi del rione La Loggetta a Fuorigrotta scorrevano così negli Anni '80: veloci, tra azioni e gol fatti, a volte mancati, sempre col sorriso sulle labbra. Tra quei ragazzini con il Super Santos tra i piedi c'era Paolo Cannavaro, difensore come il fratello maggiore Fabio e il padre Pasquale, pescatore di sogni cullati col mare sempre davanti agli occhi azzurri. L'Emilia di Parma e Sassuolo è stata una terra di scoperta, la prima panchina in Cina una possibilità da cogliere per lasciare il calcio giocato nella maniera più dolce possibile. La direttissima degli Appennini che porta a Coverciano dal maestro della panchina Renzo Ulivieri è la via dei nuovi sogni di Paolo. Il pallone l'amico di sempre.

Paolo, siete tornati in Italia dopo l'esperienza in Cina: perché?

Siamo tornati perché ci mancavano gli affetti. Dal 7 gennaio 2020 al 15 agosto 2021 abbiamo visto le nostre famiglie solo per un mese. Era una situazione difficile per persone come noi che amano stare coi propri cari. La mancanza di mia moglie e dei miei figli era troppo forte. Era quasi impossibile entrare in Cina e non potevamo nemmeno uscire noi perché al rientro ci sarebbe toccata la quarantena di 21 giorni. Abbiamo scelto di tornare in accordo con il Guangzhou. All'inizio non volevano farci andare via perché erano molto contenti della nostra gestione. Il richiamo della famiglia è stato più forte di tutto.

Eravate in Cina quando è scoppiata la pandemia di coronavirus: che cosa ricorda?

Ho visto due lati della Cina. All'inizio ho vissuto un'esperienza fantastica: cominciare ad allenare subito dopo avere smesso non mi ha fatto sentire il distacco dal calcio giocato e dallo spogliatoio. Siamo arrivati in un campionato in cui all'inizio c'erano cinque-sei squadre di alto livello guidate da allenatori internazionali che gestivano giocatori molto forti. Il Covid ha rallentato un po' tutto perché non era facile entrare e uscire dal Paese. Tanti stranieri si sono spaventati e le società hanno avuto un contraccolpo economico così il livello del campionato si è un po' abbassato. Giocare in bolla e restare chiusi tre mesi in un albergo per disputare un torneo è stato tosto. L'esperienza dei primi due anni però è stata bella.

Lei è stato collaboratore tecnico di suo fratello Fabio: com'è stato ritrovarsi?

Tra me e lui ci sono otto anni di differenza. Quando Fabio è andato via di casa io ero un adolescente. Ci siamo ritrovati per un anno e mezzo al Parma, abbiamo vissuto nella stessa casa, poi ci siamo divisi di nuovo. Per vent'anni ci siamo visti d'estate e a Natale. Il calcio prima ci ha diviso, poi ci ha unito. In Cina abbiamo vissuto fianco al fianco. Condividere il lavoro è stata una bellissima esperienza. Essere fratelli è stata la ciliegina sulla torta. Sono sempre stato chiaro e rispettoso nei confronti di Fabio. L'ho sempre visto come allenatore. Il mio unico desiderio era non metterlo in difficoltà. Tra fratelli deve essere così.

Chi ha portato il pallone a casa vostra?

Nostro padre. In Campania è più conosciuto di me e Fabio messi insieme. In passato la quarta serie e la C erano il pane quotidiano dei paesi più piccoli perché non c'era calcio in televisione. Nostro padre ha dettato legge e ha vinto tanto. In Campania scherzando mi ricordano che lui era più forte di me e Fabio messi insieme. Era un difensore centrale come noi. Grazie al calcio poi ha avuto la possibilità di trovare un posto di lavoro al Banco di Roma: in settimana lavorava, al sabato giocava. È stato un calciatore calcisticamente molto grintoso, da lì viene il nostro Dna.

Napoli è il posto perfetto per giocare a calcio?

È tra quelli perfetti. Il calcio è il pane quotidiano di Napoli. Io da bambino giocavo dalla mattina alla sera col mitico Super Santos. Oggi per fare sport bisogna pagare, all'epoca ci trovavamo in strada nei campetti popolari sul mitico campetto della Loggetta. Giocavamo col boato del San Paolo come sottofondo. Quando sentivamo il pubblico esultare capivamo che il Napoli aveva fatto gol e interrompevamo la nostra partita per festeggiare.

Quasi un anno fa è morto Maradona: che cosa ha lasciato?

Oggi quando guardi una foto di Maradona leggi il giorno della sua data di nascita e vedi il simbolo dell'infinito in quella di morte. Diego non morirà mai, se ne è andato solo il suo corpo. È sempre presente nella memoria. Le generazioni future sentiranno ancora parlare di Maradona.

Che cosa le ha fatto provare il San Paolo nella sua vita?

L'ho provato in mille modi. Da ragazzino quando chiedevamo agli sconosciuti di farci entrare con loro. L'ho vissuto dagli spalti, poi da raccattapalle, da giocatore e da capitano. In pochi abbiamo visto il San Paolo così. Ha un fascino tutto suo. Il Napoli gioca già in dodici con la carica del pubblico. Togliendo la pista di atletica un giorno potrebbe giocare in tredici. Il San Paolo è sempre una bolgia.

Lei è tornato a Napoli nel 2006: com'è nata questa scelta?

Ero a Parma, la società era in amministrazione controllata. Quando è arrivata la chiamata del direttore Pierpaolo Marino ho scelto di partire. A Parma mi sentivo a casa, ma quella vera mi stava richiamando e non potevo dire di no. Volevo dare qualcosa di speciale ad un ambiente che stava risorgendo. Ne ho fatto una ragione di vita. Dovevo riportare il Napoli in Serie A. Quando siamo tornati in Champions dopo 25 anni all'inno nello stadio del Manchester City ho provato grande gioia. Non era il punto di arrivo però, avevamo solo riportato il Napoli dove gli compete.

Che cosa ricorda di quella Champions?

Siamo stati eliminati agli ottavi dal Chelsea che poi ha vinto. Superare quel girone è stato speciale, eravamo quasi tutti alla prima esperienza in quella manifestazione. Andavamo ad aggredire chiunque. Quel Napoli è stato il più vicino al pubblico. Anche nelle trasferte europee più lontane ci sono sempre stati i nostri tifosi. Quando giocavamo fuori in Champions io andavo a fotografare la nostra gente sulle tribune. Negli anni precedenti il Napoli aveva vissuto fallimenti e retrocessioni, troppe cose negative.